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Facebook, privacy e chiacchiere a vuoto

Apis mi chiede “un autorevole parere sul mio blog” riguardo Facebook e la privacy, “considerato che ne parlano Mantellini (2 post), Attivissimo e molti altri”. Io gli ho risposto che di queste cose non ne so niente; però, vivaddio, sono un bloggher, e quindi devo essere per definizione in grado di pontificare su cose che non so. Ecco quindi le mie (assolutamente inutili) considerazioni, per la gioia di quel pezzetto di blogocono che non solo ha conosciuto questo blog, ma non si è ancora scocciato della mia logorrea.
Premessa: ho un account su facebook. Ce l’ho da giugno 2007, secondo i miei record. Sul mio profile ci ho scritto una spataffiata di cose, tutte rigorosamente vere. Mi ci collego regolarmente per ignorare le richieste di amicizia (a meno che non conosca personalmente e seriamente le persone, o abbiamo fatto almeno tre anni di Usenet assieme ai bei vecchi tempi), ignorare il 99% delle varie richieste di far parte di un gruppo o di attivare un’applicazione, ed eventualmente rispondere al messaggio di qualcuno.
La mia personale opinione è che Facebook sia l’esperimento meglio riuscito di social engineering su scala planetaria. Per chi non lo sapesse, il social engineering è il modo più semplice per ottenere informazioni segrete. Crederete mica che i cracker e gli hacker abbiano fatto attacchi bruta forza per penetrare nei sistemi? Figuriamoci. È molto più semplice ricavare la password direttamente dalla persona stessa, magari chiacchierando un po’ e facendo in modo che ti dia implicitamente degli indizi. Facebook è appunto l’estensione di questo concetto. Ti senti invogliato a riempire il tuo profilo parlando di te, perché così i tuoi amici ti possono trovare. (Tra l’altro, nota che il profilo non fa parte dei setting, cioè la parte che viene tipicamente vista come “la sicurezza”). Ti senti invogliato ad accettare tanti amici, perché così ti puoi mantenere in contatto con loro. Addirittura, non appena qualcuno ti manda un messaggio attraverso un’applicazione – e questo è così facile, visto che te lo fa fare di default – tu sei pronto a dare tutti gli accessi in lettura a questa applicazione. E lo fai volontariamente. Il paradiso per un social engineer, non c’è che dire.
Io non sono così paranoico. Come ho scritto, i dati che ho fornito sono parecchi e tutti rigorosamente veri. Però sono tutti dati che non mi dà fastidio riportare, anche in un unico posto il che permette di fare molta fatica in meno a radunarli. D’altra parte, basta leggere il mio blog per avere una quantità simile se non maggiore di informazioni su di me, quindi non è che ci perda così tanto :-) Il guaio è più che altro per chi non è abituato a questa perdita di intimità nell’Era della Rete (e poi magari piange perché pretende il diritto all’oblio…); inoltre non so cosa potrebbe succedere con un’applicazione meme che però ricavi abbastanza dati per fare un profilo demografico di un numero davvero grande di persone.
Se io dovessi rivedere il modello di Facebook, credo che lo farei “a cipolla”: non definirei solo amici ma anche contatti, conoscenti, colleghi, familiari, intimi; renderei impossibile sapere a quale categoria appartiene una persona (un “contatto” non può vedere direttamente nulla, un “conoscente” vede amici colleghi familiari intimi tutti come “conoscenti”, e così via), e per ogni dato lascerei la scelta di indicare fino a che categoria renderlo pubblico, con default “a nessuno”. Ma so anche che un modello del genere non avrebbe mai avuto successo: il bello del social engineering è proprio che funziona proprio perché è il tapino stesso che vuole così, come del resto tutte le truffe anche nella vita reale. Quindi teniamoci Facebook così com’è; e svegliamoci, non sveliamoci!

Ultimo aggiornamento: 2008-10-20 21:51

Niente assistenza medica ai clandestini?

