Facebook, e farti gli affari tuoi?


Senti qua, Zuckkoso. I miei post su Facebook sono tutti pubblici. Il default è così, e non cambio mai la visibilità per un singolo post, per la banale ragione che se penso che qualcosa di quello che scrivo non sia per tutti allora non lo scrivo. Dovresti essere felice di ciò, visto che i default di visibilità sono stati resi sempre più pubblici; ma magari ti sei fatto una brutta fama e devi fare finta di avere a cuore la prìvasi degli utenti (ha, ha, ha). Insomma, capirei se tu mi scrivessi “guarda che i tuoi post possono essere visti anche dai nazisti del Vimercatese: ne sei proprio così convinto?”. Ma secondo te me ne frega qualcosa se un nazista del Vimercatese mette un like a un mio post? Non ti viene in mente che anche lui ogni tanto può sbagliare?

(Ecco, magari potrei arrabbiarmi se un nazista del Vimercatese condivide un mio post e gli fa dire l’opposto di quello che penso io: ma le condivisioni me le segnali già nel colonnino di destra, e questo mi basta e avanza)

Fakebook (ma anche Google Fake)

Ricordate che sei mesi fa Facebook aveva fatto partire un progetto per segnalare le notizie “contestate”? (non si può dire “fake news”, perché poi qualcuno si mette a piangere e si lamenta perché viene dato un giudizio di merito sulla sua meritoria opera). Anche Google News si era subito accodata.

Beh, a quanto afferma il Guardian le cose non stanno andando bene come si vorrebbe. Nel caso dell’attentato di Las Vegas i due giganti hanno messo tra le loro breaking news la “notizia” che lo sparatore era un “registered Democrat” (cioè non solo simpatizzante ma anche votante alle primarie) che aveva attaccato le politiche di Donald Trump. Insomma, i famosi algoritmi non sembrano funzionare così bene… ma del resto anche Enrico Mentana non ha ancora smentito la sua affermazione secondo cui «A quanto pare c’è davvero l’Isis dietro la strage di Las Vegas». Che pretendiamo?

Se loro lo scrivono è perché voi lo leggete

Se non ho capito male, parecchi quotidiani hanno raccontato con dovizia di particolari lo stupro avvenuto qualche giorno fa a Rimini. Almeno questo è quanto ho intuito leggendo non so quanti commenti su Facebook. No, meglio specificare: leggendo l’incipit di non so quanti commenti su Facebook, compresi quelli dell’assessora di Venaria che ha proposto la castrazione fisica contro di loro.

Tanto per chiarire: ho letto dello stupro e ho letto dell’arresto dei perpetratori. Non è che io voglia evitare certi tipi di notizie. Semplicemente, non trovo nulla di utile nel sapere certi particolari, che non cambiano per nulla la mia considerazione dell’avvenuto. Ma capisco perfettamente perché certa stampa li sbatte nero su bianco: perché tanta, troppa gente, ama leggere queste cose, giusto per potersi indignare sulla tastiera. Ecco: se a diffondere e commentare quelle notizie non ci fosse praticamente nessuno, buona parte dei ricavi pubblicitari legati alla visualizzazione sparirebbe, e magari questi comincerebbero a scrivere di qualcos’altro.

(non è un caso che non ci siano link in questo post, e nemmeno nomi 🙂 )

Gli “algoritmi umani” di Facebook

Mi è capitato solo ieri di leggere questo post di Arianna Ciccone che fa un po’ di considerazioni sull’aumento dei ban temporanei su Facebook: sempre più persone si trovano impossibilitate a postare per uno o più giorni perché un loro post è stato segnalato come non consono agli standard della piattaforma. Valigia blu ha raccontato che queste segnalazioni non vengono gestite da chissà quali algoritmi di intelligenza artificiale, ma da persone nel nostro caso italiofone – non necessariamente italiane, e sicuramente non di stanza in Italia – di aziende a cui viene subappaltato lo sporco lavoro di decidere in pochi secondi se quanto postato è effettivamente “punibile”. Le virgolette servono a ricordare che Facebook non è un servizio pubblico e può sempre fare quello che vuole. Arianna si chiede se Facebook abbia avuto il caldo consiglio di picchiare più duro sui discorsi d’odio più o meno diretti, oltre a non concordare con me sulla frase “Facebook può fare quello che vuole”, ma questo è comprensibile: come probabilmente sapete io non sono molto interessato a far conoscere il mio pensiero tanto al di là dei miei ventun lettori e quindi posso fregarmene, mentre per tanta altra gente usarlo diventa necessario. Ma questo non è poi così importante. Quello di cui invece vorrei parlare è la gestione delle segnalazioni.

