italianità

Ho preso all’Esselunga la loro torta fresca alla ricotta (dove si trova anche una o due particelle di sodio… pardon, di uvette). Nella confezione c’è scritto “CON GRANO ITALIANO”. Io sono anzyano, e diciture come queste mi rizzano l’antenna “presa per i fondelli”. Giro quindi la confezione per vedere gli ingredienti, ma stavolta sono rimasto fregato: in effetti c’è scritto “farina di frumento italiano 25%”, e quindi tutto il grano usato è orgogliosamente italiano. (Conoscendo i pubblicitari, mi sarei aspettato che visto che non c’era scritto “con solo grano italiano” potesse anche essercene di altre nazioni)

Continuo però a chiedermi quanto la gente sia fiera di scegliere un prodotto solo perché “è italiano”…

Ultimo aggiornamento:: 2026-07-13

14 commenti su “italianità”

  1. Anche le uova sono di galline autarticamente italiane!

    Forse non tanto per il fatto che la materia prima sia per sé italiana ma perché le normative sugli alimenti italiane sono più stringenti allora un consumatore si può sentire rassicurato.

    1. Credo che le normative italiane siano quelle UE. Posso capire per il treno ucraino oppure magrebino (ammesso che non ci siano accordi specifici), ma di per sé italiano, francese o sloveno dovrebbero essere equivalenti.

      1. in teoria tutto i prodotti alimentarei importati in UE dovrebbero essere coltivati o allevati rispettando le normative UE.
        Purtroppo sappiamo che è molto “dovrebbero”, perchè i controlli possono essere aggirati oppure le fonti di preoccupazione possono essere ulteriori rispetto ai controlli imposti. Per esempio io non sono contento di mangiare carni USA, perchè possono essere anche allevate secondo standard UE, ma le acque che bevono no.

        In più, ogni nazione UE può imporre regole più stringenti rispetto a quelle comunitarie (sopratutto sulla “qualità”) e quindi potrebbe essere più buono il grano italiano che quello danese. Così come il burro francese o il prosciutto italiano sono indubbiamente i migliori sul mercato.

        1. Non tutti i tipi di prodotto sono uguali. Il burro francese in genere è più buono di quello italiano per colpa del parmigiano. La maggior parte della panna prodotta in Italia è separata per affioramento nell’ambito della lavorazione del latte per produrre il parmigiano, questa è un’operazione lunga e quindi la stessa nel frattempo si deteriora un po’. In Francia invece si produce per centrifugazione del latte fresco, operazione molto più rapida e quindi la panna non si deteriora.
          Per quanto riguarda il prosciutto, molto fanno le condizioni di umidità/ventilazione delle zone di produzione e l’esperienza di salatori ed assaggiatori uniti a rigidi disciplinari.

          Sul grano, sinceramente non vedo queste grosse possibilità di differenziazione del prodotto a meno di grani particolari (pronto ad essere smentito).

  2. Più che fierezza ci potrebbe essere anche del nazionalismo del tipo “diamo più lavoro qui, ché già ce n’è poco”, oltre che la speranza che le nostre norme siano più stringenti di quelle del “Ce lo dice l’Europah”.

    EC: «dove si trovano anche una o due particelle di sodio…»

  3. Molto banalmente il prodotto italiano viene da taluni preferito ad esempio perché (senza un ordine particolare):

    1) trova insensato che una cima d’aglio arrivi dalla Cina
    2) le (specie) di pesche italiane sono più buone
    3) le varietà di riso italiane sono migliori per certi piatti
    4) il grano ucraino oggi come oggi non è tanto di moda

    e così via.
    Detto in termini brutali: qualche vannacista ci sarà pure, ma il 90% degli utenti del sovranismo alimentare frega un cazzo: conta qualità e resa.

    1. Può essere insensato che una cima d’aglio arrivi dalla Cina, ma che il grano arrivi dal Canada no, dal momento che la produzione interna non soddisfa il fabbisogno.

      1. La produzione di grano nazionale non soddisfa il fabbisogno per pura miopia economica: costa meno prenderlo da fuori, e per l’agricoltore italiano non è abbastanza redditizio. E’ un circuito che si auto rinforza: mano a mano diventa sempre più conveniente prenderlo altrove. Gente come Barilla vuole un grano con certe caratteristiche che le piante italiane non hanno, quindi lo esclude a priori. Il mix produce la situazione attuale.

        Esiste anche il caso simmetricamente opposto: le arance (od il latte) che vengono distrutti per eccedenza. Oppure il caso come il vino, dove la gran parte della produzione è per la pura esportazione, mentre parte del venduto in italia proviene dall’estero. Insomma, come ai tempi dei romani, la globalizzazoine è una brutta bestia.

  4. Come hanno gia specificato i molti che mi hanno preceduto, non è “fierezza”, è fiducia nelle regole e controlli specifici dell’industria alimentare italiana/UE. E non è cosa solo degli “Italiani veri”. Due o tre volte l’anno vado a Prato e mi fermo a fare la spesa di alimentari cinesi. Nel reparto surgelati ci sono gli jiaozi (ravioli) con una bellissima confezione trasparente sulla quale è stampata una bandiera tricolore e la scritta “made in Italy”. Nelle specifiche sottolineano che il grano, ma soprattutto, il maiale (per quelli di carne) sono italiani.

      1. Pare assurdo ma gli stessi italiani che pensano che in qualunque altro settore i controlli siano farlocchi e fatti solo per intascare mazzette, nella filiera agroalimentare pensano che funzionino bene. O comunque meglio rispetto ai prodotti di importazione.

  5. Arrivo buon ultimo. Personalmente mi interessa poco se quello che mangio viene dall’Italia o dagli antipodi, salvo eventualmente quando penso che se non hanno sprecato troppa benzina/cherosene/nafta per trasportarlo è meglio.

    Aggiungo che sulla Fanta c’è la scritta (cito a memoria): “Prodotto con arance 100% italiane” che, anche per come è scritto, mi fa sospettare che – più che appellarsi al nazionalismo – voglia subliminalmente dar l’idea che ci sia molto succo d’arancia, che invece è ridicolmente poco: credo il 10 per cento. Penso sempre che se spremessi un’arancia, e poi la allungassi con nove volte tanta acqua, il risultato saprebbe di acqua sporca, non di “aranciata d’arancia”.

    1. Non mi ricordo se la legge prevede un minimo del 12% o del 16% di succo d’arancia. Sempre meglio che all’estero, dove la Fanta è una bevanda al gusto di arancia e arancia non ce n’è.

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