Archivi categoria: pipponi

Ipocrisie diverse

Io capisco chi si lamenta dei tentativi di intromissione della Chiesa nelle leggi dello Stato (andando poi contro anche le proprie stesse norme, come scrissi a suo tempo).
Ritengo ancora più ipocrita la posizione del nostro Parlamento, che invece di provare a scrivere una legge che definisca quando si può accettare di terminare anche le cure di sopravvivenza preferisce appellarsi contro la magistratura che prende le sue decisioni. (Ah già, mi ero scordato che in questa legislatura le leggi le fa solo il governo, non il parlamento).
Però vedere che non appena Eluana Englaro ha una crisi tutti i quotidiani online subito si buttano a pesce a scrivere titoloni a riguardo (sbagliando anche a scrivere): ecco, questo mi pare estremamente ipocrita. Se ritenete di voler fare una campagna a favore dello staccare la spina, potete intervistare il padre, oppure parlare con medici neurologi filosofi e quant’altro; però per favore non mettete in mezzo quella ragazza, che è vero che non può sentire nulla ma non credo che avrebbe voluto trovarsi in mezzo a tutto questo cancan. Anche questo è accanimento.

Ultimo aggiornamento: 2008-10-11 21:59

Fede e Finanza

Io di economia non è che ci capisca molto, giusto per usare un eufemismo. Devo dire che mi sa che nemmeno gli economisti da Nobel ne capiscano più di tanto, e anzi non vedo l’ora di scoprire chi vincerà il premio quest’anno.
Detto questo, a me sembra abbastanza chiaro che soprattutto negli ultimi decenni i soldi che giravano sono sempre più stati finti. Non so se il punto di svolta sia stato Bretton Woods o la decisione nixoniana del 1971 di sospendere la convertibilità in oro del dollaro: fatto sta che oggi come oggi il denaro non ha più alcuna relazione con una produzione di beni. Non parlo di banche e finanziarie, che per definizione prestano molti più soldi di quelli che hanno basandosi sul fatto che non dovrebbero essere chiesti indietro tutti assieme, ma anche delle stesse aziende manufatturiere. Se sono quotate in borsa, significa che il valore delle quote azionarie non dipende più da quello che è immobilizzato per la produzione dei beni, ma da quello che “il mercato”, qualunque cosa esso sia, ritiene che vale la pena pagare. Aggiungiamo poi che è possibile non solo comprare e vendere azioni ma anche comprare e vendere diritti futuri sulle azioni, per non dire di vendere azioni che al momento non si hanno ma in futuro si suppone di avere, e capiamo che tutto questo potrà ancora chiamarsi mercato ma è qualcosa di completamente diverso da quello con i banchetti per le strade: un po’ come andare da Pizza Hut per prendersi un trancio di “pizza” che magari è anche gustosa ma sicuramente non è pizza.
Vb dice che bisogna avere fede nel denaro come in una qualunque religione. Io sostituirei a “denaro” il concetto di “mercato”: per anni, se non decenni, si è andati avanti e sono stati moltiplicati pani e pesci… eh, indici e prodotti finanziari; ma ora la fede è stata persa, e non si vede un nuovo profeta all’orizzonte.
Perché, però, in questi giorni non sono state bloccate tutte le vendite allo scoperto? Quando dico “bloccate”, significa proprio che uno debba mostrare di avere fisicamente il possesso di quelle azioni che stava vendendo. Almeno ci sarebbe una parvenza di ritorno al tangibile. O forse siamo andati troppo oltre?
Aggiornamento: (13:45) La Consob ha vietato le vendite allo scoperto. Stavano aspettando che io lo scrivessi?