Mentre per una tetta al vento è possibile immaginare che un algoritmo selezioni l’immagine e la mandi direttamente alla squadra di controllori, per i messaggi d’odio le cose funzionano ancora come una volta: quando un numero sufficiente di persone segnala un post, questo viene controllato. Il sistema funziona abbastanza bene in condizioni normali: ma non appena una persona o una pagina diventano abbastanza note è molto facile recuperare un gruppo di persone che segnali apposta un post normale che a loro non piaccia, sperando che nella fretta venga cancellato e magari il suo autore venga bloccato. Bene. Quello che mi chiedo è se non sia possibile (con i famosi mezzi algoritmici, o se preferite con i BigData di cui ci si riempie tanto la bocca) accorgersi come prima cosa delle segnalazioni di gruppo, e poi dare pesi negativi alle segnalazioni che corrispondono a post ritenuti buoni in prima o in seconda battuta. Questo sì che sarebbe un uso interessante, e probabilmente semplificherebbe anche la vita ai poveri censori a contratto…

Medium Partner Program

Medium soffre del solito problema delle aziende che offrono contenuti su Internet: come guadagnarci? Zuckerberg è riuscito a trovare la strada giusta (per il suo portafoglio): fare in modo che tutti si iscrivessero a Facebook, al che la produzione di contenuti risulta essere irrilevante (avete ben presente cosa si legge lì dentro, no?) perché i soldi arrivano da chi mette la pubblicità.
Il guaio è che questo approccio funziona per un solo attore, che poi è difficile da scalzare. E gli altri? Arrancano. Guardate Twitter, nonostante un testimonial come Trump. Medium ha lo stesso problema, acuito dal fatto che il suo modello (testi lunghi) richiede più fatica da parte di chi i contributi li deve creare, senza la facile via facebookiana del CONDIVIDI SE SEI INDIGNATO!!123! Se comprendo bene questo loro post, il modello a cui tendono è chiudere il sito a chi non paga, salvo permettergli di guardare qualcosa ogni tanto… un po’ come il Corriere, insomma. Parte dei soldi guadagnati finirà poi a chi scrive, un po’ come Kindle Unilimited.
Funzionerà? Non credo. Non tanto perché la gente non voglia pagare: ci sono mailing list a pagamento. Ma lì la differenza è che tu paghi la persona, non il modello dove non sai a priori chi leggerai. Notate che non è nemmeno il modello dei quotidiani, dove comunque tu trovi le firme degli editorialisti. (I giornali locali hanno ancora un altro modello, lo so). Diamoci appuntamento tra un anno.

Il like arcobaleno

Se usate Facebook, vi sarete accorti che alcuni post, oltre agli ormai usuali emoji (pollicione, cuore, faccina arrabbiata o triste…) hanno una bandierina arcobaleno. Come spiega bene Il Post, l’iniziativa è stata presa dal colosso zuckerberghiano per celebrare il Pride Month, il mese di attività ed eventi contro le discriminazioni nei confronti delle comunità LGBTQ.

Niente da eccepire sul Pride Month e quasi nulla da dire sul like arcobaleno: in fin dei conti per la festa della mamma hanno messo a disposizione un fiorellino e non mi pare che ci siano state levate di scudi. Peccato però che in questo caso ci sia una piccola differenza: l’emoji non è immediatamente disponibile a tutti, ma per ottenerlo occorre andare a mettere un like sulla pagina ufficiale con cui Facebook supporta la comunità LGBTQ, pagina che immagino otterrà un gazillione di like perché tutti vogliono avere la figurina nuova per la loro collezione. Risultato? Scopriremo come tutto il mondo ami in realtà le persone LGBTQ, e tutti i guai che passano sono colpa di poche pecore nere che in breve saranno ridotte a più miti consigli.

