Google+ chiude

Ho scoperto via il mio amico Antonello Sechi che dal prossimo luglio Google+ chiuderà (almeno per la versione customer). Direi che è molto indicativo dell’uso di quel social il fatto che durante un controllo gli informatici di Google abbiano trovato un baco di sicurezza piuttosto grave, e che nessuno si fosse accorto del baco. L’altra cosa che fa pensare è che – sempre secondo Google – il 90% delle sessioni Google+ dura meno di cinque secondi: in pratica il tempo per accorgersi di aver cliccato sul pulsante sbagliato.

Devo dire che in effetti in quest’ultimo anno era anche diminuito il numero di spammatori che cercava di iscriversi alla mia pagina Dewdney; in compenso quelli delle crociere continuavano imperterrimi a mandarmi pubblicità senze che io riuscissi a bloccarli. Non che fosse così importante, visto che tanto non ci passavo praticamente mai…

L’unico mio pensiero è che vedo sempre più difficile creare un’alternativa allo strapotere di Facebook. Bisognerà restare nelle sacche minimali di resistenza.

perché le dovrei seguire?

[chi seguire? Marianna Madia e Debora Serracchiani] Io uso molto poco Twitter. Seguo 79 persone, quasi tutti gente che conosco, ho 987 follower non so quanti dei quali siano bot. In genere rilancio le mie recensioni di libri, qualche rara volta parlo di matematica, e rispondo alle domande. Tutto qua. Non arrivo al livello di disinteresse che ho per Instagram, ma tra Twitter e me non è mai scoppiato alcun feeling: poco male, il mondo è grande.

Però, caro Twitter, mi spieghi perché mai dovrei seguire le signore Madia e Serracchiani? Cosa avrei in comune con i politici in generale e con le donne del PD? Quando mai ho parlato di loro? Ecco: se stai seguendo algoritmi di intelligenza artificiale per trovare i suggerimenti ti devo dare una brutta notizia: non funzionano per nulla. Spero per te che questi siano suggerimenti sponsorizzati, nel senso che hanno pagato per presentarsi in quella colonna. Sarebbe più onesto.

Zuckerberg ha pensato a me

Quando Facebook ha deciso che eravamo tutti bimbominka e ha cominciato a fare le animazioni quando scrivevamo “auguri / congratulazioni / baci” e simili mi è davvero saltata la mosca al naso. Ricordate che io sono anzyano, e per me la rete è fondamentalmente testuale: una cosa del genere grida vendetta al cospetto del dio della rete. Il risultato pratico è stato cominciare a storpiare le parole: “augùri / auguuuri / congratulescions” e così via.

Mi sa che non sono stato il solo: da qualche tempo, se uso una di quelle parole chiave appare una crocetta vicino che posso cliccare per evitare le animazioni. Era ora, anche se continuo a non capire perché la semplicità non sia il default.

Daniel Dennett e il pensiero critico

Riuscire a pensare prima di esprimere un’opinione sta diventando sempre più difficile: non tanto perché stiamo diventando più stupidi (quantunque…) ma soprattutto perché siamo esposti a troppe informazioni e non abbiamo il tempo di distillarle e ottenere della conoscenza. Mai come oggi occorrono insomma tecniche per riuscire a pensare “bene”: non grandi pensieri ma pensieri che abbiano un minimo di base. Cinque anni fa il filosofo americano Daniel Dennett esplicitò i suoi sette strumenti per esercitare il pensiero critico in campo filosofico. L’articolo originale del Guardian sembra sparito nelle secche di Internet, ma per fortuna è facile trovare una parafrasi dei suoi consigli. Eccoli qua.

1. Sfrutta i tuoi errori

Tutti noi sbagliamo. Quando ce ne accorgiamo o siamo costretti ad accettare la cosa, il nostro primo impulso è di trovare delle scuse; al massimo accettiamo la cosa e cerchiamo di nascondere anche a noi stessi l’errore. (Avrete già capito che, come del resto fa Dennett, mi sto rivolgendo a persone intellettualmente oneste. Se siete tra quelli convinti di avere sempre e comunque ragione, perché state leggendomi?) Ciò che invece dovremmo fare è fermarci, fare un bel respiro, stringere i denti e analizzare l’errore col maggiore dettaglio e nel modo più asettico possibile. Certo, farà male. Ma ci dà la possibilità di imparare davvero dagli errori, e non limitarci a evitare di rifare le stesse cose.