Premessa: ho fatto una ricerca sul sito del Senato, e non sono riuscito a trovare l’emendamento leghista che, secondo Repubblica, vorrebbe cancellare
l’articolo 35, comma 5 del Testo unico sull’immigrazione: «l’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità». Di per sé questo non vuol dire nulla, se non che non è così facile cercare un emendamento nel sito del Senato.
Io spero che la notizia sia falsa. D’altra parte, anche se non lo fosse trovo ancora più triste il pensiero che la possa credere vera. L’idea di delazione aprioristica mi fa venire solo in mente la seconda guerra mondiale.
Aggiornamento: (h 17:55) A quanto pare è proprio vero, almeno secondo questo PDF. Non sono abbastanza esperto per capire la differenza per i commi 4 e 6, ma il 5 è indubbiamente cancellato.

Ultimo aggiornamento: 2008-10-20 17:08

classi ponte

Non bastavano gli otto miliardi di euro di tagli alla scuola proposti dalla Maria Stella Gelmini (anche se a dire il vero il corteo per la manifestazione di ieri al Trotter è passato sotto il mio ufficio, e ci saranno sì e no state duecento persone, giusto per dare un ordine di grandezza). La Lega, già che ha visto l’opportunità, ha pensato bene di far votare una mozione per creare “classi ponte” dove mettere i bambini che non parlano italiano (leggasi gli stranieri). Persino da destra si sono levate voci contrarie: magari perché si corre il rischio di non riuscire ad approvare il decreto Gelmini prima che scada. Anche i blogh e i bloggher ne parlano, immagino con maggior cognizione di causa del sottoscritto che non ha figli e non sa come sia la classe di scuola di suo nipote a Torino. Però non evito comunque di sparare le mie idee.
Innanzitutto, già vent’anni fa per bocciare un bambino nella scuola elementare dove insegnava la mia mamma occorreva che fossero d’accordo il maestro, il direttore della scuola, lo psicologo e i genitori del bambino: giusto per capire che il problema non è dei bambini extracomunitari, che al tempo non c’erano almeno nella scuola vicino a casa mia. Possiamo discutere se sia meglio avere una classe con bambini dello stesso sviluppo fisico o una classe con bambini dello stesso sviluppo cognitivo, ma è appunto una discussione diversa.
La risposta più logica (beh, a dire il vero è anche quella dei legaioli) è “è meglio avere una classe con bambini dello stesso sviluppo fisico e dello stesso sviluppo cognitivo”. D’accordo, in linea di principio. Però in questo caso sarebbe più logico avere un percorso aggiuntivo, dove chi non sa l’italiano a sufficienza e quindi ha difficoltà a seguire le lezioni abbia corsi suppletivi di italiano al pomeriggio che lo aiutino a raggiungere il livello sufficiente. Altrimenti è ovvio che separando le classi otterrai bambini di serie A e bambini di serie B-C1-C2…
Oops. Dite che è appunto così?

Ultimo aggiornamento: 2008-10-16 11:19

Altro che le tonnare

Per la serie “le notizie che non arrivano da noi”, leggo dalla BBC che si va verso una moratoria della pesca al tonno dalla pinna blu nel Mediterraneo. Il livello sostenibile per la pesca sarebbe 15000 tonnellate l’anno, mentre le quote ufficiali sono il doppio e altre 20000 tonnellate vengono pescate di nascosto: il risultato è che la popolazione è scesa a un terzo di quella degli anni ’70. Sembra che finalmente Spagna (maggior pescatore) e Giappone (maggior consumatore) abbiano accettato un periodo di riposo.
Detto tutto questo, sbaglio oppure la pubblicità del tonno in Italia mette l’accenno al fatto che le scatolette hanno tonno dalla pinna gialla che è tanto più buono? Non è che qualcuno glielo va a dire ai giapponesi?