(A dire il vero credo che il piano di Facebook sia diverso: tra poco offrirà alle grandi aziende la possibilità di aggiungere il loro emoji favorito dietro esborso di un congruo compenso. Non so se la cosa sia meglio o peggio)

Il silenzio dei cognoscenti

La scorsa settimana l’ottimo Luciano Blini ha postato un pippone su come è cambiata la fruizione di Internet dal lontano passato (vent’anni fa, diciamo) a oggi.

Concordo sul fatto che un tempo si tendesse a usare il WWW per cercare informazioni, anche se non è vero che non si fornissero anche opinioni: Usenet serviva proprio per questo. Diciamo che le opinioni erano piuttosto informate: non so se ho imparato più cose sui Beatles leggendo rec.music.beatles.moderated che leggendo i libri sul quartetto, ma diciamo che è una bella lotta per stabilire quale sorgente mi è stata più utile. Vogliamo dirla in un altro modo? Si potevano fare domande e avere – non in realtime, ma con una sua buona approssimazione – risposte.

Poi sono arrivate le masse. Non so se la colpa della deriva che abbiamo visto è legata a Zuckerberg che ha imposto i nomi-e-cognomi reali per usare Facebook: ma Luciano ha ragione nel dire che tipicamente «il nostro target di riferimento negli anni è diventato il vicino di pianerottolo». (Sì, io e il mio vicino siamo amici su Facebook 🙂 ) Da buon matematico, credo che il guaio sia stato per l’appunto l’ampliarsi della platea. Non è che prima io avessi molto da dire all’aborigeno; ma non è nemmeno che ora io abbia molto da dire al mio vicino, o meglio quando ho qualcosa da dirgli vado a suonare al suo campanello. Però il numero totale di persone che posso seguire resta sempre più o meno lo stesso, e va a finire che prediligo chi mi sta più vicino e mi dà meno problemi di decodifica. (No, non è solo il problema della lingua; è proprio il parlare di cose più banali. Perché devo faticare a capire com’è la vita quotidiana dell’aborigeno? Guardo quella del vicino che è più o meno simile alla mia).

Il punto su cui però non sono affatto d’accordo è il suo attacco contro la “convivenza pacifica”: quella per cui, invece di rispondere ai nostri “contatti provinciali” mostrando loro le cazzate che stanno dicendo, preferiamo tacere per amore di quieto vivere e tutt’al più li silenziamo. Naturalmente sono contrario perché il tacere è una delle mie tattiche preferite 🙂 Lasciamo perdere i flame che scoppiano in ogni momento, perché non c’entrano con il discorso di Luciano: lì si assiste semplicemente alla contrapposizione di tifosi dove non c’è assolutamente alcun argomento logico né da una parte né dall’altra. A dire il vero io aggiungerei anche le pagine “Mentana / Burioni blasta laggente”: la mia sensazione è che sono seguite non tanto perché si pensi che il giornalista e il medico abbiano ragione e gli altri torto (occhei, magari lo si pensa anche ma solo a pelle, senza essere andati a verificare), ma soltanto perché i due fanno i circenses, e uno spettacolo sanguinolento è sempre stato apprezzato da moltissimi. Il punto è un altro. Perché se qualcuno continua a postare cose palesemente false – perché le ha trovate in rete da uno di cui si fida… – dovrebbe cambiare idea perché io gli posto altre cose? Ricordo che ci vuole fatica a verificare un’affermazione, e guarda caso le idee fallaci sono scritte in modo che non occorra fare fatica: la retorica è una grande scienza. Posso far notare al mio interlocutore una cosa una volta, due, tre; ma se non ci è ancora arrivato, è inutile perdere il poco tempo a mia disposizione, che posso sfruttare per cercare nel mio piccolo di far fare un passetto in più alla divulgazione delle cose, e sperare che quanto scrivo possa essere utile a qualcuno. Non si possono raddrizzare le gambe ai cani.

Sì, sono pessimista. Ma è il risultato di quello che vedo.

gli inserzionisti di Twitter

Riguardando i miei dati personali, Twitter mi ha detto «Attualmente fai parte di 1931 pubblici di 608 inserzionisti.» Mi sono anche fatto spedire la lista degli inserzionisti: i pochi nomi che ho riconosciuto sono di aziende che non fanno nulla che mi possa interessare, da @accenturejobsfr ad @amazonjp, da @aperolspritzita ad @audi, da @betfair a @blablacarbr. Spero che almeno il signor Twitter ci guadagni abbastanza da questa gente 😉