2. Rispetta il tuo interlocutore

Non è una banale massima di bontà, ma un trucco retorico e logico allo stesso tempo. Molto prosaicamente, se vogliamo persuadere gli altri dobbiamo fare in modo che ci ascoltino davvero, e non si limitino a rispondere automaticamente alle nostre affermazioni. Per avere qualche chance di riuscirci, dobbiamo evitare di essere pedanti, aggrapparci alle minuzie, insultanti, o banalmente non equi. Dennett dice che dobbiamo prima dimostrare di aver capito le loro posizioni tanto quanto loro stessi, e di essere onesti.

3. Attenti al clacson “certamente”

Mentre il punto precedente si applica quando ci troviamo in una discussione, questo viene usato quando stiamo leggendo un saggio, o almeno qualcosa in più di una battuta. A che serve un clacson, oltre che a far casino quando la nostra squadra del cuore ha vinto il campionato? Serve a segnalare una situazione di pericolo. Bene. Quando qualcuno scrive “certamente”, o parole simili come “ovviamente” è come se stesse suonando un clacson. Se una cosa è davvero ovvia o certa, perché sottolinearlo? Quello che spesso capita nella realtà è che l’autore non sia poi così sicuro che la cosa sia così certa e speri che il lettore la accetti senza pensarci troppo su.

4. Rispondi alle domande retoriche

Una domanda retorica non è poi troppo diversa dall’uso di parole come “certamente”: viene fatta per fare sì che l’interlocutore pensi (come sempre, stiamo parlando di persone in grado di pensare) che rispondere sia imbarazzante. Dennett fa l’esempio di una striscia dei Peanuts, dove Charlie Brown domanda retoricamente “Chi può stabilire cosa è giusto e cosa sbagliato?” al che Lucy replica immediatamente “Io.”, destabilizzando ancora una volta il povero Charlie Brown: se fosse un filosofo sarebbe costretto a riesaminare il proprio pensiero, non foss’altro che perché ha scoperto che in effetti c’è chi si arrogherebbe questo diritto.

5. Usa il rasoio di Occam

No, non è stato Occam a inventare il principio che porta il suo nome, e che al suo tempo – il XIV secolo – era noto come lex parsimoniae. Non è il nome che conta: l’importante e applicare l’idea, vale a dire non concepire una teoria complicata e stravagante se ce n’è una più semplice (con meno ipotesi necessarie e meno enti in gioco) che funziona allo stesso modo.

6. Non sprecare tempo con le idiozie

La legge di Sturgeon afferma “Il 90% di qualunque cosa è spazzatura.” Forse la percentuale è un po’ esagerata, ma il punto è che è inutile perdere tempo su temi che sono semplicemente sbagliati o falsi, il tutto per amore delle discussioni ideologiche. Chiudete subito: ci guadagnerete in tempo a disposizione e minore acidità di stomaco.

7. Fa’ attenzione ai profondismi

Dennett lascia questo punto per ultimo perché fa parte della sua pluridecennale lotta conto metafisici, mistici, teologi, filosofi postmoderni e poeti più o meno ermetici. Il termine “profondismo” (in inglese “deepity”) è stato coniato dall’informatico Joseph Weizenbaum ma è stato adottato da Dennett; un profondismo è “una frase che sembra essere un’importante e profonda verità, ma solo perché è intrinsecamente ambigua”.

Tutto questo ci servirà nelle discussioni in rete? Secondo me, non molto. Come chiosavo all’inizio, i punti elencati da Dennett servono per esercitare il pensiero critico, non per infilarsi tra le schiere dei beoti e uscirne – se non proprio vincitore – almeno vivo. Però applicare questi punti può servire (stavo scrivendo “certamente”…) a smascherare quanto ci viene propinato dai vari social guru in proprio oppure affittati da Chi Si Ritiene Importante. Come sempre ci vuole tempo, ma con un po’ di esercizio almeno i campanelli di allarme dovrebbero suonare subito. Vi sembra poco?

