pipponi, pipponi 2026

Paolo Giordano e il luddismo anti-IA

Paolo Giordano ha deciso: scriverà il suo nuovo romanzo su un computer non connesso alla rete, salverà il tutto su una chiavetta USB e lo consegnerà così alla sua agente, che dovrà fare lo stesso con la casa editrice. Per il momento ha tolto dall’altro computer tutte le “migliorie IA”, compreso il filtro che catalogava le mail che arrivano (ma vivaddio, non puoi filtrare mailing list e simili con un indirizzo email specializzato?) Il tutto perché non si fida delle IA che gli prendono tutto quello che scrive (presumbilmente vero) per farne chissà cosa. Le fa da controcanto Chiara Valerio, che dice di avere imparato a a non guardare il riassunto IA di Google quando lei fa una ricerca. (Anche qui, vivaddio, basta aggiungere un nuovo motore di ricerca che appende alla stringa di ricerca il codice magico &udm=14 e il riassunto IA sparisce automaticamente).

Vi dirò: non riesco proprio a capire queste prese di posizione. Un tassonomista come me capisce perfettamente il concetto di avere tutte le versioni del proprio manoscritto: in genere non lo faccio ma solo perché sono pigro. Posso anche capire il non voler mettere nel cloud il proprio testo, per la serie “non si sa mai”; ma credo che se un agente IA riesce a penetrare nei nostri hard disk i manoscritti sono l’ultimo dei problemi, considerando quello che teniamo. Ma quello che mi chiedo è se uno scrittore è preoccupato perché un’IA potrebbe pubblicare prima di lui un libro con le idee che ha faticosamente raccolto; perché se il problema è semplicemente non volere che l’intelligenza artificiale si appropri delle idee, credo che tutti concordino che il giorno dopo che un libro è uscito questo accade, legalmente oppure no. E poi, sia Giordano che Valerio hanno una formazione scientifica, con un curriculum anche maggiore del mio: se loro hanno queste idee, cosa devono fare gli umanisti? Andare in una comunità amish?