Archivi categoria: pipponi

Private Outlet

Leggo da Marco d’Itri che l’AGCM (il Garante per la Concorrenza) nel suo bollettino 8/2012 ha ordinato agli Internet Service Provider l’oscuramento del sito privateoutlet.com e siti collegati. Mentre sui siti di scommesse e simili non ho mai avuto molto da dire se non considerazioni generiche, questa volta ho un’esperienza (quasi) diretta.
Private Outlet è uno dei millanta siti di offerte scontatissime accessibili solo agli iscritti, e uno dei tanti che mia moglie ha usato. L’anno scorso Anna comprò un paio di scarpe (o di stivali, non ricordo): la carta di credito fu subito addebitata, ma la roba arrivò vari mesi e non so quanti solleciti. Anna voleva togliersi dalla loro mailing list: peccato che non ci fossero istruzioni a proposito. Scrisse loro chiedendo ai sensi della legge italiana sulla privacy di togliere il suo nome dalla lista: nessuna risposta (e mail di offerte che continuavano ad arrivare). Io purtroppo sono pigrerrimo, perché altrimenti (1) avrei cambiato il suo indirizzo email in anna@example.com e (2) avrei fatto una segnalazione al Garante. Fortunatamente l’hanno fatta in tanti altri, sono solo contento di questo blocco, che può essere facilmente eluso – basta cambiare risolutore DNS… – ma almeno è un primo passo.
P.S.: Quintarelli si chiede: «se e’ uno che truffa, non e’ meglio disporre agli intermediari di pagamento di NON processare i pagamenti ?». Indubbiamente. Ma l’AGCM può fare una cosa del genere? Secondo me no, tanto che nel provvedimento c’è scritto «c) ai sensi dell’art. 27, comma 2, del Codice del Consumo e dell’art. 3, comma 1, del DecretoLegislativo 19 marzo 2001, n. 68, che l’Autorità per l’identificazione dei soggetti sopra individuati si potrà avvalere della collaborazione del Nucleo Speciale Tutela Mercati della Guardia di Finanza, affinché provveda ad ogni attività a ciò necessaria». È vero che si parla di “identificazione”, ma è la base di partenza per una denuncia non “contro ignoti”, no?

Ultimo aggiornamento: 2012-03-15 10:16

l’ultimo miglio

I farmacisti non si toccano, le banche nemmeno, non parliamo dei tassisti: però c’è sempre Telecom. Nella conversione in legge del decreto semplificazioni si sta aggiungendo un comma – già passato alla Camera – per obbligare alla disaggregazione dei servizi di accesso alla rete di Telecom Italia. Detto così non si capisce nulla: provo a spiegarmi meglio. Adesso un utente telefonico può chiedere di non avere proprio per nulla Telecom come operatore telefonico: per esempio la mia linea ADSL di casa è portata da un internet provider che si appoggia su Tiscali. Tiscali paga però a Telecom 9 euro e rotti al mese di affitto e manutenzione linea, soldi che poi vengono ribaltati sul mio canone. Bene: l’emendamento dice più o meno “i nove euro sono sette di affitto e due di manutenzione: Telecom deve permettere agli altri operatori di farsi manutenzione per conto proprio”.
C’è voluto qualche giorno, ma se ne stanno accorgendo tutti, come potete leggere da questo articolo del Corriere delle Comunicazioni, o se preferite gli interventi di qualcuno storicamente contro Telecom questa e questa bloggata di Quintarelli. Sono buono e vi risparmio i comunicati sindacali tutti univocamente di segno opposto: io ho ricevuto quelli di SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UGL(!), ma immagino che anche UIL ne abbia fatto uno, come vi risparmio il comunicato dell’associazione piccoli azionisti Telecom. Però vi cuccate la mia interpretazione.
Immagino che i conti di Quintarelli siano giusti e quindi si parli di ben pochi soldi : comunque già quando è partito il nostro contratto di solidarietà a guardare i numeri non ce n’era necessità. Non so se ci sarebbero davvero le migliaia di esuberi paventate dai sindacati; sicuramente i conti fatti da Quintarelli sono fallaci per l’ottima ragione che è vero che i margini annui di Telecom sulla parte affitto potrebbero essere dell’ordine di 10 milioni di euro l’anno, ma è anche vero che le persone che adesso si occupano di quelle operazioni rimarrebbero un peso morto per l’azienda. E non venitemi a dire “sì, ma gli operatori che si prenderebbero la manutenzione dei doppini se le assumerebbero loro”: siete davvero così ingenui?
Quello che io so è però che ho paura a pensare a N aziende diverse che lavorano sui doppini (che come penso immaginiate viaggiano tutti belli insieme per il 99% del percorso, e danno già una serie enorme di problemi con un unico gestore). Quando qualcuno parla di scorporo dell’ultimo miglio, insomma della divisione ope legis di Telecom conferendo a un’azienda separata la gestione dell’ultimo miglio, capisco perfettamente la cosa da un punto di vista non aziendalista: poi mi chiedo chi è che avrebbe le azioni di questa nuova azienda, ma questa è un’altra storia. Però la manutenzione multipla non riesco proprio a capirla.