Ultimo aggiornamento: 2008-10-10 11:55

Non facciamoli più soffrire

Ieri sera al microfono aperto di Radio Popolare c’era come ospite Valentino Parlato del Manifesto, che chiedeva l’aiuto degli ascoltatori della radio per l’ultima “ultima chiamata”: la non so più quantesima raccolta di fondi per evitare la chiusura del quotidiano. Nella decina di minuti in cui sono rimasto ad ascoltare, gli interventi – e ricordo che stiamo parlando di ascoltatori di una radio della sinistra dura e pura – sono stati tutti contrari, anche da parte di lettori e abbonati che quindi i soldi li stavano già cacciando: e non posso negare che ogni tanto ridacchiavo.
Due premesse. Le tendenze politiche dei miei ventun lettori sono assolutamente di tutti i tipi: so che uno ha creato un gruppo Facebook “Salviamo il Manifesto” (io non mi iscrivo a nessun gruppo colà, lo ammetto subito), e d’altra parte so che ci sono degli iperliberisti. È anche vero che Anna mi dice sempre che le mie posizioni politiche sono quelle del Manifesto: tutto nacque con l’assoluzione di Andreotti per il delitto Pecorelli, quando a colazione le dissi come la pensavo io sulla cosa e poi alla rassegna stampa scoprimmo che l’editoriale del quotidiano comunista era sulla stessa linea. In realtà non sono così a sinistra, ma non è così importante.
Quello che io so è che saranno quindici anni che si va avanti a richieste di fondi, il che significa che il Manifesto è strutturalmente in perdita. In effetti nessuno ci vieterebbe di fare un Bad Manifesto e trovare dei capitani (ma anche solo caporali) coraggiosi che ripartano da capo con gli asset che hanno ancora un certo valore: ma non credo che la cosa comunque funzionerebbe. Banalmente, non c’è una massa critica di persone interessata a quello che scrive il giornale; e aggiungerei “a come lo scrive”, perché è chiaro che se uno lo acquista non è per sapere cosa è successo al reality ma per avere un certo tipo di visione di cosa sta accadendo nel mondo: però posso garantirvi che le volte in cui mi è capitato di comprarlo ho fatto fatica a seguire buona parte dei pipponi. In secondo luogo, evidentemente non ci sono aziende che pensano che sia utile pubblicizzarsi tra quei lettori.
A questo punto, i casi sono due: o si inventa una legge Bacchelli anche per le cooperative di giornalisti finite in indigenza e non solo per gli artisti finiti in indigenza, oppure si ha il coraggio di chiudere e basta. E secondo me è la seconda, la scelta giusta. Triste, perché è chiaro che non è bello pensare che Libero lo compri almeno il triplo delle persone, ma tant’è. È un po’ come il proverbio che dice che non si possono raddrizzare le gambe a un cane.

Ultimo aggiornamento: 2008-10-07 17:54

scuse all’italiana

Non mi verrebbe mai in mente di pretendere che, dopo un disastro come quello dell’ATM di ieri, i vertici aziendali si dimettessero. A parte che non credo che lo facciano più nemmeno in Giappone, non ha un grande senso. Ma che si scusassero, magari sì.
Invece Elio Catania, presidente ATM, dichjara papale papale «Questo guasto è il prezzo che città e azienda pagano per 10 anni di mancati investimenti nelle infrastrutture. Tutti i dipendenti oggi devono chiedere scusa ai clienti per il disservizio inaccettabile.» Bisogna dargli atto di una cosa: bisogna avercene tanta, di faccia tosta, per riuscire a dire una cosa del genere senza scoppiare a ridere. Innanzitutto, le “infrastrutture” non c’entrano nulla, visto che questo è ovviamente un problema di manutenzione. Poi i casi sono due. O gli addetti alla manutenzione delle linee aeree non fanno bene il loro lavoro e dunque i colpevoli sono solo loro e non tutti gli altri dipendenti; oppure – e non so come dirlo, ma io scommetterei più su questo – per poter affermare di avere il bilancio in attivo ATM continua a tagliare sulle cose incomprimibili e incrociare le dita.
Ma d’altra parte il facciaculismo è lo sport nazionale italico. L’assessore milanese alla mobilità Croci (insomma, il capo di Catania), prima di dire che «questo disservizio è inammissibile», ha ricordato che «Abbiamo il metrò più vecchio d’Italia». In effetti il tratto Caiazzo-Cascina Gobba è stato aperto nel 1969. Mi domando solo cosa Croci pensi possa succedere a Parigi o New York, la cui rete metropolitana ha una settantina d’anni in più. Anzi no, non me lo domando. Evitiamo la retorica almeno qua.

Ultimo aggiornamento: 2008-10-07 11:29

Il potere magico dell’oro

Inutile dire che le battute sulla frase pronunciata dal papa al sinodo di ieri (“I soldi scompaiono: solo la parola di Dio è solida”) si sono sprecate. Stamatina Gianmarco Bachi chiedeva al professor Di Stefano quant’è il rendimento della parola di Dio (questa però è facile: “il centuplo quaggiù”, oltre all’eternità che però è difficile conteggiare in un piano finanziario).
A parte le battute anticlericali, quello che molti hanno fatto notare è che il Vaticano sembra non avere risentito piu di tanto della crisi finanziaria, visto che l’anno scorso, consigliato dai suoi analisti, aveva convertito molti titoli in oro, tanto che adesso ne aveva una tonnellata per un valore equivalente di 19 milioni di euro. Da questa notizia si possono trarre varie conclusioni. Innanzitutto, che il Vaticano sembra aver fatto tesoro del disastro dello IOR, e scelto gente magari senza tonaca, ma che ci capiva qualcosa di finanza. Tanto Marcinkus è morto. La seconda cosa è che i giornalisti non sono capaci di fare i conti. Anche se il Vaticano è picolo e non puo avere chissà quale bilancio, 19 milioni sono davero pochi. Se non sbaglio, solo l’Obolo di san Pietro, la donazione annua di tutte le chiese cattoliche nel mondo, vale dal doppio al triplo di tale cifra. (Sì, lo so che l’8 per mille dà circa un milardo di euro l’anno, ma lo dà alla CEI, non al Vaticano). E in effetti, se si va a leggere Il Giornale, si scopre che a parte l’oro il Vaticano ha anche disinvestito in titoli e tenuto in valuta l’equivalente di 340 milioni di euro, oltre a 520 milioni di euro in obbligazioni. Insomma, un totale più di quaranta volte maggiore delle riserve auree. Però volete mettere il fascino della parola “oro” (e forse la difficoltà di arrivare al secondo paragrafo del rapporto originale)?

