auguri, Maria!
Più o meno in questo momento, nella tulipanosa Olanda, la novarese doc Maria si sta sposando il suo bel sudanese alto come me e largo una volta e mezzo :-)
Più o meno in questo momento, nella tulipanosa Olanda, la novarese doc Maria si sta sposando il suo bel sudanese alto come me e largo una volta e mezzo :-)
Ho notato dei nuovi cartelloni pubblicitari con una foto che ho già dimenticato e un nome di sito che sulle prime mi sembrava un errore grammaticale: dontouchmy.com. Poi mi sono ricordato della pubblicità della Breil, “Don’t touch my Breil”. In effetti nel poster c’è anche indicato in basso a destra breil.com.
Però sono rimasto stupito dell’idea di avere un nome di sito senza la marca del prodotto pubblicizzato…
Repubblica.it ha un articolo sui navigatori internet in Italia. Può darsi che i sondaggi che hanno fatto siano veritieri; sicuramente, come afferma Nando (che se avesse un sito raggiungibile linkerei anche…), «Non avendo soldi per commissionare una ricerca statistica in Italia, l’hanno fatta fare in Albania e hanno tradotto il report dall’albanese in italiano con Babelfish.»
Ho catturato l’ultimo paragrafo, che potete vedere qui sotto, perché sfido chiunque a trovarci un significato semantico. L’articolo è apparso prima delle 17, e adesso (ore 23) è ancora identico…
“… pensa che vada pagati, anche e soprattutto quando lo sa si fa su internet” (no, non è sesso, almeno credo). “… il 22% [manifesta una tendenza] bassa che vuol dire nulla” (le graduatorie spiegate al volgo?)
Non so più cosa pensare, ditemi che è uno scherzo!
Non penso che questo libro (Stanislaw Lem, Ritorno dall’universo, Mondadori Oscar Fantascienza 75, p.277, ISBN 88-04-32033-8, trad. Pier Francesco Poli) sia ancora in commercio. Da un certo punto di vista è un peccato: in fin dei conti non è un brutto lavoro. Devo dire che le prime 40 pagine mi hanno dato un senso di rabbia e di incomprensibilità: andando avanti ho capito che era esattamente quanto Lem voleva, per farci entrare meglio nei pensieri del protagonista; la traduzione è indubbiamente magistrale. Costui è un pilota di astronave, rientrato sulla Terra dopo quello che per lui è stato un viaggio di dieci anni ma per il mondo è durato cent’anni, e che scopre che ci sono stati progressi incredibili, ma che in compenso la gente ha perso la capacità di provare emozioni. La storia si continua a dipanare fino alla fine… che, come anche in Solaris, è un anticlimax. Ti lascia con l’amaro in bocca.
Ieri Anna è di nuovo partita per Gaeta (ah, qualcuno mi deve spiegare come sia possibile che ieri abbia messo trentaquattro minuti a fare un percorso che solitamente a quell’ora compio in 25 e alle 7 del mattino ne richiede 15…), e quindi sono solo in casa a dovere gestire due gatte. La cosa non è affatto banale.
Ieri sera Momo ha deciso che doveva vedere la mia schiena mentre ero su in studio a pacioccare col PC, e quindi si è infilata in uno spazio “libero” della libreria che abbiamo. Peccato che in realtà ci fossero un po’ di CD-ROM vari, e soprattutto che Momo non ha esattamente l’agilità che si aspetta da un felino: non è nemmeno colpa sua, visto che era stata trovata in strada quando aveva tre giorni, ed è stata amorevolmente allattata e cresciuta da Anna. Ad ogni modo, il risultato è stato un rovinio di dischi, alcuni dei quali – per i curiosi, l’enciclopedia di storia dell’arte – sono anche cascati giù per le scale: il tutto con uno sguardo più o meno svagato della colpevole.
Il peggio è però stato Ariel. Premetto che ieri sera avevo dato loro una scatoletta di cibo per gatti biologico, di quello per cui occorre accendere un mutuo. Peccato che non è che lo apprezzino molto, anche se alla fine più che il principio potè la fame e in effetti stamattina le ciotole erano bell’e pulite. Però un po’ prima delle 7 Ariel aveva già cominciato il suo show: raspate sulla porta, passeggiata sopra il mio corpo più o meno addormentato a letto, e miagolii insistenti. Alla fine mi alzo, e scopro che tanto per cambiare il frigorifero era aperto. Ariel ha due sistemi per indicare la sua riprovazione contro il trattamento disgattesco cui viene sottoposta: togliere terra dai vasi e possibilmente portarla un po’ in giro, e aprire il frigorifero. Una bella tirata con la zampa, e via. Notate che sa perfettamente che dentro non c’è nulla che le possa interessare, e infatti dopo avere compiuto il misfatto se ne va via. È proprio una questione di (suo) principio.
Stamattina per sicurezza ho rimesso il blocco “chiusura bambini” al frigorifero…
È la parola d’ordine questa settimana nel mondo politico: hanno cominciato i partiti della maggioranza, ma anche l’opposizione sta apprezzando il suo uso.
Cos’è la “discontinuità”? Beh, come tutti i concetti nella politica e soprattutto da noi il significato del termine è piuttosto fumoso e dipende da chi sta parlando: in ogni caso il concetto di “cambiamento” è presente, sia nelle versioni più forti di rottura completa col passato che in quelle deboli di modifiche più o meno visibili allo status quo.
Uno potrebbe chiedersi perché mai non usare allora direttamente “cambiamento”. Bravo. E poi bisognerebbe cambiare… Meglio lasciar perdere :-)
Stamattina ero con Anna al supermercato, e mi è saltato l’occhio sulla “Nuova Confezione Salvafragranza” dei corn flakes della Kelloggs.
Le “istruzioni per l’uso” (della confezione, non dei fiocchi!) iniziavano testualmente con Apri la confezione normalmente e versa in una tazza almeno una porzione di Kellogg’s Corn Flakes”.
Ora, è già qualcosa che uno possa aprire normalmente la confezione. Chessò, magari si sarebbe dovuto aspettare una notte di luna nuova, o usare uno di quei coltelli da televendita. No, nulla di tutto questo. Però mi chiedo perché bisogna versare almeno una porzione. E se io sono a dieta e ne voglio solo mezza, che faccio? scopro che non riuscirò a chiudere la confezione, perché l’atto stesso dell’apertura aumenta il volume dei fiocchi – oh, qui mica si scherza, l’umidità dell’aria può dare brutte sorprese – e quindi ne devo togliere almeno una porzione?
Confesso di non essere uno sperimentalista: non li ho comprati.
I giochini con il T9 sono abbastanza di moda: uno scrive una parola e vede cosa esce fuori. Marco Bini mi ha segnalato la scorsa settimana questa chicca per informatici: se uno digita “Harry Potter” ottiene appunto “Happy Router”.
Ora, d’accordo che occorre spesso usare formule magiche per fare in modo che i pacchetti IP vengano inviati su e giù per la rete, ma che si renda felice il router mi pare un po’ esagerato…