Facebook e i contenuti “da fuori”

[logo Facebook] Non so se ve ne siete accorti, ma è diventato praticamente impossibile per un sito terzo postare su Facebook per conto di un utente. In queste ultime due settimane ho scoperto che né Goodreads né Tumblr permettono più la condivisione, e mi dicono che lo stesso succede con Twitter e Youtube (dove però non l’ho mai provata). Per il momento Zapier (che copia queste mie notiziole sulla mia fanpage Facebook) sembra funzionare, ma a questo punto non so per quanto; il risultato pratico è che non vedrete più le condivisioni Goodreads delle mie recensioni di libri (ma tanto erano repliche di quelle dei miei post) né i miei rari post su tumblr, se non andate direttamente alla fonte. A me cambia poco, a voi ancora meno.

Quello che mi chiedo è però la logica di questo cambio di impostazione, che ripeto è da parte di Facebook e non delle varie applicazioni. Finora la filosofia di Zuckerberg era “facciamo diventare FacciaLibro il lavandino dove viene riversato tutto quello che si produce in giro, in modo che la gente si fermi qui e veda la pubblicità che gli inserzionisti pagano a me”. Una scelta di per sé logica. Ma ora sembra che le cose siano cambiate, qualcosa del tipo “sono abbastanza grande per convincere tutti a postare direttamente da me i loro contenuti”. È una mossa preoccupante, dal mio punto di vista: non tanto per me ma per Internet in generale. Ma la mossa potrebbe anche ritorcersi contro di loro, anche se mi sa che i tempi dei feed RSS per le masse sono ormai passati. Voi che ne pensate?

L’account Facebook può passare agli eredi

È chiaro: non potrei fare l’avvocato o tanto meno il giudice. Ci sono cose che proprio non capisco, come i sei anni necessari per arrivare alla corte suprema (tedesca, non è un problema nostrano) e vedere deciso che l’account Facebook di una ragazza morta sotto un treno quando aveva 15 anni fa parte dell’eredità e quindi la password deve venire consegnata ai genitori.

Avrei forse capito un po’ di più la linea di difesa di Facebook – il contratto d’uso era stato fatto con la ragazza, e quindi alla sua morte esso termina automaticamente – se si fosse trattato di una persona maggiorenne. Per quanto riguarda un minorenne non c’era storia: non dico che non è tutelato per la sua privacy, ma sicuramente un concetto di patria potestà esiste. Più che altro mi chiedo perché Zuckerberg abbia cercato in tutti i modi di evitare la consegna dell’account. Che possano accedere a tutti i profili degli utenti è così ovvio che non credo pensassero di cavarsela dicendo che era impossibile; il precedente che si è creato è per utenti defunti, che tanto pubblicità non ne vedono più e soprattutto non si lamentano. Mistero.

Sembra facile moderare i commenti

Cosa fare con i commenti in rete? Non c’è una risposta univoca, questo è chiaro. Il guaio è che ci sono tendenze opposte: molti grandi siti sfruttano i commenti per costruire a spese degli utenti la loro offerta – pensate a Facebook e Twitter, tanto per dirne due – e quindi devono tenerli; ma la natura umana porta spesso a trascendere, e quindi il costo per eliminare i commenti più ingiuriosi sta crescendo sempre più.
Qui nelle mie notiziole il traffico è così limitato che posso permettermi ciò che sta diventando un lusso: non moderare se non automaticamente. Dal 2001 avrò cancellato al massimo cinque commenti che potevano avere conseguenze penali; per il resto lascio anche quelli che non portano alcuna nuova informazione ai miei ventun lettori. In altri posti evito direttamente di leggere i commenti, se non una volta al mese o giù di lì per ricordarmi com’è la gggente. Resta però una nicchia di siti in cui la discussione è generalmente civile e quindi ogni tanto indulgo a leggere e magari scrivere. Qui nascono i problemi.
Qualche giorno fa Massimo Mantellini ha parlato della direttiva copyright dai miei amici del Post. Ho commentato subito, poi mi sono dimenticato di controllare. Ieri, pungolato da Disqus, ho visto alcuni altri commenti interessanti e ho risposto. Solo che il Post modera i commenti, quel post è relativamente vecchio (gli ultimi commenti erano di due giorni prima) e così in questo momento quanto ho scritto è “pending”. Capisco che ci vogliono risorse per verificare quanto scritto da gente di tutti i tipi, ma a questo punto forse conviene applicare la famosa tecnica “qui e ora” e chiudere i commenti dopo un certo tempo. Almeno risparmio la fatica di scrivere 🙂

Echo- ed ego-chambers

Come mi capita spesso :-), non sono d’accordo con quanto Massimo Mantellini ha scritto sulle bolle.
Per come la vedo io, la prima cosa da considerare è che è ovvio che «Il Papa per i suoi commentatori è uno come un altro. Perfino la bolla di rispetto e ossequio verso il capo della chiesa di Roma può essere bucata. In massa e con violenza.» Non appena il papa (o chiunque altro) si inserisce in un sistema che non è uno-a-molti ma molti-a-molti (oppure come nel caso di Twitter molti-a-uno) non c’è nessuna ragione per cui non debba essere uno come un altro, almeno in quel contesto.