Ultimo aggiornamento: 2008-10-07 11:15

Rinormalizzazione faziana

Ieri sera, nell’attesa di Blu Notte, abbiamo visto l’ultima mezz’ora di Che tempo che fa. Anna, che notoriamente è più intelligente di me (e infatti non ha un blog), mi ha fatto notare che chi scrive i testi per la Littizzetto ha (magari sua sponte, intendiamoci) eliminato brutalmente tutta la parte legata alla politica. Ieri ci sono semplicemente stati i siparietti con Fazio, una tirata sulle forze di polizia e una contro i turisti che se ne vanno in giro nei posti pericolosi e poi devono essere salvati. Non mi ha fatto ridere.
In compenso mi è aumentata la febbre dopo aver sentito Marco Tronchetti Provera che, a domanda “Cosa non andava bene nell’offerta AirFrance-KLM per Alitalia dello scorso marzo?” è riuscito a rispondere “Nel piano si parlava di sostituire solo tre aerei l’anno” (si sa, bisogna muovere l’economia) e soprattutto “Come aveva anche ammesso Padoa Schioppa, bisognava chiudere Malpensa, che fa il 25% del traffico italiano”. Sì, ha detto proprio chiudere. Non “togliergli lo status di hub”, che era quello che voleva fare Spinetta, ma che forse è stato considerato un concetto troppo complicato.
Insomma, direi che effettivamente la Littizzetto si può anche togliere, i comici sono gli altri. E col placet di S.E. Cav.

Ultimo aggiornamento: 2008-10-06 11:14

Mai citare il nemico

Ieri c’è stata l’ennesima aggressione ai danni di una persona. Questa volta l’aggredito è un cinese, gli aggressori un gruppetto di adolescenti romani. Cor&Rep hanno ovviamente pubblicato tutti i loro articoli generati più o meno automaticamente: la retorica è una merce che non soffre mai di penuria. Ma quello di cui mi interessa parlare è il taglio con cui la notizia è stata data ieri da Radiopop. La banda è stata subito presa, praticamente in flagrante, perché un consigliere municipale aveva assistito al pestaggio. Tutto qua. Solo stamattina, da City, ho capito il motivo: il consigliere, Fernando Vendetti, è stato eletto per AN.
Questo tacere il nome del nemico è una cosa che mi fa sempre andare in bestia. Una delle cose che ho imparato da giovane è di ricordarmi sempre di non etichettare automaticamente una persona, ma verificare prima i fatti. È stato uno di AN a fare il suo dovere? Bene, gli si dia il giusto merito. Poi puoi continuare a tuonare contro la politica che quel partito sta facendo a Roma; non c’è nessuna contraddizione. Ma omissioni parziali di questo tipo per me si categorizzano sotto “omertà”.

Ultimo aggiornamento: 2008-10-03 16:24

L’università negli USA

Repubblica lancia alti lai sulla possibile eliminazione dell’esame di italiano degli APP (Advanced Placement Program: in pratica, un portarsi avanti col lavoro, facendo già durante l’High School dei corsi che ti danno crediti per l’università). La situazione deve essere così tragica che non solo Rep.it ha messo dei collegamenti esterni, ma li ha persino colorati in rosso.
Poi uno va a leggere l’articolo e scopre che questo esame è nato due anni fa dopo una serie di spinte politiche, che non viene fatto praticamente da nessuno (ci saranno quasi tre milioni di diciassettenni statunitensi: 1800 persone è lo 0,06%…) e gli americani, da buoni liberisti, dicono “o qualcuno sgancia i soldi o si chiude baracca e burattini”, né posso dar loro torto.
Sì, lo so che dire “mal comune, mezzo gaudio” è un’idiozia. Però mi sembra giusto far notare che non dobbiamo sempre guardare con invidia gli altri… o meglio, dobbiamo invidiarli perché sono capaci ad eliminare le cose inutili e costose.

Ultimo aggiornamento: 2008-09-30 16:49