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cifre tonde

[diecimila visite su aNobii] È un po’ di tempo che uso aNobii per catalogare i miei libri. In realtà non sto catalogando nulla, nel senso che aggiungo sì i libri che compro o mi procuro in biblioteca, e ho copiato tutte le mie vecchie recensioni, ma non mi sono mai messo a tirare giù dalla libreria la mia collezione di libri matematici, per non dire dei classici. Ma ce la potrò fare, ne sono sicuro.
Ad ogni modo, una delle cose simpatiche del sito per i compulsivi come me è la lista di statistiche. Ad esempio, posso dire che ho nel mio scaffale virtuale 301 libri, 276 dei quali commentati da me; i commenti favorevoli ai miei commenti sono stati 374, purtroppo la privacy non mi permette di sapere quanti e quali sono stati i commenti negativi.
Ma il numero tondo di oggi è quello delle visite alla mia libreria virtuale: stamattina ho toccato le diecimila, con Euridice che pertanto si merita un bell’applauso! ;-)

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numeri ricorrenti

Non sapendo che fare, ho firmato per la partnership con IBS, partendo dal principio che tanto quando faccio le recensioni dei libri li linko già e allora tanto vale vedere se mai mi arriveranno due euri (ma non preoccupatevi, potete sempre comprarvi i libri dove volete, o anche prenderli in biblioteca!)
Il numero che mi è stato assegnato è 4284, e 84 è il doppio di 42. Secondo me, mi hanno sgamato.

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eh sì, il copyright

Mi è capitato di arrivare a questa intervista a Stefano Bartezzaghi su wuz (cioè su Internet Bookshop) e notare che la foto di Stefano è quella che io avevo postato su wikipedia. Di per sé non c’è nulla di male: la licenza della foto è una Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.5 Italy, e il suo riutilizzo è pertanto lecito ovunque, anche in ambito commerciale. E poi, diciamocela tutta, la foto non è che sia venuta così bene :-)
Quello però che non mi piace è che non ci sia scritto in piccolo “presa da Wikipedia”, con link alla pagina originale: oltre che essere un obbligo di legge vista la licenza, è un piccolo gesto di attenzione per la fonte. Ma me ne faccio una ragione, e d’ora in poi non mi preoccuperò più del fatto che io usi le miniature di ibs.it per le recensioni dei miei libri (che comunque puntano a ibs.it, quindi faccio loro un favore in ogni caso!)

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“L’inverno più freddo? Un’estate a San Francisco”

Anni fa avevo sentito questa battuta, e avevo pensato “ah, che stupidaggine”.
Stamattina (16 giugno, ricordo) mi sono svegliato alle 6 del mattino un po’ infreddolito, e ho scoperto che Anna non solo si era tenuta il plaid ma aveva anche esercitato un’attrazione gravitazionale sul copriletto, lasciandomi solo il lenzuolo. Oggi a pranzo sono uscito per andare in posta e ho indossato la felpa, e garantisco che non avevo caldo.
Capisco che – almeno a vedere le previsioni del tempo – dopodomani avremo 30 gradi e un’umidità relativa piuttosto vicina al 100%, e rimpiangeremo questi giorni di fresco; però posso dire che per essere novembre mi sembra che le giornate siano un po’ troppo lunghe?
PS: piove.

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Ambi.mau.

[ambigramma su Maurizio Codogno] Ieri ho tentato di fare un po’ d’ordine tra le cartacce di casa. Non ci sono riuscito, o meglio ho preparato una pila di quindici centimetri di roba ormai inutile ma ad esempio devo ancora riordinare gli estratti conto.
Ad ogni modo, tra i vari fogli foglini foglietti nel caos dei miei raccoglitori, ho trovato l’ambigramma mostrato qui in figura. Se non sapete cosa sia un ambigramma e non avete cliccato compulsivamente sul link qui sopra, ve lo spiego subito: è un calligramma[*] che ha due letture diverse, oppure una doppia lettura dopo che si applica una rotazione e/o una riflessione del testo. In pratica, se ruotate di 180 gradi l’immagine, trovate di nuovo scritto “maurizio codogno”. A dirla tutta, l’immagine postata è stata ruotata :-).
Assolutamente inutile, lo so: ma questo è un ambigramma d’autore, e l’originale è anche apparso nel lontano 2002 in una mostra qui a Milano, quindi ci sono affezionato!
[*] sì, sono bastardo dentro. Un calligramma è un testo scritto come se fosse un disegno.

