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Francesco Guccini

Non posso dire di essere mai stato un fan di Guccini. Per dire, saprei cantare Dio è morto, ma non La locomotiva, e non parliamo dei brani dei decenni successivi, o dei suoi libri. Però ammiravo la sua cultura e il suo modo di porsi, con idee nette ma non urlate. Qualche giorno fa avevo sognato di ascoltare un servizio su un necrologio, ma avendo acceso la radio dopo l’inizio non ero riuscito subito a capire di chi si trattasse. Solo dopo un po’ mi ero accorto che parlavano di Guccini… Credo sia la prima volta che mi è successa una cosa del genere.

Ultimo aggiornamento: 2026-08-06 11:30

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Alex Zanardi

Io posso capire le battute di Zanardi su sé stesso, come quella “sono talmente emozionato che mi tremano le gambe” in una delle sue prime apparizioni dopo la loro amputazione: magari gli servivano per esorcizzare la perdita. Lo stesso vale per aver voluto tornare a gareggiare nell’automobilismo dopo l’incidente. Ma quello che mi ha sempre lasciato basito è la sua tigna che l’ha portato a diventare un campione di handbike, tanto da vincere due medaglie d’oro paralimpiche (a 50 anni!) Quello non è stato semplicemente un modo per non lasciarsi andare, ma una vera e propria sfida al mondo. E il destino gli è stato doppiamente crudele, con l’incidente del 2020 in allenamento che gli ha fatto passare gli ultimi anni in un modo che non augurerei a nessuno. Forse la morte è stata la fine delle sue sofferenze, ma è comunque un momento di tristezza pensando a quanto ha fatto e quanto avrebbe potuto fare.

Ultimo aggiornamento: 2026-05-02 16:43

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Pete Dello

Era il 1997. Fare una ricerca su Internet era persino più difficile di adesso: ora abbiamo l’enshittification e le allucinazioni prese per buone dai motori di ricerca, allora non c’era semplicemente materiale. Un giorno scoprii che la canzone Un angelo blu dell’Equipe ’84 era una cover (e fin qua nulla di strano) di un brano britannico, I Can’t Let Maggie Go, di una band di cui non avevo mai sentito parlare. Scrissi su Usenet un post con il testo che ero riuscito a capire della canzone (lo si trova ancora in rete), scrivendo nel titolo “Honeybus(?)”, e dopo qualche giorno ricevetti un’email dall’autore del brano, Pete Dello, che mi segnalò un errore (nel ritornello cantava “I see, I sigh”, non “I see, I say”), confermò che la band esisteva davvero, e che l’aveva lasciata subito dopo che quel brano era entrato in classifica, perché si sentiva troppo pressato e preferiva insegnare musica. (Leggo sull’obituary del Telegraph che passò a insegnare filosofia platonica).

Gli Honeybus ebbero vita breve e sfortunata: il singolo precedente, [Do I Figure] In Your Life, non entrò nemmeno in classifica. Oggettivamente non riesco a capire il motivo: il “pop barocco” suonato da loro era musicalmente molto interessante: come si può anche sentire nel brano She Sold Blackpool Rock, scritta dal compagno di band Ray Cane e di cui esiste anche una versione cantata in italiano. Ma la cosa più importante almeno per me è che Dello vide una citazione e pensò di scrivere a uno sconosciuto quale io ero un’email: non per lamentarsi che non conoscessi gli Honeybus ma per raccontarmi un po’ la loro storia. Non è facile trovare gente così, che non è interessata a restare sotto i riflettori, tanto che anche la sua morte è passata praticamente inosservata: è morto il 21 febbraio e l’ho scoperto per puro caso l’altro giorno.

(ho perso quella mail come tutte quelle fino al 2004 per colpa di un PC kaputt e di un CD-ROM illeggibile…)

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Scott Adams

Lo so, de mortuis nisi bonum: ma è difficile dire qualcosa di buono su Scott Adams, morto oggi per un timore tUmore alla prostata, come persona. Quello che negli anni ’90, leggendo la sua newsletter, pareva essere un modo per prendere in giro i lettori si è poi visto essere una vera immagine del suo razzismo. (Avevo smesso dopo qualche numero di leggere la newsletter: lui così si divertiva, io no).

Purtroppo però Dilbert era un modello troppo perfetto della realtà aziendale per poterlo eliminare del tutto. Non ero un lettore assiduo, ma se mi capitava di vedere una serie di strisce mi ritrovavo perfettamente in quelle situazioni. Non si leggeva Dilbert per ridere, anche se amaramente; lo si faceva perché Adams riusciva a vedere, e quindi a far vedere a noi, l’insanità delle dinamiche aziendali che altrimenti sarebbero rimaste sottotraccia anche quando toccavano direttamente noi. Alla fine è meglio riuscire a ricavare qualcosa di buono dal male che non ottenere nulla.

Ultimo aggiornamento: 2026-01-14 21:41

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Sandra Biondo

Se mi leggete spesso, saprete che io frequento un socialino di nicchia dove saremo in meno di cento a scrivere. Come potete immaginare, ci si conosce più o meno tutti, e con molti ci si è anche visti di persona. Potete immaginare come mi sono sentito quando domenica ho saputo che Sandra Biondo era improvvisamente morta.
Come scriveva lei stessa Sandra era bolognese, ma aveva vissuto a lungo in Brasile, come collaboratrice in una missione salesiana. Nella sua vita ha fatto la traduttrice dal portoghese e l’insegnante sempre di portoghese: il Brasile le era infatti sempre rimasto nel cuore, ed è tornata molto spesso, oltre che parlarne in un suo blog. Ma Sandra ha sempre voluto aiutare i ragazzi: alcuni anni fa è stata affidataria di un diciassettenne albanese, una di quelle cose che non fanno certo tutti. Ma quella di aiutare la gente in generale è stata sempre la sua caratteristica: negli ultimi anni aveva lavorato in un CAAF, e finalmente aveva avuto un contratto a tempo indeterminato che la aveva fatta sentire più tranquilla.
Quando raccontava delle persone che incontrava al CAAF si capiva bene la sua capacità di vedere le cose positive in chiunque incontrasse: una dote rarissima che fa sentire ancora di più la sua mancanza.

