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sempre più divulgazione matematica

Se siete frequentatori di queste notiziole probabilmente conoscete anche MaddMaths!, il sito organizzato da SIMAI (Società Italiana per la Matematica Applicata e Industriale). Bene: c’è un’ottima notizia. Come scritto nell’editoriale odierno, anche l’Unione Matematica Italiana entra ad affiancare il SIMAI nella preparazione del sito, che dal mese prossimo perderà l'”applicata” dal sottotitolo che resterà così “MAtematica: Divulgazione e Didattica”.
Per qualcuno potrà forse risultare incredibile che togliendo qualcosa si migliori il risultato complessivo. Per chi è abituato alla matematica no: non solo un matematico cerca sempre di trovare il numero minimo di ipotesi necessarie per dimostrare un teorema, ma esistono casi in cui il modo migliore per risolvere un problema è generalizzarlo. La divulgazione matematica soffre nell’essere compartimentata tra “pura” e “applicata”; sono sicuro che con la nuova struttura ci guadagnerà anche la matematica applicata, non foss’altro che perché ci sarà più gente che darà informazioni.
Termino con una richiesta/speranza, rivolta ai lettori prima che ai gestori di MaddMaths!. Non limitatevi a leggere: fate domande, chiedete lumi su quello che non avete capito, suggerite temi matematici che vi incuriosiscono, magari tratti dalla vita di tutti i giorni. A mio parere, la didattica matematica in genere e anche la sua divulgazione soffrono di un peccato originale: la presentazione dei risultati è sempre perfettina come quella di un meccanismo a orologeria, e molti si spaventano perché quel meccanismo sembra loro più che altro una bomba. Ma per demistificare la matematica occorre che ci si metta in gioco tutti, chi la sa e chi non la sa. Abbiate coraggio, insomma!

trasporti

effetti dello sciopero dei trasporti

Oggi – stranamente non di venerdì, il che significa probabilmente che la situazione sta peggiorando – c’è stato uno sciopero più che generale del trasporto locale. Mi sono accorto che il numero totale di macchine era un po’ maggiore ma non troppo, e che gli effetti più visibili erano due: il numero maggiore di veicoli posizionati (“parcheggiati” non è il termine corretto) in maniera molto più creativa di quanto io potrei mai immaginare, e la quantità abnorme di persone che faceva manovre anch’esse creative, anche se più che altro rischiavano di fare andare al creatore il sottoscritto povero pedalatore.
Il primo effetto è abbastanza ovvio: già in condizioni normali ci sono più auto che parcheggi. Il secondo invece mi fa pensare che chi usa in genere i mezzi sia meno abituato a usare l’auto. Contiamo anche questo tra gli effetti dello sciopero?

io

Io scrivo gratis. E allora?

La scorsa settimana Carlo Gubitosa ha scritto un post dal titolo wertmülleriano. Appello a chi scrive gratis tanto per farsi leggere: e’ il momento di smetterla La sua tesi, rafforzata dalle pubblicazioni dell’Huffington Post in italiano con Lucia Annunziata che afferma gongolante «Iniziamo con circa 200 blogger, ma finché non arriviamo a 600 non mi sento tranquilla» (blogger non sono pagati), è che avere tutta questa gente che scrive aggratis per testate giornalistiche (online ma anche cartacee) ha completamente rovinato il mercato dei freelance che scrivevano articoli per le suddette testate. Gubitosa ha benignamente affermato che non sta parlando di chi ha il suo blogguccio: ma io sono lo stesso toccato, visto che oltre che queste mie notiziole scrivo (gratuitamente) sul Post… e lasciamo perdere i miei contributi su Voices, che in fin dei conti possono essere visti come straordinario aziendale non pagato. Bene, ecco la mia apologia.
So bene qual era il mercato delle collaborazioni freelance una decina di anni fa, avendone fatte anch’io. C’era però una piccola differenza: l’editore per cui scrivevo ha chiuso per crollo delle vendite, e non credo il crollo sia dovuto a quanto scrivevo. Peggio ancora, ora sul Post scrivo di matematica: e lo faccio non per far leggere me, quanto per far leggere di matematica. Non è che dieci anni fa avrei potuto farmi pagare per farlo, vi assicuro: quel mercato non esiste proprio. Insomma, io perdo tempo a scrivere per una ragione ben precisa, sapendo comunque che il mio è un lavoro di nicchia: anche se i ventun lettori non mi pagano né direttamente né indirettamente, mi va bene così. Tutta pubblicità (per la matematica), insomma. Aggiungiamo poi che non ho nessun obbligo di tempistiche e di argomenti, e nemmeno nessun controllo, a meno che non succeda chissà che cosa. Sono insomma l’equivalente di uno di quelli che andavano a parlare allo Speakers’ Corner in Hyde Park. A me sembrano molto più preoccupanti per il futuro del giornalismo quelli che accettano di scrivere un pezzo per due euro o meno ancora: lì sì che si svilisce la professione giornalistica.
Infine, la qualità si è abbassata? Secondo me sì, ma credo che questa sia solo la conseguenza del fatto che la gente non è più interessata a quello che viene scritto, e quindi si accontenta di molto di meno. Le cose che si vogliono sono altre, i soldi vengono messi in quelle altre cose, e il testo scritto ha perso importanza. Ci possiamo fare qualcosa? Probabilmente no, ma è come dire che i guidatori di carri non volevano le automobili per perdere il loro monopolio degli spostamenti…

