Archivi categoria: y2003_recensioni

L’enigma Molfetta


Massimo Mantellini è un nome noto a chi frequenta l’internet italiana, ma non mi sarei aspettato di trovarmelo in libreria con un romanzo noir (edizione Il Pungolo, 150 pagine, 6.50 €, ISBN 88-7075-345-X). Anche se confesso che il noir non è il mio genere, ammetto che me lo sono letto di un fiato. La trama, che a un primo livello di lettura non sembra discostarsi da quello che potrebbe essere un reality show padan-televisivo, mostra a un’attenta lettura un sottofondo che racchiude la realtà informatica contemporanea, con una serie di metafore che associano il giornalista televisivo milanese all’internauta smaliziato, che è costretto a sparire per potersi creare una nuova identità che non riceva più spam per ingrandirsi il pene. Il pessimismo che traspare tra le pagine sembra ogni tanto lasciare uno sprazzo di speranza, ma basta voltare pagina perché i dubbi riaffiorino.
Se devo fare un appunto, il libro è forse un po’ troppo per addetti ai lavori, e il finale sembra buttato giù frettolosamente, lasciando troppi punti oscuri. La speranza è che questa opera non resti unica, ma abbia un rapido seguito.
Una nota: la prima edizione è già andata esaurita. Un successone!

Ultimo aggiornamento: 2003-10-29 13:49

_I bambini sono di sinistra_ (teatro)

Claudio Bisio ha fatto il pienone al Piccolo: è vero che aveva solo una settimana di cartellone, ma le richieste sono state tali che sono state aggiunte una anteprima lunedì scorso e una seconda recita oggi. Noi siamo entrati con il posto in piedi (mai più, è una palla assurda), sempre per la mancanza di biglietti.
Che dire dello spettacolo? Bisio fa questo suo monologo, con il Quartetto Zelig che lo accompagna musicalmente con musiche originali e arrangiamenti (carini) di brani di Storia di un impiegato, De Andrè di trent’anni fa. Bisio è intonato, ma ha una voce per così dire “piatta”, un po’ come la mia: niente di eccezionale insomma.
Il guaio è che questo è cabaret, non teatro. Metterlo al Piccolo, e far pagare la gente i suoi prezzi standard, mi pare un piccolo furto.

Ultimo aggiornamento: 2003-10-26 12:56

Hotel Mascagni

Ho chiesto un albergo comodo per Termini, ed effettivamente sono stato accontentato, anche se stamattina c’era un mezzo diluvio e i dieci minuti a piedi verso la stazione sono stati una doccia.
L’albergo è sicuramente per clientela internazionale: basta vedere che il primo canale tv è la CNN, il secondo BBC news, e le televisioni italiane partono dall’11… Anche i giornali disponibili, a parte il Tempo, sono l’Herald Tribune… e la Stampa, non si sa bene perché. La cosa è stata naturalmente apprezzata. Meno apprezzabile la camera, più che altro per le dimensioni davvero minuscole (e per 140 euro “doppia uso singola tariffa telecom” uno sperava in qualche centimetro in più). La colazione a buffet non era esagerata, ma il succo d’arancia era vero.

Ultimo aggiornamento: 2003-10-23 13:34

SI@T_1.03

Non è un indirizzo email codificato antispam, ma il primo Seminario sull’ Informatica applicata all’Analisi Testuale, che si è tenuto in questi giorni a Cesenatico. Che c’entro io? Beh, la tavola rotonda di sabato prevedeva la partecipazione dell’OpElPo, l’Opificio di Elaborazione Potenziale dell’appartenenza al quale io mi fregio. Così mi è arrivato l’invito – vabbé, era una cosa in famiglia – e ho fatto la scappata, sfruttando il viaggio per aggiornare il portatile con un hard disk da 60 giga preso dal mio pusher bolognese.
L’arrivo a Cesenatico il venerdì sera alle 22 è stato un duro colpo: la stazione è davvero minuscola e senza sottopassaggio, e la cittadina sembrava in letargo dopo la sbornia estiva. Avviatomi verso il Grand Hotel dove mi era stata tenuta la camera, vedo un grattacielo: dopo qualche minuto i miei neuroni si sono azionati cigolando un po’, e mi sono messo a sorridere. Il grattacielo di Cesenatico! Un punto focale di una delle Favole al Telefono di Gianni Rodari. E’ incredibile come un ricordo francamente poco utile di trent’anni fa sia potuto conservarsi così.
Il Grand Hotel ha un’aria molto demodè, bisogna dirlo. E il letto era infossato. Per fortuna che ero abbastanza stanco per addormentarmi subito, non dopo avere osservato la rappresentazione scenica dei dottorandi, che sono stati costretti da Marco Maiocchi a partire da una grammatica formale delle leggende e preparare una serie di scenette. Il guaio è che il corso è in francese, quindi mi sono perso metà di quello che dicevano. Mi è andata ancora bene che i personaggi avevano un cartello in cui spiegavano cosa erano!
Il mattino di sabato sono stato a vedere le sessioni. Il primo problema è stato arrivare all’aula magna del Centro Ricerche Marine, dove il seminario era tenuto. Cesenatico ha infatti una serie di canali, e una contemporanea scarsità di ponti. La distanza in linea d’aria dall’albergo all’aula è di 500 metri, ma ho dovuto camminare per due chilometri e mezzo. Le alternative non erano praticabili: ci sono sì dei traghetti, ma solo d’estate, e camminare sulle acque non è ancora il mio forte. D’altra parte, sono riuscito a svegliarmi, o almeno lo credevo. Il primo intervento era infatti in francese, sulla struttura della rima in Racine e Corneille, e confesso che sono dovuto andare a prendermi un caffè. Meglio è andata col Maiocchi, che parlava in inglese di cose che conoscevo abbastanza da capire al volo.
A pranzo avremmo dovuto decidere cosa dire nella tavola rotonda pomeridiana, ma in pratica abbiamo lasciato perdere, fedeli alla linea editoriale “Oulipo è seria, noi siamo un Bar Sport” che dà un forte valore all’improvvisazione. Abbiamo insomma raccontato la rava e la fava di quello che abbiamo fatto: ho conosciuto finalmente un paio di associati per me ignoti, anche se non ho ancora avuto il piacere di vedere Paolo Cavaglione; ci sono infine venute in mente delle nuove idee di esecuzione. Un pomeriggio fruttifero, insomma.

