a cosa servono le pagine Facebook?

Io ho un account Facebook con nome e cognome, ma ho anche una pagina Facebook, “.mau.”. Qual è la differenza? Sull’account scrivo le mie cazzate (e posto le vignette che non fanno ridere), sulla pagina inoltro i post che scrivo sulle Notiziole. Se insomma state leggendo questo testo su Facebook, non siete sul mio profilo ma sulla pagina dello scrittore (mi sono categorizzato così). Non una grande differenza, lo ammetto.

Ma per Facebook la differenza c’è eccome! È qualche giorno che al secondo posto della mia bacheca, quello in cui appare il primo “messaggio sponsorizzato”, vedo un post di .mau. seguito dall’offerta di 30 euro di buono spesa “per diffondere l’annuncio pubblicitario”. Devo starci molto attento, perché se come faccio spesso scorro velocemente la pagina l’avviso sparisce – non chiedetevi quanto javascript ci sta in una schermata Facebook – e non ricompare tornando indietro. Capisco che Facebook guadagna i soldi così, e quindi come un pusher qualunque mi offre una dose gratis; ma perché mai tutto quello che scrivo su una pagina Facebook dev’essere pubblicità?

Aggiornamento (18:50) ho cambiato figura per ottenere un effetto inception.

tracciamenti pervasivi

Stamattina mi si è rotta la montatura degli occhiali. L’ho scritto sul mio socialino di nicchia preferito, che tra l’altro non ha nemmeno pubblicità. Dopo due minuti, Inoreader (il lettore di feed RSS) ha cominciato a mettermi pubblicità di Visionottica. (No, prima non c’era. Sto monitorando cosa mi fa vedere)
C’è qualcosa che non va, davvero.

La bolla cognitiva

Chi crede al riscaldamento globale? (sondaggio Gallup del 2015)

L’altro giorno sulla mia bacheca di Facebook si è fatto perigliosamente strada in mezzo alle giaculatorie e alle metadiatribe sull’esclusione dell’Italia dai mondiali di calcio questo articolo del New York Times, sul quale penso valga la pena di spendere qualche parola.

Come probabilmente sapete, gli statunitensi sono molto fortemente divisi su una serie di opinioni, e questa divisione rispecchia parecchio quella tra repubblicani e democratici. Fin qua nulla di nuovo, come non è poi così nuova – nel senso che è così almeno da un paio di decenni – l’alta correlazione tra voti democratici e grandi città da un lato, e voti repubblicani e zone meno densamente popolate dall’altro. In un sondaggio (di due anni e mezzo fa) sulla percezione del riscaldamento globale, però, era stata testata una divisione di tipo diverso: sempre tra democratici e repubblicani, ma in ciascun gruppo rispetto al titolo di studio dei partecipanti. Bene: tra chi era al massimo arrivato a finire le superiori, era molto preoccupato del riscaldamento globale il 45% dei democratici e il 23% dei repubblicani. Se si prendevano i laureati, i democratici preoccupati crescevano al 50% mentre i repubblicani preoccupati scendevano all’8%, come si può vedere nel grafico qui a fianco. Il NYT assieme a Gallup ha allora provato a vedere cosa succedeva rispetto ad altri temi. In molti casi, pur con una differenza di base tra democratici e repubblicani, c’era comunque una correlazione tra il titolo di studio e le percentuali; in altri casi la correlazione era inversa. La cosa è abbastanza ovvia su certe domande, come quella “paghi troppe tasse?” (anzi, “pensi di pagare poche tasse o comunque una quantità corretta?”. Anche la formulazione delle domande conta), ma almeno a prima vista meno ovvia su una domanda riguardo al riscaldamento globale.

