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Mentire con le statistiche (libro)

[copertina] Sappiamo tutti, o almeno annuiamo quando ce lo dicono, che alle statistiche si può fare dire quello che si vuole. Spesso questo capita perché siamo noi che vogliamo essere ciechi davanti ai dati che ci vengono propinati: forse per paura dei numeri, o più banalmente perché non vogliamo fare fatica a leggere davvero quello che c’è scritto. Beh, adesso avete molte scuse in meno. Dopo solo cinquantatré anni dall’uscita dell’edizione originale, è stato finalmente tradotto il testo fondamentale di Darrell Huff (Darrell Huff, Mentire con le statistiche [How to Lie with Statistics], Monti&Ambrosini 2007 [1954], pag. 206, € 15, ISBN 978-8889479-09-4, trad. Giancarlo Livraghi e Riccardo Puglisi).
Prima che qualcuno si spaventi, mi affretto a comunicare che di numeri ce ne sono ben pochi: d’altra parte, Huff era un giornalista, mica un matematico! Qualche numero lo si trova, visto che le statistiche sono basate sui numeri; ma di solito i trucchi utilizzati per fare credere tutt’altro sono basati sul modo di presentare i dati, e possono quindi essere smascherati semplicemente usando un po’ di buon senso. Il libro è scritto con uno stile molto leggero e piacevole, e anche le aggiunte iniziali e finali di Livraghi e Puglisi – che hanno anche fatto la traduzione – seguono questa strada: diciamo che forse avrei evitato tutte le note sui prezzi non aggiornati, visto che in fin dei conti non sono così importanti per comprendere le idee.
In definitiva, compratelo e soprattutto leggetelo. Ne guadagnerete di certo.

Ultimo aggiornamento: 2020-02-05 16:49

Spe Salvi (libro)

[copertina] Dopo Deus Caritas Est, la seconda enciclica di papa Ratzinger (Benedetto XVI, Spe Salvi, Libreria Editrice Vaticana 2007, pag. 101, € 2, ISBN 978-88-2097991-1) tratta della speranza. Si possono fare delle scommesse se un’eventuale terza enciclica sarà sulla fede :-) A parte questa battuta piuttosto scontata, ammetto che questa enciclica mi ha piuttosto deluso. Io da un’enciclica mi aspetto un testo che, anche se non a livello di dogma, riporta il pensiero ufficiale della Chiesa Cattolica. Qua, almeno nella prima metà dell’enciclica, abbiamo tutta una serie di dottissime citazioni papali che con la speranza c’entrano ben poco, e al limite riguardano la fede, non la speranza. Tutte cose che in una lectio magistralis mi stanno molto bene, ma qua mi sembrano piuttosto forzate. C’è poi naturalmente il leit-motiv di questo papa, vale a dire lo scontro diretto contro il concetto scientifico moderno. Il guaio di base da Bacone in poi, secondo Ratzinger, è legato al passaggio da un’idea “comunitaria” a una individualistica, passaggio che è stato persino assorbito dalla teologia cristiana (sezione 25). Il metodo scientifico ridarebbe infatti all’uomo il dominio sull’universo, dominio che aveva perso col peccato originale (16), facendo diventare così irrilevante la fede (17). Il progresso è “ragione e libertà”, entrambe volte direttamente contro fede e Chiesa (18). Il pensiero marxiano viene liquidato facendo notare che manca di una pars construens, come visto nella sua applicazione leninista (21). Naturalmente Benedetto XVI ce l’ha anche con il cattolicesimo attuale e rimpiange i bei tempi andati, con le offerte a Dio delle proprie piccole fatiche (40).
Dal punto di vista teologico, probabilmente non c’è nulla di nuovo, ma non sono certo un teologo di vaglia: ci sono però punti interessanti. La parte sulla fede “performativa” e non “informativa” (10), ad esempio, oppure il fatto che la libertà dell’uomo è intrinsecamente insopprimibile (24). La speranza deve inoltre essere verso qualcosa di infinito (30), il che porta inevitabilmente alla speranza nel Giudizio Finale: una bella immagine, che associa alla giustizia divina la speranza. L’ultima parte dell’enciclica, oltre a darle il titolo, è in effetti la più interessante dal punto di vista teologico, anche se la sezione finale sulla Vergine Maria dà quasi l’aria di essere stata aggiunta all’ultimo momento.
Onestamente, però, mi aspettavo qualcosa di più: è un po’ come quei temi che si fanno senza nessun errore di grammatica, scritti anche benino, ma che non scaldano per nulla il cuore.