Ultimo aggiornamento: 2003-10-05 18:16

Match di imprò (2)

Non è che sia andato molto bene, a dire il vero. Non tanto perché abbiamo perso 10-8, quello ci poteva anche stare; quanto per tutta una serie di guai. Innanzitutto la scelta di giocare il giovedì, per quanto forzata – il giorno dopo l’auditorium era prenotato dal presidente della Regione Ghigo, e ubi maior… – ha portato un’assenza di pubblico, con la sala mezza vuota. Ci siamo presi un po’ in giro da soli, iniziando il riscaldamento seduti in mezzo alla gente; ma non è bastato. Poi la mancanza di allenamento si è sentita. Era da tre mesi che non si faceva nulla: uno magari crede che tanto si possa improvvisare senza problemi, ma non è mica vero. Infatti, contrariamente a quanto capita in genere, il secondo tempo è stato meglio del primo.
Io personalmente ero già scazzato dal mattino, il che non aiutava troppo. In effetti non riuscivo a stare a tempo nelle coreografie. Come recita, mi hanno rubato la parte nell’improvvisazione in rima, che in genere è il mio forte: debolezza mia. Devo poi mettermi a studiare seriamente mimica… beh, tanto lavoro tanto onore!

Ultimo aggiornamento: 2003-10-03 18:12

Gelateria Grom

Sì, recensisco anche i gelati. E allora?
La gelateria in questione sta in piazza Paleocapa a Torino (è la piazzetta a sinistra di Piazza Carlo Felice, dando le spalle a Porta Nuova e cercando di fare lo slalom tra i lavori della metropolitana), e afferma di voler fare il miglior gelato del mondo, spiegando che per il fiordilatte usano latte di mucche da alpeggio, che le nocciole sono le tonde gentili delle Langhe, i sorbetti sono fatti con acqua San Bernardo, e così via. I prezzi sono più altri della media, partendo da 1 euro e 70 per il cono, ma per me che vivo a Milano non vedo una grandissima differenza.
Ho provato un cono da due euro con fiordilatte, pistacchio e “crema Grom”, con dentro cioccolato e malaga (non l’uva, ma la quella cosa che sta nel gelato alla zuppa inglese). Notare che mi hanno chiesto se volevo il wafer o il biscotto come cono: io sono un tradizionalista, e sono rimasto alla cialda di wafer. Risultato? La quantità era indubbiamente ottima. Per il gusto, il fiordilatte è qualcosa di spaziale, che sa davvero di latte. La crema Grom era indubbiamente buona, soprattutto per la parte biscottata: il cioccolato si sentiva poco. Il pistacchio? Beh, era del colore corretto (un nocciola appena tendente al verde), però non sono riuscito a sentirne il sapore, il che non è bello.
Giudizio finale? Promosso con riserva.

Ultimo aggiornamento: 2003-09-20 22:37

Specchio della Stampa

Come si sapeva già da aprile, La Stampa ha cambiato il formato del suo magazine settimanale Specchio. Ora non è più distribuito gratuitamente, ma il costo di giornale e supplemento è di 1.20 €, allineandosi così al Corriere (Sette, il giovedì) e a Repubblica (Il venerdì).
La prima cosa che salta all’occhio è il cambio di formato. Non è affatto una baggianata, come qualcuno può pensare. Specchio era infatti nato con il dorso, proprio per dare l’idea della collezione, con tutti i numeri belli allineati. Il fascicolo attuale dà invece l’idea di un “usa e getta” che abbassa le aspettative sul contenuto, e non credo la cosa sia casuale. Il quotidiano torinese è da parecchio in crisi di vendite, e si sta sempre più abbarbicando sul territorio “storico” (Piemonte, Val d’Aosta e Riviera di Ponente) dove riempie le edicole di gadget; la parte di commenti e reportage, nonostante la presenza di ottime firme, sembra sia semplicemente tollerata ma non curata come si dovrebbe.
Da questo primo numero dopo il restyling non si riesce a dare un giudizio completo, ma mi pare che la percentuale di articoli “leggeri” sia ancora aumentata, e questo non è bello.

