Il like arcobaleno

Se usate Facebook, vi sarete accorti che alcuni post, oltre agli ormai usuali emoji (pollicione, cuore, faccina arrabbiata o triste…) hanno una bandierina arcobaleno. Come spiega bene Il Post, l’iniziativa è stata presa dal colosso zuckerberghiano per celebrare il Pride Month, il mese di attività ed eventi contro le discriminazioni nei confronti delle comunità LGBTQ.

Niente da eccepire sul Pride Month e quasi nulla da dire sul like arcobaleno: in fin dei conti per la festa della mamma hanno messo a disposizione un fiorellino e non mi pare che ci siano state levate di scudi. Peccato però che in questo caso ci sia una piccola differenza: l’emoji non è immediatamente disponibile a tutti, ma per ottenerlo occorre andare a mettere un like sulla pagina ufficiale con cui Facebook supporta la comunità LGBTQ, pagina che immagino otterrà un gazillione di like perché tutti vogliono avere la figurina nuova per la loro collezione. Risultato? Scopriremo come tutto il mondo ami in realtà le persone LGBTQ, e tutti i guai che passano sono colpa di poche pecore nere che in breve saranno ridotte a più miti consigli.

(A dire il vero credo che il piano di Facebook sia diverso: tra poco offrirà alle grandi aziende la possibilità di aggiungere il loro emoji favorito dietro esborso di un congruo compenso. Non so se la cosa sia meglio o peggio)

Il silenzio dei cognoscenti

La scorsa settimana l’ottimo Luciano Blini ha postato un pippone su come è cambiata la fruizione di Internet dal lontano passato (vent’anni fa, diciamo) a oggi.

Concordo sul fatto che un tempo si tendesse a usare il WWW per cercare informazioni, anche se non è vero che non si fornissero anche opinioni: Usenet serviva proprio per questo. Diciamo che le opinioni erano piuttosto informate: non so se ho imparato più cose sui Beatles leggendo rec.music.beatles.moderated che leggendo i libri sul quartetto, ma diciamo che è una bella lotta per stabilire quale sorgente mi è stata più utile. Vogliamo dirla in un altro modo? Si potevano fare domande e avere – non in realtime, ma con una sua buona approssimazione – risposte.

Poi sono arrivate le masse. Non so se la colpa della deriva che abbiamo visto è legata a Zuckerberg che ha imposto i nomi-e-cognomi reali per usare Facebook: ma Luciano ha ragione nel dire che tipicamente «il nostro target di riferimento negli anni è diventato il vicino di pianerottolo». (Sì, io e il mio vicino siamo amici su Facebook 🙂 ) Da buon matematico, credo che il guaio sia stato per l’appunto l’ampliarsi della platea. Non è che prima io avessi molto da dire all’aborigeno; ma non è nemmeno che ora io abbia molto da dire al mio vicino, o meglio quando ho qualcosa da dirgli vado a suonare al suo campanello. Però il numero totale di persone che posso seguire resta sempre più o meno lo stesso, e va a finire che prediligo chi mi sta più vicino e mi dà meno problemi di decodifica. (No, non è solo il problema della lingua; è proprio il parlare di cose più banali. Perché devo faticare a capire com’è la vita quotidiana dell’aborigeno? Guardo quella del vicino che è più o meno simile alla mia).

