più bella che intelligente
In parecchi hanno parlato dell’ultima piazzata notturna del PresConsMin: con i toni misurati che lo contraddistinguono sempre, ha inveito contro Rosy Bindi usando quello che probabilmente per lui è l’insulto principe: “lei è più bella che intelligente”. Parecchi hanno anche notato come quella battuta sia stata fatta inizialmente da Vittorio Sgarbi, e che quindi Sìlvio non sia nemmeno riuscito a trovare qualcosa di nuovo: ma qui lo si capisce, ha tante cose da fare. Non mi interessa chiedermi cosa sarebbe successo a parti invertite, cioè se qualcuno gli avesse detto “lei è più alto che intelligente”, e noto solo en passant che quando si passa agli attacchi personali è chiaro che non si ha nulla da dire nel merito; questo lo si immaginava in molti.
Ci sono due cose che però mi hanno turbato nella storia. La prima è che nessuno degli uomini lì presenti ha ribattuto alcunché. Non che uno se lo aspettasse da Angiolino Alfano, Roberto Castelli o dallo stesso Bruno Vespa; in fin dei conti era il giorno prima che si parlava dei miracoli di Lourdes. Ma credo che il silenzio di Pier Ferdinando Casini e soprattutto quello di Riccardo “Jena” Barenghi siano peggio degli insulti del premier. L’altra cosa – mi perdonino le mie lettrici se cambio argomento – è molto più politica. Se il virgolettato di repubblica.it è veritiero, Berlusconi avrebbe affermato che «Il presidente della Repubblica aveva garantito con la sua firma che la legge sarebbe stata approvata dalla Consulta, posta la sua nota influenza sui giudici di sinistra della Corte». Ammesso che il PresConsMin non sia del tutto impazzito, credendo davvero che la firma del PresRep su una legge implichi automaticamente la sua costituzionalità [*], significa che sta affermando l’esistenza di una pastetta istituzionale: vera o falsa che sia, la cosa è ugualmente gravissima. E il fatto che non se ne parli nemmeno a fatica è ugualmente grave.
[*] Il Presidente della Repubblica può non approvare una legge quando ravvisa la sua manifesta incostituzionalità, il che è una cosa ben diversa. Supponiamo di voler impedire l’ingresso ai minori di diciott’anni; se vediamo un bambino che ne dimostra dieci lo mandiamo via senza nemmeno scomodarci a chiedergli la carta d’identità, cosa che invece facciamo con un ragazzo che ne dimostra più o meno diciotto.