Chi diffonde davvero le bufale

La tesi di base di Scimmie digitali, il libro che io e Paolo Artuso abbiamo pubblicato all’inizio di quest’anno, è che la cosiddetta rivoluzione digitale di questi ultimi anni non ha in realtà cambiato il modo in cui noi esseri umani comunichiamo. Certo, sono cambiati i mezzi con cui comunichiamo: ma per quanto plastico il nostro cervello sia esso non può essere così diverso da quello di vent’anni fa. In fin dei conti, anche senza rifarci alle grandi scimmie antropomorfe come abbiamo raccontao nel libro, vediamo tutti come i temi alla base delle tragedie greche sono ancora oggi riciclati per film e serie televisive.

Il mio pensiero è sempre stato che le chiacchiere da Facebook non hanno nulla di diverso, né nei temi trattati né nel loro contenuto medio, dalle chiacchiere da bar di una volta, e da quelle in piazza ancora prima: tutt’al più abbiamo un numero maggiore di potenziali intelocutori, anche se la legge di Dunbar ci dovrebbe ricordare che non riusciamo fisicamente ad avere interazioni serie con più di un centinaio o due di altre persone: un’altra prova che non siamo poi cambiati più di tanto. Eppure sembra proprio che questo sia falso: oggi pare che i leoni da tastiera siano sempre di più, e che si stia precipitando sempre più verso un baratro che nemmeno la legge di Cipolla aveva previsto così profondo: per lui in fin dei conti la quantità totale di intelligenza nel mondo rimane costante, non in diminuzione. Come spiegare questa discrepanza tra la teoria e la pratica, oltre che ammettere che la teoria è sbagliata, cosa su cui però non cediamo per nulla?

Un punto importante è sicuramente il copia-e-incolla, che non nasce con Internet ma con essa ha certo avuto un impulso notevolissimo. Il mantra “CONDIVIDI SE SEI INDIGNATO!!!!11!!” presenta l’enorme vantaggio competitivo di non richiedere uso del cervello o capacità di lettura del resto del testo – lasciamo perdere la comprensione, sarebbe davvero pretendere troppo – ma solo un clic. Magari non ci ricordiamo nemmeno del motivo per cui avevamo cominciato a seguire quella pagina: chissà, all’inizio forse scriveva cose che ci interessavano, e non ci siamo accorti della lenta deriva dei temi da essa trattati, perché non possiamo seguire proprio tutto quello che ci arriva come ci ricorda il numero di Dunbar. O peggio ancora abbiamo scelto di fidarci acriticamente di loro, sempre per la stessa ragione dell’impossibilità di seguire tutto, e abdicato all’uso dei nostri neuroni.

Tutto questo però non è sufficiente. Certo, arrivare ai grandi numeri è più facile di un tempo. Certo, la natura sociale umana fa sì – da millenni… – che più persone si radunino maggiore è la quantità di idiozie che possono produrre, e l’aumento è molto più che lineare perché tutti fanno a gara per spararle più grosse. Ma anche così non si spiega questo boom, non foss’altro che perché i copincollatori seriali per definizione non sono di solito in grado di esprimere un pensiero compiuto più lungo di dieci parole. Di chi è dunque la colpa di questa deriva? Semplice. La colpa è di tutti i politici che fanno campagna elettorale permanente a colpi di tweet, scegliendo quello che pare il punto di vista più condiviso (che in realtà almeno inizialmente è il più urlato). La colpa è di tutti i giornalisti che invece che fare il loro lavoro si limitano a fare cassa di risonanza non solo dei tweet dei politici ma di tutte le peggiori beceraggini trovate, per aumentare l’audience e non dover faticare. Soprattutto la colpa è di tutti noi. Sì, la colpa è nostra. È assolutamente inutile rispondere nel merito a qualcuno che tanto non leggerà mai quello che scriviamo, e probabimente non lo capirebbe comunque; spiegare le cose in modo comprensibile è una cosa complicata, io cerco di farlo da anni in un campo di per sé poco controverso come la matematica e non ci riesco mica sempre. È stupido pensare di replicare ai loro slogan con altri slogan di segno opposto: l’incisività è un’arte ancora piû complicata della divulgazione, e non possiamo competere con i professionisti pagati per creare gli slogan per politici e affini. Infine è deleterio condividere anche solo per ridere i post più imbecilli che troviamo in giro. Il post sarà anche imbecille per noi, ma non lo è evidentemente per tanta altra gente, e condividendolo stiamo facendo gli untori permettendogli di raggiungere altri lettori “non vaccinati”. Bel risultato, vero?