Ultimo aggiornamento: 2008-10-14 17:00

Ipocrisie diverse

Io capisco chi si lamenta dei tentativi di intromissione della Chiesa nelle leggi dello Stato (andando poi contro anche le proprie stesse norme, come scrissi a suo tempo).
Ritengo ancora più ipocrita la posizione del nostro Parlamento, che invece di provare a scrivere una legge che definisca quando si può accettare di terminare anche le cure di sopravvivenza preferisce appellarsi contro la magistratura che prende le sue decisioni. (Ah già, mi ero scordato che in questa legislatura le leggi le fa solo il governo, non il parlamento).
Però vedere che non appena Eluana Englaro ha una crisi tutti i quotidiani online subito si buttano a pesce a scrivere titoloni a riguardo (sbagliando anche a scrivere): ecco, questo mi pare estremamente ipocrita. Se ritenete di voler fare una campagna a favore dello staccare la spina, potete intervistare il padre, oppure parlare con medici neurologi filosofi e quant’altro; però per favore non mettete in mezzo quella ragazza, che è vero che non può sentire nulla ma non credo che avrebbe voluto trovarsi in mezzo a tutto questo cancan. Anche questo è accanimento.

Ultimo aggiornamento: 2008-10-11 21:59

Fede e Finanza

Io di economia non è che ci capisca molto, giusto per usare un eufemismo. Devo dire che mi sa che nemmeno gli economisti da Nobel ne capiscano più di tanto, e anzi non vedo l’ora di scoprire chi vincerà il premio quest’anno.
Detto questo, a me sembra abbastanza chiaro che soprattutto negli ultimi decenni i soldi che giravano sono sempre più stati finti. Non so se il punto di svolta sia stato Bretton Woods o la decisione nixoniana del 1971 di sospendere la convertibilità in oro del dollaro: fatto sta che oggi come oggi il denaro non ha più alcuna relazione con una produzione di beni. Non parlo di banche e finanziarie, che per definizione prestano molti più soldi di quelli che hanno basandosi sul fatto che non dovrebbero essere chiesti indietro tutti assieme, ma anche delle stesse aziende manufatturiere. Se sono quotate in borsa, significa che il valore delle quote azionarie non dipende più da quello che è immobilizzato per la produzione dei beni, ma da quello che “il mercato”, qualunque cosa esso sia, ritiene che vale la pena pagare. Aggiungiamo poi che è possibile non solo comprare e vendere azioni ma anche comprare e vendere diritti futuri sulle azioni, per non dire di vendere azioni che al momento non si hanno ma in futuro si suppone di avere, e capiamo che tutto questo potrà ancora chiamarsi mercato ma è qualcosa di completamente diverso da quello con i banchetti per le strade: un po’ come andare da Pizza Hut per prendersi un trancio di “pizza” che magari è anche gustosa ma sicuramente non è pizza.
Vb dice che bisogna avere fede nel denaro come in una qualunque religione. Io sostituirei a “denaro” il concetto di “mercato”: per anni, se non decenni, si è andati avanti e sono stati moltiplicati pani e pesci… eh, indici e prodotti finanziari; ma ora la fede è stata persa, e non si vede un nuovo profeta all’orizzonte.
Perché, però, in questi giorni non sono state bloccate tutte le vendite allo scoperto? Quando dico “bloccate”, significa proprio che uno debba mostrare di avere fisicamente il possesso di quelle azioni che stava vendendo. Almeno ci sarebbe una parvenza di ritorno al tangibile. O forse siamo andati troppo oltre?
Aggiornamento: (13:45) La Consob ha vietato le vendite allo scoperto. Stavano aspettando che io lo scrivessi?

