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De Mattei, Sodoma e Gomorra

Dev’essere davvero dura la vita del vicepresidente del CNR Roberto De Mattei. Non solo è costretto, pur di rendere noto al mondo intero il messaggio divino, a esprimere concetti sempre più forti che però hanno sempre meno spazio sui media “laici” (no, non è una campagna anticattolica, ma il semplice risultato della mitridizzazione dell’opinione pubblica) ma viene anche indirettamente rampognato da padre Cantalamessa (che – nomen omen – è il predicatore pontificio…) e financo dal Papa stesso, tanto che nel suo sito si sente in obbligo di esprimere delle controaffermazioni sul contenuto della predica stessa… argomentazioni, le sue, che mi sa non siano state raccolte dalla stampa. Proprio un complotto, non c’è che dire.
Ora io sono notoriamente un pessimo cattolico, e non ho certo una formazione teologica. Però, quando sento parlare di distruzione per castigo divino, mi torna subito in mente la storia di Sodoma e Gomorra. Il capitolo 19 della Genesi, quando gli inviati del Signore arrivano da Lot e subito i sodomiti vorrebbero abusare di loro, è sicuramente ben noto a tutti almeno nelle grandi linee; ma magari molti non hanno mai letto il capitolo precedente, quello dove Dio comunica ad Abramo che è pronto a distruggere le due città e il profeta, peggio di un commerciante levantino, inizia un tiremmolla convincendo Dio a promettere che non avrebbe distrutto la città se avesse trovato un numero abbastanza alto di giusti; numero che inizialmente Abramo pone a cinquanta, per scendere via via fino a dieci. Potremmo argomentare che Dio, essendo onnisciente, ha giocato un po’ come il gatto con il topo; ma è anche vero che Lot, in qualità di giusto, viene fatto fuggire. Insomma, il castigo di Dio secondo la Bibbia non cade ugualmente su buoni e cattivi, ma c’è comunque una separazione.
Eppure secondo De Mattei questa separazione non ci sarebbe stata; il terremoto + tsunami giapponese è simbolo del castigo di Dio. Ma allora non c’era nemmeno un giapponese “buono” e risparmiato? Non mi pare che il successivo riposizionamento di De Mattei, con la “sofferenza vicaria” delle anime che si offrono volontariamente in espiazione, sia applicabile, anche perché in tal caso il castigo non sarebbe dovuto esserci stato. Non parliamo poi del Dio che vorrebbe il male “per accidens”; a questo punto sarebbe un ribaltamento a 180 gradi del suo pensiero originario e allora le altre tre schermate di giustificazioni sarebbero inutili. Oppure siamo noi che non ci siamo accorti di un rivolo di nipponici giusti che si sono allontanati di soppiatto dall’area devastata prima del giorno fatale? O peggio ancora, nessuno ha cercato di intercedere con Dio per risparmiare il Giappone? Questa sì che sarebbe una vergogna: Roberto De Mattei dovrebbe fare pubblica ammenda e penitenza per questo suo atto di superbia che ha impedito a molti giusti il poter vivere ancora lunghi anni!

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Chiesa cattolica e pedofilia

Vabbè, che Richard Dawkins voglia fare arrestare papa Benedetto XVI per crimini cntro l’umanità mostra semplicemente come Dawkins sia bravo a farsi pubblicità. Ma d’altra parte tutta la campagna attuale è nata facendo volontariamente confusione tra i vari piani di lettura.
Premessa: anche un solo prete pedofilo è un pedofilo di troppo.
Premessa 2: in quanto pedofilo, un prete pedofilo deve essere denunciato e portato alle autorità civili esattamente come un qualunque pedofilo.
Ciò detto, come fa la chiesa cattolica a scoprire che un prete è pedofilo? Se lo sa per confessione, l’unica cosa che può fare il prete è rifiutargli l’assoluzione, e (forse, il diritto canonico non è il mio forte) segnalare a qualche autorità di controllarlo per il futuro, proprio come il segreto professionale per l’avvocato può essere rotto solo se l’assistito sta per compiere un delitto grave. Inutile aggiungere che se la cosa fosse scoperta da qualcun altro, allora la gerarchia ecclesiastica avrebbe l’obbligo di collaborare.
Ma tralasciando per il momento tutto questo, qual è l’importanza dello spretamento dei preti pedofili, la cui mancanza porterebbe all’accusa di crimini contro l’umanità? Tale importanza può solo esserci all’interno della chiesa cattolica e sicuramente farà allontanare molti fedeli, ma dal punto di vista penale è assolutamente irrilevante.
(ps: per la cronaca, le controstatistiche sull’ampiezza della pedofilia tra i sacerdoti rispetto al resto della popolazione sono fallate in partenza non tenendo conto dell’inferenza bayesiana: ma v isto che tanto queste non sono cose su cui fare le statistiche col bilancino, non importa)