Ultimo aggiornamento: 2012-03-15 07:00

La vie française agli ebook

Grazie a Paolo Marino, ho scovato (su Google+, per quelli di voi che credono che lì non ci sia vita) questo articolo di Engadget, che racconta di come il governo francese intenda digitalizzare i libri fuori commercio prodotti nel secolo scorso – avrebbe già stanziato 30 milioni di euro per il primo fondo – ed eventualmente venderli, il tutto sotto l’egida della Bibliothèque nationale.
Stavo scrivendo un pippone contro quello che dal mio punto di vista è comunque un furto nei confronti degli autori dei libri, quando ho pensato di andare a vedere la fonte della notizia, fonte del resto citata esplicitamente in fondo all’articolo. Paidcontent mostra che le cose sono un po’ diverse: la presunta nuova società avrebbe una partecipazione statale al più del 40%, e soprattutto garantirebbe che almeno il 50% delle royalties andrebbero a editori e autori. Per sicurezza ho fatto ancora un livello di indirezione e ho letto l’articolo di LeTemps: per quello che io capisco di francese, mi sembra che la traduzione di Paidcontent sia corretta. In entrambi gli articoli tra l’altro viene spiegato che quasi mille tra autori e altri personaggi hanno firmato una petizione contro la legge, in quanto «remet en cause la propriété intellectuelle de l’ouvrage, qui devient une propriété nationale dont on confie l’usage commercial à l’éditeur». Per essere più precisi, uno di questi firmatari afferma che in quanto autori non sono stati consultati, e che in questo modo non possono esercitare il loro inalienabile diritto d’autore e quindi rifiutarsi di far ripubblicare la propria opera… proprio come ai tempi di Virgilio.
A questo punto ho due considerazioni da fare. La prima è che trono molto strana questa resistenza da parte degli autori. Stiamo parlando di libri già pubblicati in passato, non più pubblicati oggi (e quindi non è un problema di soldi persi, nel senso che non arrivano nemmeno adesso); sì, in linea teorica posso immaginare che una persona possa aver cambiato idea, ma la cosa mi pare sufficientemente garantita dai sei mesi di opt-out previsti dalla legge. La seconda considerazione è che è facile trovare un articolo che affermi cose semplicemente false, come è capitato a me: ma il fatto stesso di avere a disposizione i puntatori alle fonti permette di verificare se la notizia è stata riportata correttamente oppure no. Ma questo succede quando i puntatori ci sono… cosa che nell’italica stampa non capita ancora :-(
[mi fanno notare che “la vie” in francese è “la vita”, non “la via”. Vabbè, tanto mi sembra poetico parlare della (nuova) “vita francese” per i libri…

Ultimo aggiornamento: 2015-02-12 20:14

Ha senso creare una comunità a pagamento?