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Sembrava la volta buona

Dopo cinque date proposte e poi cancellate, sembrava che finalmente il 9 giugno fosse la volta buona per andare al Road Show. Ieri mattina era arrivata la comunicazione ufficiale, e ci siamo tutti affrettati a prenotare i biglietti del treno per Torino, visto che per i dodici apostol… ehm settimi livelli e quadri del mio gruppo non era stato ritenuto opportuno fare un’edizione locale.
Stamattina arriva un altro messaggio, che comunica che la presentazione è annullata “per indisponibilità dell’auditorium Tilab”. Mi vengono in mente varie possibilità, e mi sembra il caso di lanciare un sondaggio. A voi la parola, anzi il clic! ( i risultati sono qua)

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Una gita in Toscana (parte 3)

(le puntate precedenti: 12)
Anna e io siamo dei turisti peggio che mordi-e-fuggi: nonostante avessimo a disposizione due giorni, non ci siamo nemmeno dedicati a completare la visita di siena, ma ce ne siamo anche andati un po’ nei dintorni. Prima di parlare degli altri posti che abbiamo visto, faccio un cenno a dove – e cosa – abbiamo mangiato nelle due sere in giro. Dopo che ci è stato spiegato come i ristoranti a Siena fanno orari tedeschi e quindi alle 22 chiudono almeno la cucina, e dato che venerdì sera piovigginava anche, ed eravamo arrivati in albergo dopo le 21, abbiamo deciso di darci una mossa. Non che ci fosse nulla di così interessante e né troppo pieno né troppo vuoto, a dire il vero, tanto che alla fine siamo finiti a mangiare… pesce, per la precisione ai Tre Cristi. Il sito è tutto in flash, ed è il primo esempio in cui mi capita che con Firefox è rimpicciolito rispetto al “best viewed with Internet Explorer”. Ma tanto nel sito non ci sono i prezzi, così non vi spaventate. In due, per un doppio antipasto più primo (“La proposta”) e due calici di bianco, abbiamo speso cento euro. Intendiamoci, il pesce era molto buono, anche se per i miei gusti la tartara di tonno aveva troppo “cipollotto del su’ babbo” (del cameriere). Diciamo che è un posto dove si mangia molto bene e si spende molto. Sabato sera, su consiglio di Silvia, siamo invece andati a San Gusmè a cenare al da Sira e Remino. Lo stile è esattamente l’opposto: con cinquantacinque euro ci siamo riempiti, con due primi non esattamente nouvelle cuisine e due filetti molto apprezzati anche da Anna, che la carne la cucina spesso solo perché sa che mi piace ma non è così appassionata. Non aspettatevi solo un servizio rapido, ve lo dico subito: però se siete da quelle parti può valere la pena di fermarsi a cenare lì. San Gusmè, tra l’altro, è uno di quei paesini toscani medievali cinti da mura che sono rimasti praticamente intatti, o se preferite sono stati ristrutturati mantenendo lo stile. Personalmente, l’ho trovato molto più piacevole di Monteriggioni, che abbiamo visitato domenica mattina. Monteriggioni è bellissimo visto da fuori, con queste mura che fanno capire come fosse una fortezza militare: però l’interno è davvero troppo turistico per i miei gusti, con la presa in giro della “visita alle mura” che per un euro e mezzo ti fa fare venti metri da un lato e dieci dall’altro su una passerella interna alle mura stesse (e finanziata dal Montepaschi, nel caso uno avesse avuto dei dubbi). Diciamo che è una visita che si può lasciar perdere tranquillamente. Piuttosto è stato interessante passare da Abbadia Isola, a qualche chilometro a nord sulla provinciale, e vedere la chiesa medievale con una serie di archi “a settimo sesto”: non saprei come definirli, visto che sarebbero a tutto sesto se non fosse che il muro non è verticale ma pende verso l’esterno e l’arco si è adeguato schiacciandosi un po’.
Tra le nostre visite interessanti segnalo anche i due passi che abbiamo fatto per Castelnuovo Berardenga, che è il capoluogo del comune di cui San Gusmè fa parte. Il paesino non ha mura, ma è molto carino, con la sua bella piazza, la torre dell’orologio – che non fosse mai detto che il clero avesse il monopolio dell’ora esatta! – e una centralina fotovoltaica che però alle 19:30 non sembrava funzionare, si vede che ci vuole proprio il sole che picchia!
Al ritorno ho poi avuto la possibilità di guadagnare qualche punto-moglie, visto che ci siamo fermati a Barberino del Mugello. Non a vedere il Gran Premio di motociclismo che si teneva giusto quel giorno, ma a infilarsi dentro il locale Designer Outlet, che era stato venduto ad Anna come la quintessenza dei posti dove comprare vestiti. Faccio notare che c’erano vari cartelli che spiegavano che «il Designer Outlet è un nuovo modello di distribuzione commerciale che, in un contesto architettonico a misura d’uomo, rappresenta il luogo ideale dove il consumatore unisce allo svago e al relax la possibilità di fare acquisti.» (il neretto è loro: per la precisione era scritto in rosso), il che personalmente mi fa rabbrividire parecchio. Ad ogni modo, dopo un’ora Anna mi dice “guarda, non vale proprio la pena, se togli Ralph Lauren tutti gli altri negozi hanno robaccia. Di ore ne abbiamo comunque passate tre, due e mezzo togliendo la mezz’ora passata al ristorante. Fortuna che, pur senza un libro dietro, avevo almeno con me il palmare… buona parte di questi resoconti di viaggio sono stati scritti là, ve lo dico subito!
Ah: le foto le trovate su Picasa.