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si litiga sul lezionario ambrosiano

Non credo che la cosa interessi a molti, ma è poco più di un anno che nel rito cattolico ambrosiano (insomma, quello delle messe a Milano) è stato adottato un nuovo lezionario; insomma, vengono fatte delle letture bibliche ed evangeliche diverse da prima e diverse da quelle che si fanno in tutto il resto del mondo. Si sa, gli ambrosiani hanno sempre voluto fare di testa propria; tanto per dire, ieri non era il mercoledì delle Ceneri, che di per sé non esiste nemmeno visto che l’imposizione delle ceneri è il primo lunedì di Quaresima.
Non è che questo nuovo lezionario abbia suscitato chissà quali entusiasmi, almeno a quanto ho sentito io; ma non mi aspettavo che il mormorio arrivasse fino a gente come il cardinale Biffi, come ho scoperto leggendo Sandro Magister. Io sono fatto strano, ma mi diverto più a leggere di queste diatribe piuttosto che le beghe meschine sul caso Boffo…
(il mio giudizio da assolutamente non addetto ai lavori: mi è sembrato che la chiesa milanese abbia voluto rimarcare la diversità con Roma e le sue origini più legate alle chiese orientali, ma che abbiano voluto strafare)

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Forse Dio non c’è, ma non lo si può dire

A quanto pare, anche l’ultimo tentativo di campagna pubblicitaria dell’UAAR sulle fiancate degli autobus è saltato. La frase, “La buona notizia è che anche Zeus non esiste. Quella cattiva, è che solo di Zeus puoi dirlo”, sembra che andasse bene; ma la “firma” no. Per la cronaca, il messaggio era siglato “uaar.it – Liberi di non credere in Dio”.
A me la frase scelta per la campagna (e che ricordo non è la traduzione di quella apparsa nel Regno Unito) non è che piaccia, però è preoccupante che qualcuno – chiunque sia stato – possa obiettare sul testo “Liberi di non credere in Dio”. La logica conseguenza è infatto che questa libertà non esiste, o a essere molto buoni deve essere tenuta assolutamente nascosta. D’accordo, come cattolico potrei citare Giovanni 8, 31-32 («Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi») ai quali un ateo potrebbe ribattere con Amos 4,10 («Essi odiano chi ammonisce alla porta e hanno in abominio chi parla secondo verità.»); molto più banalmente trovo che non bisogna aver paura di quello che uno afferma, ma solo di quello che uno ti costringe ad affermare.

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Bagnasco e il non diritto alla morte