Quello che succede probabilmente è che è vero che la grande maggioranza degli scienziati conviene che il riscaldamento globale esiste ed è pericoloso (al limite discute sulla causa principale), ma c’è una minoranza che è in disaccordo, e non si perita di affermarlo con dovizia di ragionamenti. Cosa capita allora? Che i primi a prendere posizione netta sono i più acculturati, che sono più esposti a questo tipo di discorsi. Però il tema non viene visto come scientifico ma come politico, e ogni gruppo segue soltanto la bolla di chi la pensa come lui: il confirmation bias, il pregiudizio della conferma, che ti fa accettare solo quello che corrobora le tue opinioni non informate. Tutto questo è un problema, perché sposta la discussione fuori dal piano scientifico e quindi la rende assolutamente inutile (perché la discussione non è neppure nel piano politico; il cittadino medio sa di politica quanto di scienza, il che non sarebbe nemmeno un guaio se poi non si finisse nel tifo da stadio).

Ad ogni modo, la cosa che mi ha fatto più sorridere è la fiducia nei mass media degli americani. I democratici ne hanno molta più dei repubblicani, e soprattutto nei repubblicani diminuisce con l’aumento del livello di studi mentre nei democratici aumenta. Tenendo conto che i media cartacei negli USA sono di solito smaccatamente filodemocratici, direi che riescono molto bene a fare il loro lavoro: peccato (per i democratici, intendo) che ormai siano residuali. I repubblicani mi paiono molto più seri a non credere a Fox News 🙂

Facebook, e farti gli affari tuoi?


Senti qua, Zuckkoso. I miei post su Facebook sono tutti pubblici. Il default è così, e non cambio mai la visibilità per un singolo post, per la banale ragione che se penso che qualcosa di quello che scrivo non sia per tutti allora non lo scrivo. Dovresti essere felice di ciò, visto che i default di visibilità sono stati resi sempre più pubblici; ma magari ti sei fatto una brutta fama e devi fare finta di avere a cuore la prìvasi degli utenti (ha, ha, ha). Insomma, capirei se tu mi scrivessi “guarda che i tuoi post possono essere visti anche dai nazisti del Vimercatese: ne sei proprio così convinto?”. Ma secondo te me ne frega qualcosa se un nazista del Vimercatese mette un like a un mio post? Non ti viene in mente che anche lui ogni tanto può sbagliare?

(Ecco, magari potrei arrabbiarmi se un nazista del Vimercatese condivide un mio post e gli fa dire l’opposto di quello che penso io: ma le condivisioni me le segnali già nel colonnino di destra, e questo mi basta e avanza)

Fakebook (ma anche Google Fake)

Ricordate che sei mesi fa Facebook aveva fatto partire un progetto per segnalare le notizie “contestate”? (non si può dire “fake news”, perché poi qualcuno si mette a piangere e si lamenta perché viene dato un giudizio di merito sulla sua meritoria opera). Anche Google News si era subito accodata.

Beh, a quanto afferma il Guardian le cose non stanno andando bene come si vorrebbe. Nel caso dell’attentato di Las Vegas i due giganti hanno messo tra le loro breaking news la “notizia” che lo sparatore era un “registered Democrat” (cioè non solo simpatizzante ma anche votante alle primarie) che aveva attaccato le politiche di Donald Trump. Insomma, i famosi algoritmi non sembrano funzionare così bene… ma del resto anche Enrico Mentana non ha ancora smentito la sua affermazione secondo cui «A quanto pare c’è davvero l’Isis dietro la strage di Las Vegas». Che pretendiamo?

Se loro lo scrivono è perché voi lo leggete

Se non ho capito male, parecchi quotidiani hanno raccontato con dovizia di particolari lo stupro avvenuto qualche giorno fa a Rimini. Almeno questo è quanto ho intuito leggendo non so quanti commenti su Facebook. No, meglio specificare: leggendo l’incipit di non so quanti commenti su Facebook, compresi quelli dell’assessora di Venaria che ha proposto la castrazione fisica contro di loro.

Tanto per chiarire: ho letto dello stupro e ho letto dell’arresto dei perpetratori. Non è che io voglia evitare certi tipi di notizie. Semplicemente, non trovo nulla di utile nel sapere certi particolari, che non cambiano per nulla la mia considerazione dell’avvenuto. Ma capisco perfettamente perché certa stampa li sbatte nero su bianco: perché tanta, troppa gente, ama leggere queste cose, giusto per potersi indignare sulla tastiera. Ecco: se a diffondere e commentare quelle notizie non ci fosse praticamente nessuno, buona parte dei ricavi pubblicitari legati alla visualizzazione sparirebbe, e magari questi comincerebbero a scrivere di qualcos’altro.