Qualche giorno fa il mio amico Ugo mi ha inviato un link a Sangakoo, un sito presubilmente catalano (le lingue indicate sono per l’appunto catalano, inglese, spagnolo ed ebraico) il cui scopo è “imparare la matematica creando nuovi problemi matematici”. La comunità lavora sui problemi, li verifica, li corregge e alla fine li mette sul sito, a libera disposizione di tutti. Bello, vero?
Beh, c’è solo un piccolo ma. Come si trova scritto nelle pagine del sito, «All the theoretic contents are free. If you want to learn mathematics with Sangakoo’s method, create your account and join the Sangakoo community.», dove il “create your account” significa che paghi (5 euro il mese, se si fa un abbonamento annuale paghi solo 45 euro). Così ad occhio c’è qualcosa che non va: ricordo che è la comunità (cioè quelli che hanno pagato per avere il privilegio…) che verifica corregge emenda i problemi vari. Insomma, a me il tutto sembra una bella fregatura.
Ma in genere che ne pensate voi? Il punto di vista milanese “io pago e pretendo, ueh” può portare a un maggior coinvolgimento in un progetto se uno ci deve cacciare su un po’ di soldi? E se ci fossero dei premi per chi contribuisce di più? Continuo ad essere molto dubbioso, però mi piacerebbe sentire il vostro parere.
Aggiornamento: c’è comunque la possibilità di avere 30 giorni di prova, prima di iniziare a pagare. Insomma, prima si vede cammello.

Ultimo aggiornamento: 2012-03-02 10:49

library.fu

Non so quanti dei miei lettori sapessero dell’esistenza del sito library.nu: un posto dove si trovavano copie illegali di centinaia di migliaia di libri, e la cui esistenza era indubbiamente un segreto di Pulcinella. Da martedì il sito non esiste più: i tentativi degli ultimi mesi di chi lo gestiva di confondere le acque sono falliti, e oggi la meta-pagina ha un eloquente – e fors’anche con un doppio senso – “rip lnu”.
La cosa più interessante è che oggi la notizia è apparsa sul Corsera cartaceo – qui e qui la scansione per chi sta leggendo questa notiziola direttamente dal mio sito; oppure se preferite potete leggere dal blog letterario del Corriere. Chi invece vuole qualche notizia più seria (penserete mica davvero che il sito fosse attivo solo “da ottobre”?) può leggere l’Huffington Post. Il sito della Publisher Association al momento mi dà ironicamente un Database Error: Unable to connect to the database:Could not connect to MySQL
Io conoscevo bene il sito: dove credete che abbia scoperto libri come Nonplussed! e The Art and Craft of Problem Solving? A dire il vero non sapevo ci fossero anche libri italiani, anche perché quello che non si evince bene dall’articolo è che la stragrande maggioranza dei testi ivi presenti, non solo metà, erano tecnici e accademici. A differenza di musica e film, infatti, il mercato degli ebook pirata mi sa sia molto ristretto, non solo in Italia dove si sa che non legge nessuno ma anche all’estero. E a dire il vero mi chiedo come quelli di library.nu fossero riusciti a guadagnare otto milioni di euro: passi gli annunci, ma non ci credo che qualcuno pagava l’accesso high-speed… Un pdf di un libro, quando arriva direttamente dall’editore come capitava spesso, occupa da 3 a 5 megabyte. E a differenza di un disco e di un film ci vuole il suo tempo per leggere un libro, tempo che è la vera variabile limitante… anche se nel caso delle edizioni accademiche in effetti anche il loro costo è un limite.
(p.s.: i “file modificabili, di seconda generazione” non sono altro che gli .epub e i .mobi. Ma scritto così sembra chissà cosa, vero?)
Aggiornamento (14:30) Ne parla anche Bibò, pardon Repubblica. Il comunicato stampa ha fatto scuola.