Ultimo aggiornamento: 2008-10-10 11:55

Non facciamoli più soffrire

Ieri sera al microfono aperto di Radio Popolare c’era come ospite Valentino Parlato del Manifesto, che chiedeva l’aiuto degli ascoltatori della radio per l’ultima “ultima chiamata”: la non so più quantesima raccolta di fondi per evitare la chiusura del quotidiano. Nella decina di minuti in cui sono rimasto ad ascoltare, gli interventi – e ricordo che stiamo parlando di ascoltatori di una radio della sinistra dura e pura – sono stati tutti contrari, anche da parte di lettori e abbonati che quindi i soldi li stavano già cacciando: e non posso negare che ogni tanto ridacchiavo.
Due premesse. Le tendenze politiche dei miei ventun lettori sono assolutamente di tutti i tipi: so che uno ha creato un gruppo Facebook “Salviamo il Manifesto” (io non mi iscrivo a nessun gruppo colà, lo ammetto subito), e d’altra parte so che ci sono degli iperliberisti. È anche vero che Anna mi dice sempre che le mie posizioni politiche sono quelle del Manifesto: tutto nacque con l’assoluzione di Andreotti per il delitto Pecorelli, quando a colazione le dissi come la pensavo io sulla cosa e poi alla rassegna stampa scoprimmo che l’editoriale del quotidiano comunista era sulla stessa linea. In realtà non sono così a sinistra, ma non è così importante.
Quello che io so è che saranno quindici anni che si va avanti a richieste di fondi, il che significa che il Manifesto è strutturalmente in perdita. In effetti nessuno ci vieterebbe di fare un Bad Manifesto e trovare dei capitani (ma anche solo caporali) coraggiosi che ripartano da capo con gli asset che hanno ancora un certo valore: ma non credo che la cosa comunque funzionerebbe. Banalmente, non c’è una massa critica di persone interessata a quello che scrive il giornale; e aggiungerei “a come lo scrive”, perché è chiaro che se uno lo acquista non è per sapere cosa è successo al reality ma per avere un certo tipo di visione di cosa sta accadendo nel mondo: però posso garantirvi che le volte in cui mi è capitato di comprarlo ho fatto fatica a seguire buona parte dei pipponi. In secondo luogo, evidentemente non ci sono aziende che pensano che sia utile pubblicizzarsi tra quei lettori.
A questo punto, i casi sono due: o si inventa una legge Bacchelli anche per le cooperative di giornalisti finite in indigenza e non solo per gli artisti finiti in indigenza, oppure si ha il coraggio di chiudere e basta. E secondo me è la seconda, la scelta giusta. Triste, perché è chiaro che non è bello pensare che Libero lo compri almeno il triplo delle persone, ma tant’è. È un po’ come il proverbio che dice che non si possono raddrizzare le gambe a un cane.

Ultimo aggiornamento: 2008-10-07 17:54

scuse all’italiana

Non mi verrebbe mai in mente di pretendere che, dopo un disastro come quello dell’ATM di ieri, i vertici aziendali si dimettessero. A parte che non credo che lo facciano più nemmeno in Giappone, non ha un grande senso. Ma che si scusassero, magari sì.
Invece Elio Catania, presidente ATM, dichjara papale papale «Questo guasto è il prezzo che città e azienda pagano per 10 anni di mancati investimenti nelle infrastrutture. Tutti i dipendenti oggi devono chiedere scusa ai clienti per il disservizio inaccettabile.» Bisogna dargli atto di una cosa: bisogna avercene tanta, di faccia tosta, per riuscire a dire una cosa del genere senza scoppiare a ridere. Innanzitutto, le “infrastrutture” non c’entrano nulla, visto che questo è ovviamente un problema di manutenzione. Poi i casi sono due. O gli addetti alla manutenzione delle linee aeree non fanno bene il loro lavoro e dunque i colpevoli sono solo loro e non tutti gli altri dipendenti; oppure – e non so come dirlo, ma io scommetterei più su questo – per poter affermare di avere il bilancio in attivo ATM continua a tagliare sulle cose incomprimibili e incrociare le dita.
Ma d’altra parte il facciaculismo è lo sport nazionale italico. L’assessore milanese alla mobilità Croci (insomma, il capo di Catania), prima di dire che «questo disservizio è inammissibile», ha ricordato che «Abbiamo il metrò più vecchio d’Italia». In effetti il tratto Caiazzo-Cascina Gobba è stato aperto nel 1969. Mi domando solo cosa Croci pensi possa succedere a Parigi o New York, la cui rete metropolitana ha una settantina d’anni in più. Anzi no, non me lo domando. Evitiamo la retorica almeno qua.

Ultimo aggiornamento: 2008-10-07 11:29