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Una gita in Toscana (parte 2)

Dopo che ci avete lasciati a Siena, siete ancora convinti di voler sapere cosa abbiamo fatto? Beh, peggio per voi.
Siena in realtà l’abbiamo visitata solo in parte, perché non è che Anna e io siamo degli stakanovisti delle visite turistiche. Siamo più stakanovisti zompettatori, al limite: il nostro albergo era a un paio di chilometri dal centro storico, ma ci siamo ben guardati dal prendere l’auto e ci siamo incamminati per una via trafficata, assolutamente inadatta al traffico pedonale (sessanta centimetri di “marciapiede” tra il guard rail e il muro, per dare un’idea) e che pure era frequentata da piu di un jogger. Non saprei dire qual è il rapporto causa-effetto tra l’inalazione di gas di scarico e l’obnubilamento delle capacità intellettive che porta una persona a scegliere un posto simile: ma sono sicuro che qualcuno prima o poi ci tirerà fuori un articolo da pubblicare su una rivista internazionale prestigiosa, e si beccherà la sua bella citazione sul Corsera o su rep.it.
A Siena c’è il Montepaschi. L’informazione potrebbe sembrare pleonastica, ma non è così. In effetti, Siena è il Montepaschi. Non puoi girare un angolo che non ti trovi qualcosa targato MPS in un modo o nell’altro, per non parlare di tutte le opere varie sponsorizzate dalla fondazione MPS. Bisogna dare però atto che ad esempio la città è pulita, senza tutte le cartacce che potremmo aspettarci in un luogo pieno di turisti ancorché spesso stranieri.
A Siena fanno pagare l’accesso al duomo, e credo che sia l’unica città d’Italia che lo faccia. Tre euro a cranio, oppure il biglietto cumulativo da dieci euro che permette di vedere anche cripta battistero museo dell’opera metropolitana e l’oratorio di san Bernardino che però non abbiamo visto. Il trucco dovrebbe essere di iniziare il giro, chiamato “My name is Duccio” – in inglese, sì – da qualche altra parte, così non si fa coda. Noi non lo sapevamo. Ah: Siena è un comune dove si risparmia sulla carta, e se tu compri due biglietti – qua o al palazzo comunale – ti danno un biglietto per due persone. Il duomo ha metà pavimento coperto, per non rovinarlo; non è che abbiano messo del plexiglas che ti permetterebbe di vedere qualcosa, ma hanno scelto di coprirlo con dei pezzi di formica o roba simile, cosa di grande utilità pratica. La libreria Piccolomini attaccata a una parte è piena di codici e affreschi, illuminati davvero bene; solo che non si capisce assolutamente nulla di cosa c’è.
Oltre al duomo, come ho detto c’è il battistero – che da fuori sembra una chiesa e non un battistero, anche perché è sotto il duomo sfruttando la collocazione su una collina. Lì ti vengono lasciati degli specchi per vedere il soffitto senza piegare il collo; il fonte battesimale è interessante perché è esagonale e ha agli angoli le statue che rappresentano le virtù cardinali e teologali. La parte interessante? Le virtù sono sette, e quindi ne hanno dovuto lasciar fuori una. La scelta è toccata