(non è un caso che non ci siano link in questo post, e nemmeno nomi 🙂 )

Gli “algoritmi umani” di Facebook

Mi è capitato solo ieri di leggere questo post di Arianna Ciccone che fa un po’ di considerazioni sull’aumento dei ban temporanei su Facebook: sempre più persone si trovano impossibilitate a postare per uno o più giorni perché un loro post è stato segnalato come non consono agli standard della piattaforma. Valigia blu ha raccontato che queste segnalazioni non vengono gestite da chissà quali algoritmi di intelligenza artificiale, ma da persone nel nostro caso italiofone – non necessariamente italiane, e sicuramente non di stanza in Italia – di aziende a cui viene subappaltato lo sporco lavoro di decidere in pochi secondi se quanto postato è effettivamente “punibile”. Le virgolette servono a ricordare che Facebook non è un servizio pubblico e può sempre fare quello che vuole. Arianna si chiede se Facebook abbia avuto il caldo consiglio di picchiare più duro sui discorsi d’odio più o meno diretti, oltre a non concordare con me sulla frase “Facebook può fare quello che vuole”, ma questo è comprensibile: come probabilmente sapete io non sono molto interessato a far conoscere il mio pensiero tanto al di là dei miei ventun lettori e quindi posso fregarmene, mentre per tanta altra gente usarlo diventa necessario. Ma questo non è poi così importante. Quello di cui invece vorrei parlare è la gestione delle segnalazioni.

Mentre per una tetta al vento è possibile immaginare che un algoritmo selezioni l’immagine e la mandi direttamente alla squadra di controllori, per i messaggi d’odio le cose funzionano ancora come una volta: quando un numero sufficiente di persone segnala un post, questo viene controllato. Il sistema funziona abbastanza bene in condizioni normali: ma non appena una persona o una pagina diventano abbastanza note è molto facile recuperare un gruppo di persone che segnali apposta un post normale che a loro non piaccia, sperando che nella fretta venga cancellato e magari il suo autore venga bloccato. Bene. Quello che mi chiedo è se non sia possibile (con i famosi mezzi algoritmici, o se preferite con i BigData di cui ci si riempie tanto la bocca) accorgersi come prima cosa delle segnalazioni di gruppo, e poi dare pesi negativi alle segnalazioni che corrispondono a post ritenuti buoni in prima o in seconda battuta. Questo sì che sarebbe un uso interessante, e probabilmente semplificherebbe anche la vita ai poveri censori a contratto…

Medium Partner Program

Medium soffre del solito problema delle aziende che offrono contenuti su Internet: come guadagnarci? Zuckerberg è riuscito a trovare la strada giusta (per il suo portafoglio): fare in modo che tutti si iscrivessero a Facebook, al che la produzione di contenuti risulta essere irrilevante (avete ben presente cosa si legge lì dentro, no?) perché i soldi arrivano da chi mette la pubblicità.
Il guaio è che questo approccio funziona per un solo attore, che poi è difficile da scalzare. E gli altri? Arrancano. Guardate Twitter, nonostante un testimonial come Trump. Medium ha lo stesso problema, acuito dal fatto che il suo modello (testi lunghi) richiede più fatica da parte di chi i contributi li deve creare, senza la facile via facebookiana del CONDIVIDI SE SEI INDIGNATO!!123! Se comprendo bene questo loro post, il modello a cui tendono è chiudere il sito a chi non paga, salvo permettergli di guardare qualcosa ogni tanto… un po’ come il Corriere, insomma. Parte dei soldi guadagnati finirà poi a chi scrive, un po’ come Kindle Unilimited.
Funzionerà? Non credo. Non tanto perché la gente non voglia pagare: ci sono mailing list a pagamento. Ma lì la differenza è che tu paghi la persona, non il modello dove non sai a priori chi leggerai. Notate che non è nemmeno il modello dei quotidiani, dove comunque tu trovi le firme degli editorialisti. (I giornali locali hanno ancora un altro modello, lo so). Diamoci appuntamento tra un anno.