La pulce nell’orecchio (teatro)
Parto con i difetti dello spettacolo che Anna e io abbiamo visto mercoledì al Piccolo. Diciamo che se io avessi dovuto adattare la commedia di Feydeau avrei asciugato la parte iniziale e quella quasi-finale, che sono state un po’ noiose: tanto lo spettacolo dura tre ore, togliere qualcosa on fa male. Inoltre capisco l’idea di far fare agli attori anche gli strumentisti, ma Marta Malvestiti alla batteria sembrava un pesce fuor d’acqua. Fine delle brutte notizie.
Detto questo, lo spettacolo è stato godibilissimo. La mancanza di una scenografia vera e propria sostituita da una serie di parallelepipedi di gommapiuma e un armadio che fa anche alla bisogna da porta, con il palco rotante, ha reso probabilmente più complicata la prova degli attori ma ha anche dato loro una possibilità di movimento in genere impensabile. Tra l’altro gli attori sono quasi tutti giovani e diplomati alla scuola di teatro del Piccolo (teatro citato in un paio di punti…), quindi giocavano in casa. Tindaro Granata, oltre che curare con il regista Carmelo Rifici la sceneggiatura, si sdoppia come attore, come anche Christian La Rosa e Fausto Cabra, rispettivamente Vittorio Emanuele Chandebise / Buco e dottor Spacciato / Carlos Homenida de Histangua (e altri dieci nomi…). L’hotel “Feydeau”, rinominato in omaggio al commediografo, è il palcoscenico di una commedia degli equivoci che è tiratissima, con una serie di citazioni che sono un gioco nel gioco. Consigliato.

Maor lo dice subito: per lui la trigonometria è bellissima, e non si capacita che oramai non venga più insegnata a scuola, con la flebile scusa che con le calcolatrici non serve più avere sistemi per semplificare i conti da fare. Continuo ad avere dubbi sulla bellezza delle trigonometria, ma sono stati scossi un po’ da questo testo, che nella prima parte fa una carrellata storica ma nella seconda mostra come tante altre nozioni matematiche che riteniamo ancora oggi utili hanno una correlazione con la trigonometria. Una chicca secondo me è vederla nella proiezione di Mercatore e scoprire che la sua carta geografica non è una proiezione cilindrica come pensano in tanti…
La data originale di pubblicazione di questo libro è il 2003: sappiate dunque che non potrete trovare le “ultime notizie” sulla cosmologia, come per esempio la rilevazione di onde gravitazionali. (Non che mi pare ci sia stato molto altro: occhei, il bosone di Higgs, ma Kaku lo dava già praticamente per scontato). Kaku è siouramente innamorato della sua materia, e lo si vede quando racconta le cose. La prima parte del libro è ottima per avere uno sguardo globale sulle varie facce della cosmologia. Poi però nella seconda parte comincia a esagerare con la teoria – anzi LE teorie – delle stringhe, che per fortuna hanno perso l’appeal che avevano al tempo. La terza parte sugli universi paralleli è proprio a livello di romanzetto di fantascienza, e si può tranquillamente saltare. Non aspettatevi insomma troppo.
Rocco Dedda è un insegnante di matematica piuttosto noto per i suoi video su YouTube. In questa sua prima opera racconta la “matematica della felicità”. Che cos’è? Io l’avrei definita “la felicità nella matematica”, anche se ammetto che scritta così sarebbe diventata una via di mezzo tra il dottor Stranamore e una meditazione zen: Dedda spiega nella seconda parte del testo che per lui la differenza tra matematica della felicità e matematica dell’infelicità si vede nel modo in cui ci si approccia alle difficoltà della materia – che ci sono, non giriamoci intorno. Riuscire a trovare una via per vedere la matematica in modo sano porta alla matematica della felicità; rassegnarsi e dire “la matematica non fa per me” manda verso la china della matematica dell’infelicità.
Uno non può nemmeno pubblicare un sapido articolo sulle dimissioni di Ratzinger che le varie fazioni dei cardinali in conclave scrivono tutti il suo nome, che raggiunge la maggioranza qualificata e quindi lo rendono papa in pectore. E ora che si fa? Ecco la storia raccontata da Briguglia in questo libro. Il professor Guido Baldini, alter ego di Briguglia, viene convocato con una scusa in Vaticano da monsignor Pietro Carafa (nomen omen…) e portato in conclave dove il concistoro gli dà la notizia. Baldini chiede del tempo per capire che fare, e discute con Carafa e l’immaginario cardinale canadese Aubin, fino a che…
Egmont Colerus era uno scrittore che negli ultimi anni della sua vita si è innamorato della matematica e si è messo a scrivere saggi storici sul tema. Questa Piccola storia della matematica, riproposta da Iduna (tanto l’originale è fuori diritti, e chi riesce a trovare gli eredi di Spartaco Casavecchia?) secondo me soffre di un problema di base: vuole parlare di matematica. Provo a spiegarmi: quando si trovano formule matematiche la narrazione diventa immediatamente pesante, mentre nei voli pindarici che Colerus fa per raccontare la vita dei matematici di cui ha scelto di parlare il testo è immediatamente più leggibile e divertente, anche rispetto a E.T. Bell che è il benchmark al riguardo. Ecco: forse alla fine esagera, come quando nell’ultimo capitolo afferma che la matematica prima di Gauss e Galois era “dell’uguaglianza” mentre poi è diventata “della similitudine” (chissà cosa intendeva…), pur di non entrare nei particolari. L’altra cosa interessante del libro è che parla di matematici meno conosciuti da chi non è nel mestiere, come Apollonio, Oresme e Bürgi, oltre ad avere un forte bias verso i matematici di lingua tedesca: per dire, parla di Leibniz saltando Newton… La traduzione (ammesso che non sia di bottega, ma mi è stato detto che negli archivi Einaudi c’è una corrispondenza con Casavecchia) è molto più scorrevole di quanto potessi a priori immaginare per un testo di quasi un secolo fa, a parte i nomi di persona italianizzati (“Isacco Newton”), l’uso affermativo di “affatto”, corretto ma ormai desueto, e soprattutto parlare di teoria degli “aggregati” anziché insiemi. Insomma, se saltate le parti più matematiche potrebbe essere carino da leggere.
“Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti” è stato un album di rock demenziale di Freak Antoni; ma “il più grande poeta del suo condominio”, una delle sue tante definizioni, ha poi anche scritto questo libro omonimo, con sottotitolo “seguirà il dibattito”, che raccoglie vari testi poetici, naturalmente demenziali. Il livello delle poesie è molto variabile, ma devo dire che ne ho trovate di davvero carine, e probabilmente musicabili (o musicate?) Le foto all’inizio del libro fanno comunque capire sin dall’inizio cosa ci si deve aspettare. Non ho idea se “Non c’è gusto in Italia ad essere freak”, che è ora in catalogo, sia un soprainsieme di questo libro che è fuori catalogo.