Ho letto l’intervista rilasciata dal cardinal Angelo Bagnasco, e mi è venuto ancora di più il sospetto che la strategia comunicativa della chiesa cattolica stia subendo un’involuzione piuttosto pesante, o detto in altro modo “non sono più capaci a parlare”. Ricordo che Bagnasco è il capo della Conferenza Episcopale Italiana, non un prete peon qualunque.
Per sicurezza sono andato a leggere il testo ufficiale della sua prolusione, o almeno quello che in questo momento è disponibile su Avvenire che è il quotidiano della CEI. Io ad esempio trovo buffo che Bagnasco affermi «vorremmo anche dire – sommessamente ma con energia − che non accetteremo che il Papa, sui media o altrove, venga irriso o offeso» e non gli venga neppure in mente di citare il Discorso della Montagna, che è una delle poche pagine evangeliche note anche a chi cristiano non è… come la maggior parte degli italiani, del resto. È anche interessante notare come la parte più propriamente legata alla vita pastorale e alla situazione delle chiese locali italiane sia compressa nell’ultimo terzo della prolusione, quasi come se fosse una noiosa incombenza da dover comunque aggiungere.
Il punto che però mi ha più preoccupato è il lungo brano in cui ha spiegato come il caso Englaro sia stato «una operazione tesa ad affermare un “diritto” di libertà inedito quanto raccapricciante, il diritto a morire, cioè a darsi e a dare la morte in talune situazioni da definire.». Beh, immagino che un generale di corpo d’armata quale è Bagnasco ne sappia abbastanza, di diritto alla morte… ma a parte le battute io ho trovato un vizio di base nel ragionamento fatto.
Tutta la lunga premessa di Bagnasco sulle due diverse concezioni di libertà è in effetti assolutamente condivisibile, e personalmente mi sembra giusto che la Chiesa cattolica affermi con forza la sua concezione di libertà. Quello che però non vedo è il nesso logico che porta Bagnasco a negare che qualcuno possa avere una concezione diversa di libertà in un caso che non tocca nessun altro, e che appunto questo caso possa portare all’eutanasia. Un conto è deplorare la “nichilista libertà”, o far notare che io non posso avere la libertà di sparare al primo che mi capita sotto tiro; un altro conto è dire che io faccio male a tutti se io mi ammazzo. Io ho sermpre ritenuto il suicidio una sconfitta estrema, ma come ho già scritto non mi sognerei mai di vietarlo: potrei solo fare tutto il possibile per cercare di convincere l’aspirante suicida a evitare di ammazzarsi. Tutto questo, oltre a non essere di nuovo evangelico (il padre del figliol prodigo mica va a cercarlo in giro… aspetta che sia lui a ritornare) è anche controproducente, perché è un approccio che porta molti meno consensi che dire ad esempio che la volontà di Eluana Englaro non era effettivamente comprovata.
Ecco: quando un discorso come quello di Bagnasco non tocca né la testa né la pancia della gente, mi sa che c’è qualcosa che non funziona nella strategia comunicativa.

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Tradurre può fare male

Leggo da Language Log che nel “liberato” Afghanistan un tribunale ha condannato a vent’anni di reclusione Ahmad Ghaws Zalmai e Mushtaq Ahmad. La loro colpa? Il primo ha tradotto il Corano in lingua Dari, e l’altro ha approvato la traduzione. Lo stampatore del libro ha avuto una condanna a “soli” 15 mesi.
Secondo Bill Poser di Language Log, il problema non era che la traduzione introducesse delle eresie nel testo, ma era proprio nel manico: visto che il Corano è stato dettato da Allah a Maometto direttamente in arabo, tradurlo in un’altra lingua significa e chiamarlo “Corano” significa compiere un sacrilegio.
So che qualcuno mi dirà che fino a quarant’anni fa la chiesa cattolica continuava a dire la messa in latino; ma le traduzioni cattoliche della Bibbia c’erano eccome, come si può facilmente vedere. So anche che non tutti gli islamici sono così (quantunque il giudice abbia affermato che la pena di morte richiesta dall’accusa sarebbe stata fattibile…). Però la cosa mi preccupa lo stesso tanto.

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La politica di B16

Lasciate perdere la cordiale telefonata tra Angela Merkel e Benedetto XVI. Queste sono i soliti teatrini ad uso del pubblico leggente, un po’ come la lettera di Obama a Veltroni (anche personalizzabile!)
Io preferisco notare questo e questo. Detto in altro modo i lefebvriani, pur di incassare il loro risultato politico-religioso che è quello di minare dall’interno i risultati del Vaticano II – non ho letto da nessuna parte una ritrattazione delle dichiarazioni “il Concilio? è un’eresia” – preferiscono cogliere al balzo una vicenda drammatica ma tangente rispetto agli ordinamenti, per spostare l’attenzione su cosa si sta davvero facendo.
Ogni somiglianza su quello che avviene dall’altra sponda del Tevere è probabilmente casuale.

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