Ma il vero punto è un altro, e cioè il concetto di “bolla”. Quando «si tratta di contenuti aggressivi, sgrammaticati, incuranti di qualsiasi minima civile contrapposizione dialettica» io non parlo di bolla che scoppia, parlo di minus habens che esistono, sono tanti, è bene sapere che esistono ma non mi dicono nulla e quindi non considero per nulla, qualsiasi sia la loro opinione urlata a sé stessi (l’ego chamber citata da Vera Gheno). Che informazione mi danno, a parte appunto il bit “sono minus habens e sono tanti”? Nulla. Quindi non c’entrano con la bolla. Con Massimo invece la cosa è diversa, ed è per quello che lo leggo anche se spesso non sono d’accordo: lui argomenta le proprie opinioni – lo fa anche in maniera non urlata, il che è certo un bonus ma dal mio punto di vista non è fondamentale – e quindi mi dà nuova informazione e mi costringe a processarla ed eventualmente a modificare le mie opinioni.

Io sono una brutta perZona: sono almeno quindici anni che ho scelto di non raddrizzare le gambe ai cani su internet. La mia bolla me la gestisco io, e non è un caso che io continui a scrivere sul blog e al più inoltri automaticamente i miei testi in giro sui social.

StumbleUpon

Leggo sul Post che dopo sedici anni StumbleUpon chiude. Ero convinto avesse chiuso già otto anni fa o giù di lì… In effetti ho dovuto cercare faticosamente qual era l’email con cui mi ero connesso (l’account era “mau”, quindi più facile).

Credo che sia stato il primo importante sito dove salvare documenti che tanto non si avrebbe mai avuto il tempo di leggere, ben prima che arrivassero Pocket e Instapaper (che però in questi giorni causa GDPR ha una grossa crisi). La cosa strana, se volete, è che sia sopravvissuta…

Per la cronaca, l’ultimo post che avevo salvato era del 2006 🙂

Sai quanto ci hanno guadagnato

Facebook ha preparato una pagina che si può visitare per scoprire se Cambridge Analytica si è rubata i vostri preziosissimi dati personali. Il responso nel mio caso è stato:

Based on our investigation, you don’t appear to have logged into “This Is Your Digital Life” with Facebook before we removed it from our platform in 2015.
However, a friend of yours did log in.
As a result, the following information was likely shared with “This Is Your Digital Life”:
Your public profile, Page likes, birthday and current city
A small number of people who logged into “This Is Your Digital Life” also shared their own News Feed, timeline, posts and messages which may have included posts and messages from you. They may also have shared your hometown.

Detto in altri termini: non ho mai usato la famigerata app (tanto la mia vita digitale la conosco molto bene) ma gli amici di Cambridge Analytica potrebbero ora conoscere il mio profilo pubblico (che come dice la parola stessa è pubblico), i miei like (che semino a caso), la mia città natale e quella dove vivo (boia faus, che segreti!) e il giorno del mio compleanno. Ecco, quello mi fa arrabbiare perché i miei settaggi prevedono che nessuno possa sapere da Facebook la mia data di nascita, e se invece gliel’ha passata vuol dire che il sistema fa schifo: detto questo, basta andare sul mio sito per vedere quando sono nato. Ah sì, potrei avere qualche mio post e commento (i miei post sono tutti pubblici, i commenti dipende ovviamente da come il postatore ha settato i suoi permessi ma tanto io parto dal principio che siano tutti pubblici anch’essi). Ma il mio modo di usare Facebook è appunto trasparente al massimo. Come dicevo, la mia vita digitale al momento è di 34 anni e ho imparato da mo’ che tutto quello che si mette in digitale prima o poi diventa pubblico, quindi mi so regolare.

E poi direi che Altan ha dato la risposta definitiva.

P.S.: pensate solo a quanti dati (non diretti, quelli sono ovvi, ma indiretti) Facebook conosce su di noi, come si può vedere dal fatto che è riuscito a produrre questa pagina. Preoccuparsi di Cambridge Analytica non mi sembra il problema principale.

il sito BUTAC sequestrato

Non so se conoscete il sito butac.it di Michelangelo Coltelli, dove il nome “Butac” è un acronimo di “bufale un tanto al chilo”. Insomma è un posto dove puoi avere un po’ di informazioni in più su quello che leggete in giro per il web e altrove. Non è il mio favorito, è una questione di stile, ma è comunque un posto che è sempre utile controllare.
Beh, non in questo momento, visto che il sito è stato posto sotto sequestro. Secondo Paolo Attivissimo, tutto dipende da una querela per diffamazione per un articolo del 2015 dal nome “loncologo-olistico-e-lautoguarigione”. Un PM brindisino ha deciso di non chiedere di far togliere l’articolo in attesa del giudizio, ma di sigillare tutto il sito.
Immagino che sia stata fatta anche la stessa richiesta ad archive.org, dove mentre sto scrivendo l’articolo è presente: per ovvie ragioni non posso mettere il link. Come capita sempre più spesso, i tribunali servono più a chi vuole far tacere qualcuno che a decidere chi ha ragione nel merito o nel metodo.

Mentre vi preoccupate di Cambridge Analytica

Avete presente le flotte di biciclette condivise che si possono prendere a pagamento usando l’app e lasciare poi dove si vuole? (Ecco, magari non buttate dentro i navigli o appese ai rami di un albero). Bene: ieri mattina un aggiornamento dell’app di Ofo avrebbe voluto l’accesso ai miei contatti. Ora è chiaro che immagini e geocalizzazione sono piuttosto strumentali per il servizio, a che serve sapere chi sono i miei amichetti? (Sì, la domanda è retorica).

Una domanda non retorica ma legata alla mia ignoranza, invece: ma con Android 6 i permessi non dovrebbero poter essere concessi di volta in volta, e non chiesti all’atto dell’aggiornamento dell’app?