giochi, giochi-2012

Quizzino della domenica: Quanti figli!

In un articolo apparso il secolo scorso sul bollettino parrocchiale di Villar Perosa, si racconta che il senatore Giovanni Agnelli in persona premiò un contadino che aveva nove figli per una curiosa proprietà aritmetica. Tutti i figli erano infatti nati allo stesso numero di anni di distanza l’uno dal successivo; ma soprattutto la somma dei quadrati delle loro età in quell’anno era pari al quadrato dell’età del contadino. Quali erano queste età?
(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p054.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Il problema è tratto da Henry Dudeney, 536 Puzzles and Curious Problems)

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_Visti da lontano_ (libro)

[copertina]Lo confesso. Venticinque anni fa mi ero comprato questo libro (Michele Serra, Visti da lontano, Mondadori – BUM 1987, pag. 156, lire 16000, ISBN 978-88-04-30033-5) dell’uomo che nasconde il suo doppio cognome (sarebbe Michele Serra Errante…) e raccoglieva i finti editoriali che l’allora giovinotto scriveva su Tango. Peggio ancora, me lo sono tenuto da parte, e ora me lo sono persino riletto, per vedere come reggeva al quarto di secolo passato e se i miei ricordi erano stati abbelliti dal tempo trascorso.
Diciamo che il giudizio attuale è molto più variegato di quello del .mau. del 1987. Alcuni dei pezzi presenti (quello di Natta in primis, ma anche Brera, Spadolini, Ronchey, Fallaci e De Crescenzo; persino Berlusconi, ricordando che ai tempi era solo il tycoon e non il politico, è stato tratteggiato bene) sono ancora godibili oggi, con il mio gusto per la satira e la parodia che si è affinato negli anni. In molti altri casi, però, devo riconoscere che Serra aveva voluto giocare troppo facile ed era caduto nel becerismo. Troppo semplice far parlare Toni Negri come l’ispettore Clouseau, o far fare il picci picci mucci mucci alla Carrà, o avere un Felice Ippolito chernobylato. Immagino che inventarsi ogni settimana un nuovo stile non sia stato così semplice, però secondo me una certa soglia di qualità non si sarebbe dovuta perdere.

io

grandi opere

Ieri sera mi sono finalmente deciso a smontare il tubo del lavandino del bagno, dove era caduto un coprisetole dello spazzolino dei bimbi che in pratica aveva intasato tutto (ma che plastica usano, che l’idraulico liquido non l’ha per nulla sciolto?) Smontare il tubo non è stato troppo difficile, trovare il pezzo che otturava – già dentro il muro… – nemmeno; poi per rimontare il tutto ho smadonnato come non mai.
Oggi mi sono deciso a cambiare il fermo che blocca una delle sbarre della scala, che era stato spaccato non so come da un bimbo, immagino Jacopo. Non so chi li avesse avvitati e come ci fosse riuscito: l’unico cacciavite che mi ha permesso di togliere la vite più malefica è stato quello del mio coltellino svizzero. Fatto tutto il lavoro, ho visto che comunque non servirà a molto perché anche la sbarra è rotta: diciamo che spero in bene.
Quello che non capisco è perché io mi ritrovi a fare queste cose che evidentemente non so fare…