Ultimo aggiornamento: 2008-03-16 20:12

_Quello che volevo_ (libro)

[copertina]Piero Bartezzaghi è probabilmente più noto a chi ha almeno la mia età come “P.Bartezzaghi”, come da nome del cruciverba di pagina 41 della Settimana Enigmistica. Per la cronaca, adesso a pagina 41 c’è “A.Bartezzaghi” che è il figlio Alessandro, mentre l’altro figlio Stefano lo si può trovare nelle pagine di Repubblica o in libreria. (C’è anche un terzo Bartezzaghi jr, Paolo, che è redattore alla Gazzetta dello Sport).
Alcuni anni dopo la sua prematura scomparsa, la sua famiglia ha voluto ricordarlo pubblicando un libro (Piero Bartezzaghi, Quello che volevo, s.i.p., 1999, pag. 351) che raccoglie… no, non i cruciverba: sarebbe stato facile, ma credo anche sminuente. Il libro raccoglie le poesie che Bartezzaghi scrisse per le riviste di enigmistica classica.
Per chi non è addentro a queste cose, forse è meglio che io spieghi che Bartezzaghi, con vari pseudonimi di cui Zanzibar è il più noto, preparava anche giochi diversi dalle parole crociate, soprattutto rebus. Ma i componimenti raccolti in questo libro apparvero solo nelle riviste specializzate per pochi intimi, e mostrano una persona completamente diversa da quello che uno si aspetterebbe. Non a caso ho scritto “poesie”, e non “enigmi in versi”: a differenza di quello che si vede di solito nei giochi in versi, qui viene naturale leggere i componimenti senza pensare al doppio significato enigmistico, e solo dopo andare a vedere qual era e apprezzare come sono state inserite le parole e frasi da “leggersi in altro modo”.
All’interno del libro, sono poi inseriti i ricordi di parenti, amici, e colleghi enigmisti. Ricordi davvero preziosi, perché fanno scoprire il vero Bartezzaghi: l’uomo, di cui l’enigmista era solo una delle facce, e nemmeno la più importante.

Ultimo aggiornamento: 2017-02-05 10:53

DNews (quotidiano gratuito)