alla temperanza, che è sempre quella meno apprezzata… La cripta è a metà tra duomo e battistero, e ha degli affreschi duecenteschi che erano sconosciuti a tutti fino a dieci anni fa, quando li hanno trovati per caso. I pittori non saranno il massimo, ma l’averli lasciati all’oscuro per più di settecento anni significa che i colori sono davvero spettacolari, cosa che non ti aspetti per nulla da un affresco. Certo che ai tempi non dovevano essere considerati chissà cosa, visto come erano stati trattati: oppure erano diventati fuori moda.
Il museo dell’opera contiene varie opere di Duccio di Boninsegna, a partire dal rosone che stava inizialmente nella facciata del duomo – e bisogna dire che in questo modo è molto più semplice da osservare – e arrivando alla Vergine Trionfante (fronte e retro) dove si può vedere che la profusione di oro non è fine a sé stessa ma permette di vedere l’abilità del pittore. Poi avere le sedie a disposizione per fermarsi tranquillamente a gustarsi il quadro nei minimi particolari è un vantaggio assoluto rispetto a tanti altri posti: purtroppo – ma questo capita ovunque a Siena – occorre arrivare con una guida appresso, perché di informazioni sul posto ne trovi sempre zero. Dal museo si arriva al Facciatone, che non è il risultato di una botta contro un muro ma quello che sarebbe dovuto essere l’inizio del Nuovo Grandissimo Duomo, grande il triplo di quello attuale e che non è mai stato portato avanti per mancanza di soldi. Chissà, forse il Montepaschi nacque proprio per recuperare i fondi… Ad ogni modo, il Facciatone è un ottimo punto per vedere Siena dall’alto, forse anche meglio della Torre del Mangia dove però non siamo saliti.
A proposito di quest’ultima, la nostra visita specifica senese ha anche contemplato il palazzo civico, tranne la Loggia dei Nove che era chiusa “per alcuni giorni” a causa di lavori vari. Non che il biglietto di ingresso fosse scontato, intendiamoci. Io mi sono molto divertito a vedere la Sala del Risorgimento, affrescata a fine ‘800 – e se ci pensate è una cosa stranissima – con gli episodi della vita di Vittorio Emanuele II. Per una volta c’erano tutte le didascalie che spiegavano i vari episodi, in maniera assolutamente divertente per chi conosce un minimo di storia patria. Naturalmente ci sono poi tutte le altre sale di stile più medievale, ma in un certo senso uno si immaginava di vedere quelle cose. Poi c’erano finalmente dei cartelli con le didascalie, anche se scriverli in nero sul marrone legno non è stata una grande idea.
Posterò anche una terza e ultima parte su cibi e dintorni; aggiungo solo che sono stato riconosciuto dal collega di tanti anni fa Roberto Pieraccini, uno dei maggiori esperti mondiali di riconoscimento della voce, che era casualmente in Italia e a Siena (oltre che essere molto più fisionomista di me, considerando che ci eravamo visti l’ultima volta dieci anni fa. Io l’ho riconosciuto dalla voce). Inutile, non posso andare in giro in incognito!

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