Attenzione. Non dico di rassegnarci e tacere; una soluzione simile è forse ancora peggiore di quanto capita oggi. Invece che condividere oppure commentare su post in cui tanto nessuno ci darà retta, è forse più utile scrivere una risposta ex novo (meglio se pubblica) e taggare i postatori originari. In questo modo avremo il vantaggio di giocare in casa, di potere cancellare i commenti pavloviani senza nessun contenuto e soprattutto di non contribuire a propagare quanto scritto da altri. Chiaramente quanto scriviamo deve essere a prova delle truppe cammellate di segnalatori seriali – ma tanto non vogliamo mica scendere al livello dialettico di certa gente, no? – il che dovrebbe essere più semplice se ricominciamo da zero e non rispondiamo. Evitiamo di entrare nelle discussioni; come si sa, non conviene mai farlo con un minus habens, perché prima lui ti porta al suo livello e poi grazie alla sua esperienza vince facile. E infine cominciamo a condividere i post con cui siamo d’accordo. Non potremo mai arrivare ai numeri dei bercianti, per l’ottima ragione che prima di condividere dovremmo essere certi che il testo altrui è interessante e questo richiede necessariamente tempo; ma almeno sapremo di non essere soli e che la nostra fatica non è inutile. Non raddrizzeremo le zampe ai cani, ma daremo un bastone agli zoppicanti.

Facebook e i contenuti “da fuori”

[logo Facebook] Non so se ve ne siete accorti, ma è diventato praticamente impossibile per un sito terzo postare su Facebook per conto di un utente. In queste ultime due settimane ho scoperto che né Goodreads né Tumblr permettono più la condivisione, e mi dicono che lo stesso succede con Twitter e Youtube (dove però non l’ho mai provata). Per il momento Zapier (che copia queste mie notiziole sulla mia fanpage Facebook) sembra funzionare, ma a questo punto non so per quanto; il risultato pratico è che non vedrete più le condivisioni Goodreads delle mie recensioni di libri (ma tanto erano repliche di quelle dei miei post) né i miei rari post su tumblr, se non andate direttamente alla fonte. A me cambia poco, a voi ancora meno.

Quello che mi chiedo è però la logica di questo cambio di impostazione, che ripeto è da parte di Facebook e non delle varie applicazioni. Finora la filosofia di Zuckerberg era “facciamo diventare FacciaLibro il lavandino dove viene riversato tutto quello che si produce in giro, in modo che la gente si fermi qui e veda la pubblicità che gli inserzionisti pagano a me”. Una scelta di per sé logica. Ma ora sembra che le cose siano cambiate, qualcosa del tipo “sono abbastanza grande per convincere tutti a postare direttamente da me i loro contenuti”. È una mossa preoccupante, dal mio punto di vista: non tanto per me ma per Internet in generale. Ma la mossa potrebbe anche ritorcersi contro di loro, anche se mi sa che i tempi dei feed RSS per le masse sono ormai passati. Voi che ne pensate?

L’account Facebook può passare agli eredi

È chiaro: non potrei fare l’avvocato o tanto meno il giudice. Ci sono cose che proprio non capisco, come i sei anni necessari per arrivare alla corte suprema (tedesca, non è un problema nostrano) e vedere deciso che l’account Facebook di una ragazza morta sotto un treno quando aveva 15 anni fa parte dell’eredità e quindi la password deve venire consegnata ai genitori.

Avrei forse capito un po’ di più la linea di difesa di Facebook – il contratto d’uso era stato fatto con la ragazza, e quindi alla sua morte esso termina automaticamente – se si fosse trattato di una persona maggiorenne. Per quanto riguarda un minorenne non c’era storia: non dico che non è tutelato per la sua privacy, ma sicuramente un concetto di patria potestà esiste. Più che altro mi chiedo perché Zuckerberg abbia cercato in tutti i modi di evitare la consegna dell’account. Che possano accedere a tutti i profili degli utenti è così ovvio che non credo pensassero di cavarsela dicendo che era impossibile; il precedente che si è creato è per utenti defunti, che tanto pubblicità non ne vedono più e soprattutto non si lamentano. Mistero.