A dire il vero era uscito già da due settimane, sempre nei giorni lun-ven; solo che fino a venerdì scorso non mi era riuscito di prenderne una copia e quindi non avete avuto la gioia di leggere la mia recensione.
Innanzitutto, DNews è un quotidiano gratuito. Ce ne sono tanti ormai in Italia, lo so. Ma DNews, oltre ad avere un nome che ricorda i cataloghi di vendita per corrispondenza, è diretto dai fratelli Antonio e Gianni Cipriani, che erano alla guida di EPolis prima della sua dellutrizzazione. E in effetti, nelle 48 pagine del giornale (solo 9 di pubblicità, il che significa che il giornale avrà vita breve se non ci sarà un’inversione di rotta… vabbè che adesso ci saranno gli avvisi elettorali) si vedono rubriche nello stesso stile, e se volete il fatto che l’indirizzo email sia .eu fa un po’ il verso al .sm dell’altro quotidiano; sempre fuori dall’Italia siamo.
Naturalmente ci sono anche differenze, però. Innanzitutto, può darsi che questo sia un effetto collaterale della minore diffusione del giornale – al momento, oltre alle edizioni di Milano e di Roma ci sono solo Bergamo e Verona – ma la parte dedicata alla cronaca cittadina e della cintura è molto ampia, e messa all’inizio della foliazione, come per dire che è quella più importante. Un altro punto caratterizzante è l’uso dei rimandi: non solo in prima pagina, come è ormai usuale, ma anche oltre si trovano avvisi tipo “a pagina 10 Klaus Davi”, che a me fa venir voglia di lasciare perdere la lettura ma magari attira molta altra gente. La parte TV e Spettacoli sembra piuttosto standard, la pagina delle lettere è diventata D_Blog secondo la moda, e come abbastanza naturale la direzione cerca il contributo dei lettori (costa poco…) non solo come testi ed sms ma anche come fotografie.
Come sempre, leggere gli articoli di un solo giorno non permette di capire fino in fondo qual è la linea del giornale, ma così ad occhio direi che l’idea sia quella di cavalcare la protesta della gggente, che fa sempre bene e permette di aumentare i lettori. Inutile dire che una scelta di questo tipo finisce abbastanza facilmente nel qualunquismo: l’intervista a Klaus Davi è un tipico esempio, con il suggerimento anti-inquinamento di fare come negli anni ’80 quando si chiudeva del tutto il centro, ma lasciando però girare le euro4; ma il top si trova non tanto nella pagina dedicata alle ragazze e al sesso, che tanto ce l’avevano uguale Repubblica e Corriere, quanto in quella sui trasporti milanesi. Relegato in un trafiletto l’ennesimo suicida sulla linea rossa, il resto della pagina spiega come i lettori sarebbero anche d’accordo a un aumento del biglietto per i mezzi “se diviso in fasce”. No, non fasce di distanza. Fasce di reddito. Se io guadagno di più devo pagare di più per salire sulla metro vicino a te. Logico, no?
In definitiva, un giornale sicuramente premasticato come tutta la free press, ma comunque a un livello almeno un po’ superiore.

Ultimo aggiornamento: 2008-03-09 08:26

The Science of Discworld II: The Globe (libro)

[copertina] Con qualche anno di ritardo, ho finalmente letto anche il secondo dei libri dello strano trio (Terry Pratchett, Ian Stewart e Jack Cohen, The Science of Discworld II: The Globe, Ebury Press 2003, pag. 384, Lst. 6.99 , ISBN 9780091888053), dedicato fondamentalmente a come si è sviluppata la specie umana non tanto come evoluzione – di quella se ne parlerà nel libro successivo – quanto come culture e usanze. Si va dalla definizione di cosa è il sé all’evoluzione, dall’extelligenza (la parte dell’intelligenza che viene trasmessa non con i geni ma mediante supporti esterni) al dualismo tra informazione e termodinamica. Il tutto presentando teorie e punti di vista che non si vedono mai nella scienza ufficialmente divulgata, come il passaggio dai primati all’uomo forse avvenuto perché un gruppo di scimmie si è trovata in un posto con molti pesci e molluschi che hanno loro dato le proteine necessarie per creare le membrane neuronali, oppure la constatazione che la gravità funziona diversamente dalla termodinamica e quindi non è necessariamente strano che stelle e pianeti siano un sistema più “ordinato” di quello formato da un gas. Anche il loro modo di guardare alla religione e all’arte è sicuramente poco ortodosso: se non siete degli integralisti – ce ne sono anche nel campo artistico, sì – magari non sarete d’accordo con gli autori ma potrete comunque trovare ottimi spunti per pensare per conto vostro. Il che non è poco.