Ultimo aggiornamento: 2003-09-15 12:23

Brixia (mostra)

Domenica non avevamo nessuna meta particolare, e Milano non offriva nulla di eclatante. Sì, potevamo andare a Rozzano al Fiordaliso a vedere “i ragazzi del Grande Fratello”, devo ammettere. Però non è stato trovato un accordo… Così siamo andati a Brescia al Museo della Città (Santa Giulia), a vedere la mostra sulle domus dell’Ortaglia. Il museo, con gran fantasia, sta in via dei Musei: in effetti ce ne sono due, e una possibile idea consisteva nel passare anche dall’altro a vedere la mostra temporanea di pittura che continuerà fino a novembre. Non ce l’abbiamo fatta: il museo della città è stato una scoperta entusiasmante, che ci ha preso quasi quattro ore.
Premessa: lo sponsor, il Credito Agrario Bresciano, ci deve aver buttato dentro una barcata di soldi. È vero che il biglietto di ingresso costa otto euro, ma considerando quanta gente sta nelle sale gli incassi basteranno sì e no a pagare loro gli stipendi. Ma avere i soldi non basta: né è sufficiente avere tanto materiale museale, cosa che comunque è verissima nel nostro caso. Occorre anche essere capaci a spendere e mostrare bene, creando un buon allestimento. Garantisco che in questo caso le soluzioni scelte non hanno davvero nulla da invidiare ai musei parigini, e questo museo può e deve essere preso a modello di fruibilità nel ventunesimo secolo.
Facciamo un passo indietro. Il museo sorge sull’ex monastero benedettino femminile di san Salvatore e santa Giulia, nato ai tempi dei Longobardi sul territorio entro le antiche mura romane. Avere avuto un monastero è significato un terreno rimasto in buona parte intatto: gli scavi degli anni ’60 hanno così riportato alla luce nelle immediate vicinanze i resti di una domus, e negli anni ’90 di un’altra ancora. Si è scelto così di integrare questi ritrovamenti nell’area museale, e a marzo si è inaugurata questa nuova sezione. La scelta è stat di coprire tutta la zona e lasciare un’illuminazione bassa, oltre a dipingere le pareti di nero, probabilmente per ridurre il pericolo di danni della luce a mosaici e pareti: inoltre il percorso camminabile resta più in alto rispetto all’altezza dei vani, in modo da vedere tutto dall’alto. Alle pareti ci sono ampie spiegazioni della struttura e delle funzioni degli ambienti delle due domus, sia in italiano che in inglese, il tutto corredato da dovizia di piantine. Termina questa parte dell’esposizione un video che ricostruisce come poteva essere la Brixia romana.
Ma tutto il percorso della mostra è una continua sorpresa, con dovizia di reperti e contestuali spiegazioni. Sarebbe forse preferibile avere indicato meglio l’ordine della visita, perché gli spazi sono un po’ labirintici, ma in genere non ci si perde. In tutto questo, la mostra temporanea con la “Afrodite ritrovata”, prorogata fino al 2 novembre, in realtà non aggiunge molto. Hanno preso la Vittoria simbolo di Brixia, le hanno tolto e lasciato lì sul puiedestallo le ali (tranquilli, sono un’aggiunta posticcia) e si sono fatti prestare la Venere di Capua per far risaltare le similitudini. Il tutto in un padiglioncino temporaneo in uno dei chiostri del convento.
Tornando al percorso principale, gli spazi di San Salvatore contengono reperti longobardi e dell’età comunale, e terminano nella chiesa omonima (un gioiello romanico eppure slanciato) e nel coro delle Monache di Santa Giulia, rinascimentale e ricchissimo di affreschi. Tornando all’ingresso, si passa poi a Santa Maria del Soccorso, con una favolosa volta stellata e la croce di Desiderio, che mostra come i longobardi amassero le cose luccicanti.
Molto meno interessanti invece le collezioni al piano superiore del museo, che tra l’altro mancano ancora di didascalie e simili. Si direbbe che il museo le avesse e fosse quasi costretto ad esporle, senza però un vero interesse: ma in ogni caso anche noi avevamo bisogno di un po’ di riposo.
Ultimo consiglio: anche se fuori fa caldo, portatevi un maglioncino. La temperatura interna è davvero bassa.

Ultimo aggiornamento: 2003-09-10 12:19