Il punto su cui però non sono affatto d’accordo è il suo attacco contro la “convivenza pacifica”: quella per cui, invece di rispondere ai nostri “contatti provinciali” mostrando loro le cazzate che stanno dicendo, preferiamo tacere per amore di quieto vivere e tutt’al più li silenziamo. Naturalmente sono contrario perché il tacere è una delle mie tattiche preferite 🙂 Lasciamo perdere i flame che scoppiano in ogni momento, perché non c’entrano con il discorso di Luciano: lì si assiste semplicemente alla contrapposizione di tifosi dove non c’è assolutamente alcun argomento logico né da una parte né dall’altra. A dire il vero io aggiungerei anche le pagine “Mentana / Burioni blasta laggente”: la mia sensazione è che sono seguite non tanto perché si pensi che il giornalista e il medico abbiano ragione e gli altri torto (occhei, magari lo si pensa anche ma solo a pelle, senza essere andati a verificare), ma soltanto perché i due fanno i circenses, e uno spettacolo sanguinolento è sempre stato apprezzato da moltissimi. Il punto è un altro. Perché se qualcuno continua a postare cose palesemente false – perché le ha trovate in rete da uno di cui si fida… – dovrebbe cambiare idea perché io gli posto altre cose? Ricordo che ci vuole fatica a verificare un’affermazione, e guarda caso le idee fallaci sono scritte in modo che non occorra fare fatica: la retorica è una grande scienza. Posso far notare al mio interlocutore una cosa una volta, due, tre; ma se non ci è ancora arrivato, è inutile perdere il poco tempo a mia disposizione, che posso sfruttare per cercare nel mio piccolo di far fare un passetto in più alla divulgazione delle cose, e sperare che quanto scrivo possa essere utile a qualcuno. Non si possono raddrizzare le gambe ai cani.

Sì, sono pessimista. Ma è il risultato di quello che vedo.

gli inserzionisti di Twitter

Riguardando i miei dati personali, Twitter mi ha detto «Attualmente fai parte di 1931 pubblici di 608 inserzionisti.» Mi sono anche fatto spedire la lista degli inserzionisti: i pochi nomi che ho riconosciuto sono di aziende che non fanno nulla che mi possa interessare, da @accenturejobsfr ad @amazonjp, da @aperolspritzita ad @audi, da @betfair a @blablacarbr. Spero che almeno il signor Twitter ci guadagni abbastanza da questa gente 😉

Ne sei proprio certo, Mark?

In questo momento Facebook mi ha presentato il riquadro mostrato nella figura: Atelier Rosaria Zippo, bridal shop, scrivendo “You recently visited this Page.” e chiedendo “If you recently interacted with this business, give them a rating or leave a review.”

Ho controllato per sicurezza sulla cronologia dei browser: non c’è traccia di quel sito, non ci sono passato nemmeno per sbaglio. E quindi?

Il Javascript di Facebook

Mentre salvavo su archive.is una copia dello status Facebook del senatore Bartolomeo Pepe per usarlo nel post di ieri, ho dato un’occhiata alla lista dei file scaricati per arrivare al risultato finale. C’erano diversi javascript di centinaia di KB ciascuno: immagino che in totale gli islandesi si siano dovuti scaricare svariati megabyte di programmi (che poi vengono eseguiti in locale, ricordo). È vero che probabilmente quando usa Facebook non deve sempre ricaricare tutto, ma comincio a capire perché da telefonino (e senza app, che ciuccia ancora di più…) ci vada sempre una vita prima di riuscire a vdere qualcosa. Ragione di più per usarlo il meno possibile 🙂

Denunce sociali (network)


Io non so chi sia la signora Gentilini e non so quale sia la sua storia: già in genere fuggo via dal clickbaiting, se poi devo vedere un video non ne parliamo. Ma l’idea che per fare una denuncia (sociale, immagino) qualcuno decida di pagare per un post sponsorizzato su Facebook mi sconcerta.

Facebook e le fake news

Avrete sicuramente letto che in questi giorni Facebook ha cominciato a testare la funzionalità di “segnalazione bufale”, che tanto clamore aveva suscitato all’atto del suo annuncio. Per il momento a quanto pare funziona solo per gli americani: almeno a me la pagina relativa di help mi dice “ciccia”. Leggendo però quanto scritto da Gizmodo concordo con loro: Zuckerberg ha fatto il miglior compromesso possibile. In pratica l’avviso è sulla singola notizia, e non su tutto il sito, e soprattutto si limita a indicare che la notizia è “disputed”, cioè controversa, e aggiungere le fonti che la indicano come tale. Devo dire che mi ha lasciato molto perplesso il fatto che tutto questo sia fatto da esseri umani: ero convinto che si potesse automatizzare praticamente tutto, anche considerato il fatto che se non erro la lista dei siti che sono stati scelti per controllare le notizie non è poi infinita. Tutt’al più mi sarei aspettato che oltre un certo numero di segnalazioni da parte degli utenti il sistema partisse per conto suo, e tutt’al più l’omino della situazione desse l’ok finale; ma leggendo il Post direi che non è così. Se questo non è possibile, vuol dire che i sistemi intelligenti non sono ancora poi così intelligenti nemmeno in un campo relativamente ben delimitato come questo; e tra l’altro i tempi di segnalazione si allungano parecchio.

