La fatica della schwa

Sabato scorso la rubrica Buongiorno di Mattia Feltri è apparsa in pdf sul sito. (L’ho scoperto preparando questo post: in realtà sono su in montagna e per pluridecennale abitudine acquisto la Busiarda, quindi l’ho letta in cartaceo). Il motivo “di carattere tecnico”? Semplice: probabilmente per la prima volta nella prima pagina di un quotidiano a carattere nazionale, appariva – persino nel titolo! – una schwa. Il titolo in questione è infatti “Allarmi siam fascistə” e veniva preso in giro l’uso del carattere neutro suggerito su Facebook da “un’accademica della Crusca”, promuovendo sul campo l’ottima Vera Gheno.

Non ho ben capito la difficoltà di uare una schwa in una pagina web, ma comprendo il problema pratico della pronuncia. Più che altro vorrei però fare una proposta per evitare il maschile sovraesteso: introduciamo seriamente il neutro plurale in -a. Dunque avremmo “le ministra” esattamente come “le uova” (o “le terga”). Almeno per i nomi in -o/-a il problema non si pone. Riconosco che ci sono ancora margini di miglioramento: il plurale di “veggente” (che adesso è “veggenti” sia al maschile che al femminile) non può banalmente usare l’articolo “le” perché altrimenti passeremmo dal maschile sovraesteso al femminile sovraesteso. Ma non posso mica trovare le soluzioni tutte io!

3 comments

  1. Meglio ministrə che ministr*, che a voler essere pignoli dovrebbe essere scritto ministr? perché altrimenti l’espressione regolare mi disturba assai.
    Vera Gheno l’ho scoperta per caso leggendo il suo Prima l’italiano, un capolavoro di informazione, storytelling e didattica. È davvero brava.

    • Torni al maschile perché sei un maschio e non conosci la morfologia dell’italiano. Meglio cancellare il fatto che le femmine fanno mestieri di serie A anche se le parole per definirle esistono e assoggettarle a un maschile antistorico e paternalista.
      Ma secondo me la cosa più rilevante di questo “incidente” è che molti hanno pensato a Vera Gheno perché sanno che è ma né Feltri né la Crusca ne fanno il nome, perché così la si delegittima di più e non si permette a chi non sa di leggere il suo scritto originale e capire che era una proposta da discutere. E sopratutto non le si permette di rispondere direttamente sulla stessa pubblicazione.

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