Ultimo aggiornamento: 2012-02-16 12:45

ricongiunzione

Bisogna dire che questi ministri tecnici, salvo le solite eccezioni (ciao Michel! comunque no, io non sono uno sfigato almeno da quel punto di vista…), sono molto bravi a parlare e intortare la gente. Prendiamo la lettera che il ministro del Welfare Elsa Fornero ha scritto al Corsera in risposta alle domande fattele da Milena Gabanelli sui doppi contributi pensionistici; la lettera la trovate qua.
Fornero non spiega perché ci dovrebbe essere un «beneficio che si ottiene dal conseguimento di una pensione in un’unica gestione». Beh, un beneficio c’è, nel senso che devi avere un numero minimo di anni di contribuzione per avere la pensione: ma non ci sono dei bonus dopo aver superato tot anni di contribuzione, tipo dire “dopo trent’anni al fondo X, ti diamo un 5% in più”. Quindi la cosa non ha un grande senso.
Fornero ha ragione quando afferma che la differenza con chi ha avuto la ricongiunzione gratuita solo qualche mese fa «è però una caratteristica che si presenta ogni qual volta viene abolito un “privilegio”»: sono cose che capitano, e non si può fare molto. Beh, sì, si sarebbe per esempio potuto fare la riforma Dini mettendo il sistema pro-quota per tutti: adesso non ci sarebbe stato tutto quel problema. In compenso mi chiedo come sia riuscita a scrivere una frase come «per non produrre ingiuste differenze, la totalizzazione dei contributi, che è l’alternativa alla ricongiunzione, è gratuita, ma dà origine a pensioni calcolate interamente con il metodo contributivo» senza scoppiare a ridere. Secondo me si è dovuta fermare almeno dieci minuti per prendere fiato. Il metodo retributivo era assolutamente insostenibile, sono il primo a dirlo: però era il metodo in vigore fino al 1995 e non puoi certo convertirlo così magicamente, per almeno due motivi: la percentuale contributiva era molto più bassa di quella attuale (che per un lavoratore dipendente arriva al 33% dello stipendio tra quota lavoratore e quota azienda) e perché non credo proprio ci sia una forma di rivalutazione equivalente a quella del metodo contributivo.
Ancora: Fornero ha ragione quando afferma che «Le diverse gestioni previdenziali si sono inoltre storicamente contraddistinte per una grande eterogeneità nelle aliquote previdenziali, nei criteri di accesso alle prestazioni e nelle regole di calcolo delle pensioni». Avendo io fatto parte del Fondo Lavoratori Telefonici, posso assicurare che per esempio i primi anni avevo una percentuale di calcolo della pensione del 2.25% per anno invece che del 2% standard, e se non ricordo male la gente poteva arrivare al 90% dell’ultimo stipendio invece che all’80% dell’Inps. Quelli erano privilegi, erano legati a una banale considerazione storica (il fondo telefonici, come quello elettrici, era nato negli anni ’60; quindi nei primi decenni ad andare in pensione erano pochini, e pertanto il fondo sembrava prosperare quando invece era destinato a diventare una voragine), e capisco perfettamente che la ricongiunzione gratuita avrebbe perpetuato questo privilegio. Ma la soluzione sarebbe stata semplice: la ricongiunzione gratuita si potrebbe avere alle condizioni peggiori tra i due sistemi; quindi per esempio perdere lo 0.25% di valore ricavato in quei lontani anni, o cose simili. Insomma, il “privilegio” che si toglie è appunto la differenza rispetto al trattamento standard, cosa ben diversa da quello che si fa ora con la legge 122/2010.
Io sono disilluso. Non mi aspettavo nulla del genere da Sacconi, che magari non sapeva nemmeno di che cosa si stava parlando. Non mi aspettavo nulla del genere nemmeno da Fornero, che sa perfettamente di cosa si sta parlando. Però essere anche preso per i fondelli così mi pare francamente un po’ troppo.

