Chi mi segue sa che non ho pregiudiziali contro l’IA: al limite posso dire che non è intelligenza, ma questo non significa che non abbia una sua utilità, soprattutto da quanto non parte semplicemente dal suo modello interno ma aggiunge in tempo reale quello che trova con una ricerca. Però ci si può chiedere, come ha fatto qui Benjamin Riley, se effettivamente ogni resistenza è inutile ed è inevitabile che scuola debba per forza usarla. Ecco qua una scelta tra le domande che consiglia di fare agli entusiasti:
(1) Cosa vuol dire esattamente “l’IA è qui e ci rimarrà”? Nella slide preparata da Jane Rosenzweig dell’Harvard College Writing Center, lo slogan viene dissezionato. Cosa vuol dire “qui?” In classe? Nel pianeta? Poi, cos’è l’IA? I chatbot? Altri strumenti che non sono IA generativa? Ancora, cosa vuol dire che rimarrà? Chi lo decide? Ma soprattutto, chi è che lo dice? Il guaio di uno slogan è che è facile da ripetere, ma nessuno verifica davvero il suo significato.

(2) Attenzione: troppo uso di IA, secondo alcune ricerche, porta alla resa cognitiva, cosa ben diversa dallo scarico cognitivo. Molti convinti fautori dell’IA nella scuola non hanno idea della differenza enorme tra i due concetti.
(3) In generale, come riportato in questo studio, l’uso dell’IA porta a risultati positivi immediati, ma non pare dare vantaggi a lungo termine.
(4) Sal Khan stesso, uno dei più convinti fautori dell’uso dell’IA per rivoluzionare l’istruzione, ha corretto il tiro, notando come per usarla bene è necessario sapere fare le domande, e quest’abilità manca.
(5) Questa è cattiva: la spinta verso i ragazzi per usare l’IA assomiglia a quella che in passato facevano i produttori di sigarette. L’hype diretto verso chi non ha difese naturali è pericolosissimo.
Personalmente non credo che quello della Svezia, che sta di nuovo tornando al libro cartaceo, sia un vero cambio di rotta; lo vedo più come una scelta di non fossilizzarsi sulla tecnologia ma dare uno sguardo più ampio alle possibilità. Ma penso anche che l’intelligenza artificiale, almeno come è declinata adesso, abbia dei vantaggi solo per i pochi che la sanno davvero usare, e tra questi non ci sono certo gli studenti.
Neanche io sono un fanatico della IA, ma non è che sia d’accordo su tutti i punti elencati. Inoltre a me sembra tanto quei discorsi tipo “ma gli abiti di Cristo erano di sua proprietà” quando fuori nel mondo reale le dinamiche in uso attivo sono ben diverse, e certe risposte a certi punti diventano con lo stesso contatto con la realtà.
Ma andiamo per ordine:
1) questa veramente mi sembra umoristica. L’idioma “is here to stay” significa che non è una moda passeggera, alias che la IA in generale continuerà ad avere un ruolo anche dopo la bolla. Non è (ancora) chiaro il come, ma non il se. Si badi bene che da nessuna parte gli IA-fanatici hanno detto qualcosa di preciso sul come, dato che non lo sanno neppure loro. Tutte quelle belle freccine sono, dal mio personale punto di vista, tanto umoristiche tanto quanto la gente che critica a spada tratta un idioma che non sanno neanche loro cosa vuol dire. Contatto con la realtà=0.
2) Va bene, anche se io la chiamerei più banalmente pigrizia
3) Va bene
4) Sei sicuro che questa abilità non manchi a tutti, grandi e piccini? Solo nella scuola? Ma mi faccia il piacere.
5) Contatto con la realtà < 0. Per prima cosa, tutti gli scolari dalla prima media in sù usano la IA per ricerche, traduzioni, riassunti e quant'altro. Per loro è come copiare dall'amico secchione, ne più, ne meno. Ora, io non ho mai avuto notizia di gente traumatizzata dal fatto di copiare. Poi, per carità, ci sono i soggetti fragili. Ma quelli non li protegge nessuno, ne prima, ne durante ne dopo l'era IA. A me in moltissima sincerità questo ha un retrogusto di scarico di responsabilità verso un ente per evitare di assumersi qualche responsabilità puramente umana. Non è un bell'effetto, credimi.
In generale io lo dico bello chiaro: non ci sono scuse valide di nessun tipo per non fare dell'educazione sull'uso di questi strumenti. E che dei professori adombrino questo tipo di pretese, a me fa veramente schifo e ribrezzo.
Direi che per il punto 4 hai dimenticato il titolo del post (non tanto il mio ma quello originale). Certo che manca a tutti, ma se inserisci l’IA a scuola senza prima fare in modo che gli insegnanti sappiano come fare arriviamo a Matteo, 15:14b (“quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due andranno a cadere in una fossa.”).
Per il punto 1 chiaramente la slide serve a ricordare che non bisogna pensare a slogan ma capire quello di cui si sta parlando; infine per il 5, come hai detto tu, i ragazzi la usano perché fanno meno fatica (quantunque se Jacopo è riuscito a vendere a scuola i riassunti IA per una sua verifica che io e Anna gli avevamo preparato mi sa che non è che sappiano usarla così bene); però un conto è usarla, un conto è far credere che è inevitabile e non si possa fare altro che appiattirsi acriticamente.
In definitiva la parola chiave è appunto “educare”, non “fornire”.
Appunto, “educare”. La scuola (meglio, gli insegnanti) molto spesso non vogliono educare (all’uso della IA od altra roba “moderna”). Non per motivi specifici alla IA o quant’altro, ma per mero accademismo, non mi voglio sporcare le mani, non fa parte del mio programma etc. Quello che vedo scritto invece è una cortina fumogena di scuse, più o meno arrampicate sui vetri. Che è la parte che mi dà fastidio.
Un utilizzo critico della IA non richiede competenze specifiche (anche se possono aiutare): l’insegnante di Italiano può benissimo usarla su qualcosa che conosce e validare l’output, fornire chiavi di lettura agli studenti etc., il tutto senza sapere una emerita fava di come funzioni (test di turing-style). Ma non ha voglia di farlo.
non sono d’accordo. Il punto non è sapere come funziona internamente un LLM, quanto capire *perché* in certi casi sbaglia. Altrimenti che ci guadagna lo studente a vedere le risposte di un oracolo (il chatbot) e i commenti di un altro oracolo (l’insegnante)?
Capire perché “è un punto nerd”. Capire (che qualcuno o qualcosa) sbaglia (ma non sapendo perché) è un “punto normale”.
Se a scuola insegnassero a raggiungere il “punto normale”, altrimenti definito come pensiero critico, invece della prevalente consuetudine ad infilare ad imbuto un programma agli studenti, sarebbe ottima cosa, e non solo per la IA ma per leggere le notizie ed in generale essere buoni cittadini.
Tieni presente che “il punto normale” è propedeutico al “punto nerd”: se non hai capito una mazza, tanto meno potrai capire l’origine di qualsivoglia problema. Ma la differenza sostanziale è che il punto normale lo possono e devono raggiungere tutti, mentre il secondo è un nice-to-have.
Nella massima sincerità: ma tu conosci il percome e perché di tutte le cose con cui hai a che fare? Ma mi faccia il piacere: non è umanamente possibile. Con il “punto normale”, io, te e tutto il mondo può campare serenamente, ed applichiamo il “punto nerd” solo al nostro specifico dominio di interesse. E campiamo tutti bene così.