Ultimo aggiornamento: 2008-02-28 08:56

Il senso del tingo (libro)

[copertina] L’idea di per sé è molto carina: raggruppare un bel numero di parole di lingue straniere che esprimono in breve quello che a noi richiede invece un giro di parole. Ad esempio, in giapponese per indicare il rumore di una macchina che gira quietamente al minimo basta dire “sa”. Peccato che questo libro (Adam Jacot de Boinod, Il senso del tingo [The meaning of Tingo], Rizzoli 2006 [2005], pag. 207, € 14.50, ISBN 978-88-17-01182-2, trad. Marina Sirka Mosur) soffra di due problemi. Il primo è che alla lunga tutti questi elenchi di parole stufano, e quindi bisogna centellinarselo con calma per evitare l’indigestione; ma a questo si può anche ovviare. Purtroppo, però, resta il fatto che questo libro è basato sull’inglese, e quindi ci sono sezioni, come quella dei falsi amici, che sono poco utili (non per colpa della traduttrice, lo dico subito). D’altra parte ci sono delle chicche mica male, come una lista di tutti i termini eschimesi relativi alla neve! Ah: “tingo” è un’espressione in rapa nui che significa “prendere in prestito un oggetto dopo l’altro dalla casa di un amico, fino a svuotargliela”.

Ultimo aggiornamento: 2008-02-25 11:51

How to Cut a Cake (libro)

[copertina] Anche Ian Stewart ha terminato la sua opera come autore della rubrica di matematica ricreativa di Scientific American ed edizioni sorelle. Questa (Ian Stewart, How to Cut a Cake, Oxford University Press 2006, pag. 231, Lst. 9.99 , ISBN 978-0-19-920590-5) è la raccolta degli ultimi articoli da lui pubblicati, come sempre rivisti con alcuni contibuti dei lettori. Il risultato finale è un po’ disuguale: alcuni capitoli, come i due che danno il nome al libro, sono molto interessanti, mentre ad esempio la parte sul minimo numero di incroci è un po’ pesantuccia. L’altro punto che mi fa rimpiangere i vecchi libri di Martin Gardner è che la parte delle aggiunte è molto più scarna: o la matematica ricreativa è diventata anch’essa troppo complicata, oppure i tempi eroici sono comunque terminati. Ma in ogni caso il libro resta sicuramente piacevole (per gli anglofoni: penserete mica verrà tradotto?)
Aggiornamento: (12:04) Una fonte assolutamente bene informata di cui non posso fare il nome ;-) mi ha appena comunicato che invece il libro è già stato tradotto, e uscirà tra un mesetto nella collana Einaudi Rebus. I non anglofoni possono rallegrarsi.

Ultimo aggiornamento: 2008-02-22 11:32

The Meaning of It All (libro)

[copertina] Il secondo libro di Feynman che ho recentemente letto (l’altro è recensito qua, giusto per la cronaca) raccoglie tre conferenze – le Danz Lectures – tenute da Feynman nel 1963 su scienza, filosofia, religione e società (Richard P. Feynman, The Meaning of It All, Penguin Book 2007 [1988], pag. 133, Lst. 7.99, ISBN 978-0-141-03144-6). Il risultato a mio parere è molto inferiore; ci sono degli ottimi spunti, soprattutto nella prima parte in cui spiega come funziona il metodo scientifico, ma poi si perde parecchio nella seconda parte, in cui cerca di spiegare perché la religione non è scientifica, cosa sulla quale tutti credo siano d’accordo. La terza e ultima conferenza, messa su in fretta e furia perché aveva finito gli argomenti che si era preparato, è interessante come fonte di aneddoti e per come Feynman cerchi di applicare il metodo scientifico alla sua stessa conferenza, per la precisione ai suoi pregiudizi anticomunisti: il fatto che non ci riesca poi così bene è assolutamente illuminante su come il metodo scientifico non sia affatto facile da seguire ;-)
PS: Almeno per me, l’accenno finale all’enciclica di Giovanni XXIII (immagino la Pacem in terris) è assolutamente incredibile. Probabilmente – per uno come me che nel 1963 è nato, figuriamoci per i più giovani – è difficile capire come il suo papato, e la presidenza di Kennedy, siano stati visti come una rottura completa col passato.

Ultimo aggiornamento: 2008-02-14 11:20