Ultimo aggiornamento: 2012-02-15 15:46

#copiaeincrozza

Io sono una persona fortunata: non guardo la tivù. Così mi sono perso la “copertina di Ballarò” di Maurizio Crozza. Poi Twitter non mi piace nemmeno troppo, quindi non lo uso quasi mai e mi sono perso il trend topic #copiaeincrozza con tutti che sbertucciavano il comico genovese perché tre delle sue battute (dicono anche tra la meno divertenti) erano copiate da quel social network. Crozza (o chi gli scrive i testi) si è impuntato e ha inviato una lettera al Corriere dove ironizza sul fatto che già a scuola copiava da Twitter, e anche quel comunicato era stato copiato da lì; ma le copertine di Ballarò no, quelle le copia da Facebook.
La cosa per quanto mi riguarda sarebbe finita lì, ma l’apologia di Crozza che Anna Masera ha scritto sulla Stampa mi ha fatto decidere di perdere qualche minuto della mia pausa pranzo per rispondere. Masera dal punto di vista strettamente giornalistico è impeccabile: a parte la battuta sulla citazione della fonte del comunicato generalmente lei le fonti le cita eccome. Sul merito della sua difesa ho però forti dubbi. Anche solo per i testi – le immagini fanno storia a parte, salvo per l’essere anch’esse usate in spregio a ogni riconoscimento di proprietà intellettuale – non c’è nulla che arriva “dalla Rete”. Tutto arriva da un’entità ben precisa. Scrivo “entità” perché tanto per dire “.mau.” corrisponde sì a una persona – Maurizio Codogno, se non ve ne foste mai accorti – ma ha una sua certa qual vita propria. Inoltre il copincolla della rete in genere lascia traccia della fonte originale, mica per altro ma perché è più facile fare un “inoltra” o un retweet piuttosto che effettivamente copiare e incollare: quindi l’anonimato è sempre molto relativo, o meglio è una scusa per chi non vuole fare il proprio lavoro. Certo, nessuno richiede che in un monologo siano citate tutte le fonti; ma ci sono i titoli di coda apposta per farlo.
Trovo poi ironico che Masera scriva «bisognerebbe andare orgogliosi di cotanto “omaggio”» e nel paragrafo successivo «è davvero triste constatare che il Twitter nostrano si abbassi a chiedere la citazione per un attimo di gloria in tv»: un “omaggio anonimo” per quanto mi riguarda non è affatto un omaggio, sono cose che lascio volentieri ai cardinali in pectore. Per dire le cose in altro modo, sono ragionevolmente certo che Crozza abbia qualcuno che collabori a scrivergli i testi, e anche se lui fa tutto da solo ci sono altri comici che hanno collaboratori regolarmente citati nei rulli finali. Proviamo anche a eliminare quei nomi? Il ragionamento fila esattamente allo stesso modo.
Un’ultima cosa: leggendo il testo, credo che Masera abbia volutamente mischiato due temi che lei sa bene essere distinti. Il copyright è una cosa ben precisa: è giusto che i collaboratori che ho citato prima siano pagati per il loro lavoro, titoli di coda o no. Qui non stiamo però parlando né di soldi né di copia, ma di proprietà intellettuale: per quanto mi riguarda una fonte ha comunque il diritto di essere citata. Sono certo che quando Crozza prende una battuta poi la migliora, se non nel testo nel modo di proporla, e nessuno gli vuol negare quel suo valore aggiunto: ma il valore è appunto aggiunto, proprio come nell’IVA. Aggià, ma siamo in tanti che appena possiamo l’IVA non la paghiamo…
(p.s.: come ben sanno i miei ventun lettori, se mai Crozza o chiunque altro prendesse una mia battuta vorrebbe dire che non è alla frutta, ma ha già pagato il conto e digerito il pranzo. Il mio è un discorso generale)

Ultimo aggiornamento: 2012-02-09 12:44

elitismo ambasciatoriale

Purtroppo a quanto pare la pagina delle lettere del Corriere della Sera non viene indicizzata, o almeno non sono riuscito a trovare la risposta che ieri Sergio Romano ha dato a un lettore che chiedeva come mai oggi in Italia ci fossero contemporaneamente immigrazione e disoccupazione. Invece di limitarsi a dare la risposta più semplice (che non è “ci sono lavori che gli italiani non vogliono più fare” ma “ci sono lavori che vengono dati in nero, ed è più facile trovare un immigrato senza permesso di soggiorno che è costretto a prendere i du’ euri che gli danno”), Romano ha iniziato a lamentarsi della riforma del ’68, dicendo che «le Università e lo Stato italiano hanno alcune responsabilità» (Notare l'”alcune”: purtroppo non conosco abbastanza retorica per dare il nome alla figura del discorso simile alla litote, ma che invece che affermare con forza un concetto negando il contrario lo fa con un testo affermativo ma riduttivo).
Più precisamente, «Quando nuovi ceti sociali cominciarono a chiedere maggiore istruzione, sarebbe stato utile introdurre l’esame di ingresso nelle università e rafforzare contemporaneamente le scuole di formazione professionale», mentre invece «le università hanno spalancato le loro porte a chiunque avesse terminato la scuola media superiore». Di nuovo: l’esame di ingresso potrebbe forse scoraggiare qualcuno – ne dubito – ma sarebbe più semplice fare una vera scrematura durante gli esami, e il risultato finale sarebbe lo stesso. Io penso sempre male, ma leggere certe cose scritte da uno che è stato ambasciatore mi fa immediatamente pensare a chi non si sarebbe dovuto preoccupare dell’esame di ingresso nelle università…

Ultimo aggiornamento: 2012-02-07 12:31