pipponi

Tu mi fai schifo

Mi è capitato l’occhio sull’articolo del Post che riprendeva un’intervista a Gianrico Carofiglio a proposito della querelle con causa civile in corso contro Vincenzo Ostuni, editor di Ponte alle Grazie che l’aveva definito “scribacchino” e “mestierante”.
Non ho mai letto un libro di Carofiglio, posso al più notare che anche lui fa parte della categoria di persone che non si peritano di querelare: ma c’è una cosetta che mi ha lasciato particolarmente perplesso, e che ho scelto di condividere con voi.
Carofiglio afferma infatti «Si può dire “il tuo libro fa schifo”, anche se non è elegante. Non si può dire: “tu mi fai schifo”». La parolina che non mi torna è quel “mi”. Per quel poco che può valere la mia opinione, nei quasi trent’anni che interagisco col mondo in modo diverso dal faccia-a-faccia, ci sono state parecchie persone che mi hanno detto cose simili a “tu mi fai schifo”. Bene, nella gran parte di questi casi la mia stima per quelle persone era così bassa che sapere che a loro io facevo schifo era un punto d’onore: voleva dire che ero nel giusto. Altra cosa è trovare qualcuno che diceva “tu fai schifo”, cioè un giudizio globale e non personale.
È possibile che i giudizi espressi da Ostuni fossero di questo secondo tipo: ma a questo punto è ancora più strano che uno come Carofiglio, che con le parole dovrebbe avere bene a che fare, faccia un simile spostamento di affermazione. Misteri del piccolo mondo della letteratura contemporanea, mi sa.

io

La mia tesi ormai mutilata

Come probabilmente vi ho scritto non so quante volte, io ho due lauree: una in matematica e una in scienze dell’informazione. La prima è la laurea vera: la seconda l’ho fatta perché mi bastavano sei esami e una tesi, il tutto prendendomela molto con calma mentre lavoravo. Due esami il prim’anno, uno il secondo, tre il terzo, il quarto non ho fatto nulla e poi mi sono deciso a presentare una tesi nella sessione di febbraio per evitare di pagare altre tasse universitarie.
Avrete capito che non l’ho assolutamente presa sul serio. Ho scritto una tesi su un algoritmo che avevo ideato e testato per lavoro e che non funzionava per nulla; beh, migliorava dello 0,1% il riconoscimento triplicando il tempo impiegato, mettiamola così. Ho chiesto a un professore che conoscevo via Fidonet se mi faceva da relatore, salvo poi scoprire all’ultimo momento che non poteva farlo perché era diventato ordinario a Torino dall’anno accademico 1990-91 e la sessione di febbraio era quella dell’anno 1989-90; sulla tesi c’è così la firma ufficiale di un’altra professoressa che non ho mai visto né sentito (nemmeno durante la discussione :-) ); e via discorrendo.
La settimana scorsa una mia amica, con cui ai tempi avevamo lavorato insieme, mi ha chiesto se avevo una copia della tesi da mandarle. Io le ho risposto “guarda, purtroppo in uno dei miei mille traslochi di PC e di casa ho perso la versione elettronica; se vuoi ti mando quella cartacea”. Ho controllato a casa, e scoperto che mentre ho svariate copie, anche una sfascicolata, della tesi di matematica, di quella di informatica ne avevo solo due. Vabbè, mi metto a scansionarla e via. Finita la faticaccia, mi sono accorto che nella fretta avevo tagliato alcune pagine, e le ho riscansionate… accorgendomi che non esisteva pagina 66. Quando portai le copie a rilegare, probabilmente persi quella pagina: e visto che sono state rilegate tutte insieme sono ragionevolmente certo che neppure all’università (se non l’hanno già mandata al macero, e se l’alluvione del 2000 non l’ha irrimediabilmente bagnata) la mia tesi ha pagina 66.
Tanto chi volete che l’abbia mai aperta?

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