Perché compromesso? Beh, semplice. Chi sceglie le terze parti che contestano un articolo è sempre Facebook, e così siti come RT possono criticare la cosa anche a ragione. Forse aggiungere anche la lista dei siti che ritengono reale la notizia aiuterebbe, perché almeno a prima vista ci sarebbe un certo qual equilibrio, ma qui si ritorna alla casella 1. Io non voglio che ci sia qualcuno che mi dica “questo è vero e quest’altro è falso”. Ma d’altra parte non ho nemmeno il tempo di informarmi su tutto a livello tale da riuscire a capire quando una notizia falsa-ma-ben-fatta è appunto falsa. È vero che almeno il 95% delle bufale su Facebook sono fatte così male che non ci vuole molto ad accorgersene, ma non è detto che in futuro sarà sempre così. Il risultato pratico è che dopo un po’ io comincio a ritenere un sito “affidabile”, il che è una cosa pericolosissima. Tanto per fare un esempio pratico, io spero di essere abbastanza affidabile quando si parla di matematica, ma sono totalmente inaffidabile se si passa alla fisica. Lo stesso capita per i siti: basta spostarsi appena un attimo dal loro core business, e prendono cantonate tanto quanto noi. Insomma bisogna continuare ad azionare il cervello (e probabilmente studiare un po’ di retorica per accorgersi dei trucchi usati nei testi, ma quello è in effetto più complicato). Vedere solo scritto “X e Y contestano la notizia Z” rischia di far passare automaticamente il concetto “Z è falso”, il tutto sotto il benevolente cappello di Facebook. Non è proprio possibile far fare un po’ di alfabetizzazione informatica, oltre a queste segnalazioni?

P.S.: Ho chiesto a un mio amico americano di copincollarmi il testo della pagina di help: ecco il risultato.

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Altro che CAPTCHA

Leggo sul Post che in Norvegia hanno provato a usare un nuovo sistema per ridurre i commenti fuori tema agli articoli: prima di commentare occorre rispondere ad alcune domande sul testo dell’articolo stesso. Il sistema non sarebbe usato sempre, ma solo quando un articolo della sezione tecnologia finisce in home page, e quindi viene visto da persone che non sono abituate a seguire quei temi: le domande a cui rispondere vertono sul testo dell’articolo stesso, quindi non occorrono conoscenze pregresse. L’idea di base, oltre all’eliminare i commentatori compulsivi, è quella di aumentare il tempo tra la lettura dell’articolo e la scrittura del commento, sperando in tal modo di raffreddare un po’ gli animi e ottenere un testo migliore.

Cosa succederebbe da noi se si applicasse una misura simile? Forse le risposte E ALLORA IL PD???? (che ultimamente mi pare aver scalzato E I MARÒ? dal non-dialogo che tipicamente si trova) si ridurrebbero un po’. O forse questa sarebbe l’arma finale per eliminare finalmente i commenti dagli articoli: commenti che sono nati per un falso bisogno di mostrarsi sociali, ma in realtà funzionano tipicamente come ipotetica cassa di risonanza per chi in questo modo crede di rendere noto a tutti il suo pensiero, nella migliore delle ipotesi. Però non si sa mai: magari qualcuno sarebbe davvero costretto a leggere e cercare di capire abbastanza per trovare le risposte esatte… anche se temo sarebbe più facile che si mettesse a provare tutte e 27 le combinazioni possibili finché non riesce a entrare. Ma poi, perché bisogna leggere i commenti agli articoli dei giornali?