Ultimo aggiornamento: 2025-09-30 16:05

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Franco Guadagni

Ieri è improvvisamente morto di infarto il mio vecchio (si fa per dire, aveva 71 anni) capo in Cselt. Franco era salito dalla Toscana a Torino a studiare ingegneria, e in Cselt si occupava di ingegneria delle telecomunicazioni, che al tempo significava seguire gli standard ISO/OSI con cose tipo X.25. Ebbe però l’intuito che forse quella cosa chiamata “Internet” poteva avere un qualche futuro, e così nel 1992 cominciò ad ampliare i temi trattati dal suo gruppo, prendendo tra l’altro il sottoscritto che era uno dei pochi in azienda a saperne qualcosa. Cominciammo così a spiegare ai colleghi romani in Sip che forse poteva essere l’ora di istituire accessi in TCP/IP, collaborando alla creazione di Interbusiness (di cui bucammo la prima implementazione in mezz’ora… bei tempi, quelli).

Franco mi supportò e sopportò per un decennio: fu lui a spingermi per esempio a entrare nella Naming Authority (dove ovviamente Telecom era malvista, visto il suo monopolio di fatto…). A parte le serate musicali che facevamo con i colleghi, siamo sempre stati in contatto anche quando sono andato via a Milano: se passavo in Tilab andavo comunque a trovarlo, anche negli ultimi anni quando era stato mobbato – ma Cselt era morto e sepolto, nulla di strano). Andato in pensione si era cominciato a dedicare a tempo pieno a raccontare i suoi viaggi e scrivere di botanica, oltre ai suoi “pensierini” che erano un ottimo modo per vedere le cose da un punto di vista diverso dal solito.

Ultimo aggiornamento: 2025-09-09 16:18

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Pippo Baudo

Non è che si possa aggiungere molto alle parole di Mattarella, che ricorda “la professionalità, la cultura, il garbo e la straordinaria capacità di interpretare i gusti e li aspettative dei telespettatori italiani”: insomma, il “nazional-popolare” di cui fu tacciato dal presidente Rai Enrico Manca e che deve averlo ferito non poco. Baudo è sempre stato preso in giro: gli anzyani come me si ricordano la telenovela-parodia a Drive In “Anche i Baudi piangono”, con Gianfranco D’Angelo che mostrava la collezione di parrucchini del Pippo nazionale, “quel simpatico pennellone”. (Tra l’altro devo dire che quando l’ho intravisto in TV coi capelli candidi mi ha preso un colpo).
Baudo era nazional-popolare per scelta precisa, perché era quello che i telespettatori di allora si aspettavano: molto meglio che il becerismo, e ad ogni modo la sua capacità di tenere le fila dei programmi che conduceva – d’accordo, sforava i tempi s Sanremo, ma chi non? – era impressionante. Nella TV di oggi probabilmente non avrebbe avuto posto, ma non so nemmeno se gli sarebbe piaciuta.

Ultimo aggiornamento: 2025-08-17 10:50

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Tom Lehrer

Qualche mese fa mia moglie Anna mi ha spedito il link a un brano di Tom Lehrer, chiedendomi se lo conoscevo. La mia risposta: “ho un CD triplo con le sue canzoni!”

Tom Lehrer, morto ieri alla bella età di 97 anni, era un matematico che aveva tra l’altro insegnato a Harvard, al MIT e alla University of California. Ma nel sottobosco matematico era conosciuto per le sue canzoni parodia che scrisse tra gli anni ’50 e ’60, a volte su musica altrui altre volte con melodie originali. Io sono venuto a sapere della sua esistenza da Adam Atkinson: tra i suoi brani quello che ho apprezzato forse di più è Lobachevsky (il nome era stato scelto solo per ragioni metriche) in cui il protagonista decanta le meraviglie del plagiarismo. Traduco al volo l’ultima strofa (parlata, non cantata):

Io non mai dimentico il giorno il mio primo libro fu pubblicato:
ogni capitolo io rubato da qualche altra parte.
Indice l’ho copiato da vecchio elenco telefonico di Vladivostok.
Libro è stato sensazionale!
PravdaPravdaPravda disse: (**)
“Una schifezza!”
Ma IzvestiaIzvestia disse: (**)
“Una schifezza!”
Metro-Goldwin-Moskva compra diritti cinematografici per sei milioni di rubli,
Cambiando titolo in “L’Eterno triangolo”,
con Ingrid Bergman nella parte dell’ipotenusa.

Le parti con l’asterisco erano pronunciate in russo con parole casuali se il pubblico non capiva il russo e altri giochi di parole (spesso osceni) in caso contrario; al posto di Ingrid Bergman c’era una qualunque attrice famosa al momento.
Come avete capito, musicisti come Weird Al Jankovich si sono ispirati a lui. Non ho idea se gli Elii conoscessero la sua opera, ma non mi stupirei. Tra l’altro un paio di anni fa Lehrer ha lasciato tutti i suoi testi nel pubblico dominio.

Se volete sentire e vedere un suo brano, vi lascio “Silent E” (via l’obituary di Mark Liberman)

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