Mi sbaglierò, ma il fatto che a Pregnana Milanese si stiano costruendo tre (enormi) data center non mi pare troppo un male. Se quello che scrive il Post è vero, non si toglie terreno agricolo ma si riedifica dove c’erano capannoni industriali dismessi da tempo, dove tanto non c’era nessuno che avesse i soldi per bonificare. Poi magari anche i data center tra qualche anno finiranno a pezzi, ma questo non lo possiamo sapere…
Ultimo aggiornamento:: 2026-07-13
Le maggiori critiche verso i data center non sono verso il consumo di terreno, ma verso il consumo di risorse come energia elettrica ed acqua.
Inoltre non creano molti posti di lavoro, dato che il tutto si riduce a monitoring e manutenzionne a turni. Certo per i comuni ospitanti sono un affare, anche per la tassazione.
In Italia (ed in EU in generale) almeno non c’è il problema americano dell’aumento del costo dell’energia nel distretto dove sono presenti data center…
Adesso si tende a fare sistemi di raffreddamento dove l’acqua non viene fatta evaporare ma si ricicla. Per l’elettricità mi chiedo quale sia la vera differenza a parità di superficie industriale. Immagino che un data center ne usi di più (per il raffreddamento, più che altro), ma non credo molta.
L’energia necessaria per il raffreddamento è correlata all’energia necessaria alle CPU+GPU+apparati di rete, e sempre e comunque inferiore a queste. Molto spannometricamente il 20% del consumo energetico va in raffreddamento.
La densità di consumo (KWh per unità di superficie) è più elevato di molti impianti industriali per il banale motivo che spesso in una industria solo pochi macchinari “succhiano” tanta potenza, ed il resto relativamente poca, mentre un datacenter è noto per avere densità costantemente elevate.
Penso che ben pochi impianti possano competere con un data center oggi come oggi, a parte i casi eclatanti come gli altoforni, una fabbrica di vetro o ceramica consumerà di più, ma il resto è sotto, direi.
Prova ad approfondire aspetto impatto ambientale che nell’articolo è solo accennato, come ad es. potenziale inquinamento falde acquifere e dell’aria e vari altri effetti, tra cui aumento delle temperature. Vedi ad es. The data heat island effect: quantifying the impact of AI data centers in a warming world (“we estimate that the land surface temperature increases by 2°C on average after the start of operations of an AI data centre, inducing local microclimate zones”)
Fosse un articolo con revisione paritaria sapremmo che è stato vagliato da altri scienziati nei contenuti, ma così è come leggere un articolo su Focus (indipendentemente dalle università di provenienza, perché l’argumentum ab auctoritate resta una fallacia)
Gli effetti del cambio climatico sono talmente devastanti che mi chiedo se un giorno anche la grossa politica ne terrà conto. Per ora siamo ancora all’università che studia quanto disboscare per gli allevamenti bovini in montagna, le scorte d’acqua per l’innevamento artificiale sotto i 1.000 metri di quota, le vie cittadine ricoperte di ferrocemento per evitare la manutenzione del verde, ecc. ecc.
Però continuo a non vedere studi sull’effetto di sostituzione dei data center. Eppure è sempre più evidente che se ho un bel modello, meno persone (anche non particolarmente brillanti) possono produrre quello che avrebbe richiesto una ben superiore massa di competenze, carburanti, infrastrutture, materie prime, tempo e soldi. La riduzione dell’occupazione umana ha un impatto positivo sull’ambiente: capisco che non si possa dirlo quando si inaugura un datacenter, ma almeno calcolarlo quando si scrive un paper!
Gran parte della politica è convinta che l’ AI sarà in grado di trovare una soluzione al cambiamento climatico. Per cui per loro, più AI = più transizione ecologica.
Si, questa idea tecnocratico-positivista è ben pubblicizzata e servirà anche per la prossima ondata nuclearista (credo che ora stiano solo qualificando gli influencer da finanziare, ma già ci sono accenni). Però mi aspetto che, prima o poi, nella politica arriveranno nuovi concetti, magari per sostenere una massiva cementificazione in occasione dell’emigrazione ambientale (degli indigeni) o qualche nuova guerra di pace contro i nemici che bevono la nostra acqua prima che arrivi nei sacri confini.