l’astuto Coyote

In questi giorni ho sentito spesso per radio la pubblicità di Coyote, un servizio (?) che ti avvisa degli autovelox mentre stai guidando. L’astuto coyote (lo sapevate, vero, che in Wile E. Coyote “wile” non significa “vile”?) ha messo nel cloud l’equivalente degli sfareggiamenti che si facevano decenni fa per indicare la presenza di una pattuglia della Stradale, e cita anche una lettera ufficiale in cui si afferma che il servizio non è illegale perché non può sapere se autovelox o tutor sono in funzione, ma indica semplicemente dove sono dislocati, o meglio dove sono stati segnalati. Sarà.
(Intanto ho scoperto che li fa la Magneti Marelli, non l’avrei mai creduto. Chissà perché non lo indicano così chiaramente)

Soluzione 12%

Sabato, mentre prendevo oziosamente un caffè all’Autogrill San Rocco sulla Torino-Milano, mi è caduto l’occhio su un cartello (fotocopiato) che diceva che dallo scorso primo ottobre il prelievo fiscale sulle vincite oltre i 500 euro dei gratta e vinci è passato dal 6% al 12%.

Da un punto di vista prettamente egoistico la cosa non potrebbe che farmi piacere: io non ne ho mai comprato nessuno, quindi i soldi che lo Stato si prende in quel modo sono soldi in meno di tasse che devo pagare io. Però ritengo la cosa del tutto ingiusta in linea di principio. Il prelievo fiscale c’è già alla fonte. Non basta? Aumentatelo lì. E non venitemi a dire che bisogna far capire che anche i soldi vinti alla lotteria sono da tassare, perché allora non si toglie il prelievo alla fonte, almeno per i premi maggiori, e non li si fa dichiarare nel 730? In fin dei conti la cosa favorirebbe i più poveri. (Sì, questa è una battuta. Una delle cose fondamentali dei giochi a premi è che le vincite sono anonime)

Se non puoi difendere, attacca

Non avevo intenzione di parlare della bandiera del Secondo Reich nella camerata di una caserma fiorentina dei carabinieri. Non è che ci fosse molto da dire: quella bandiera è usata da decenni dai gruppi neonazisti per ovviare al divieto di usare vessilli del Terzo Reich, e gli altri poster nella camerata danno comunque un’idea di quali siano le idee del carabiniere in questione. Diciamo che non è strano che la vita dell’esercito attiri anche persone con quelle idee: si spera che siano una piccola minoranza e che negli anni imparino un po’ di cose.

Poi però in una discussione su Facebook ho scoperto questo articolo e ho pensato che magari qualcosa da dire ce l’ho: non riguardo al carabiniere “amante della storia” ma al brigadiere Antonio Serpi, rappresentante della linea mobile del Co.Ce.R. Prima di proseguire qui, vi invito a leggere il suo testo. Fatto? Bene.

Non potendo negare il fatto, Serpi si lancia all’attacco, derubricandolo a «una mera opinione individuale che in poco tempo è diventata collettiva, senza approfondimento alcuno» (vabbè, magari non sono in molti a sapere l’inglese e leggere questi estratti, oppure il concetto di “approfondimento” si estrinseca nel vedere cosa scrivono i giornali di destra) e ricordando che «esiste l’articolo 260 del Codice Penale che vieta l’acquisizione di informazioni all’interno delle installazioni militari» (possibilmente vero, ma irrilevante rispetto all’esistenza della bandiera). Aggiungo anche che per un membro delle forze armate tenersi la bandiera di uno stato contro il quale cent’anni fa eravamo in guerra non è in genere una grande idea, neonazisti o no.

Detto in altri termini, non sarebbe stato sufficiente – se non proprio tacere – limitarsi a dire “il carabiniere ha fatto una cazzata, ma non aveva idea del significato di quel vessillo”? Perché si è invece voluto farne una questione nazionale, tenuto conto che in realtà da sinistra non si sono nemmeno filati più di tanto la cosa, anche perché c’era la molto più appassionante fondazione di Liberi e Uguali?

Aggiornamento: (22:10) Secondo il Laboratorio di Storia marittima e navale dell’Università di Genova, la bandiera in questione è la Reichkriegflagge, la bandiera da guerra dell’Impero (quello di Bismark).

I conti della pensione, rivisitati

età pensionabile ufficiale e reale nell’OCSE, da https://twitter.com/ThManfredi/status/938000839498715136/photo/1


Ricordate il post che avevo scritto sul famigerato studio UIL a proposito del tempo in cui gli italiani godono la pensione rispetto agli altri europei? Bene, è appena uscito uno studio OCSE. Non ci crederete, ma i dati non coincidono affatto con quelli UIL. O meglio: l’età pensionabile teorica italiana è in effetti tra le più alte, ma quella reale è tra le più basse.
Anticipo subito Bubboni e segnalo che l’OCSE dice che i lavoratori dovranno tutti lavorare di più e avere una pensione più bassa, ma non credo nessuno avesse dubbi in proposito; molto più interessante è notare come i ventenni italiani dovrebbero andare in pensione (sempre in teoria) ben oltre i 71 anni, mentre nel resto dell’OCSE, salvo un paio di eccezioni, l’età pensionabile dovrebbe essere intorno ai 65 anni. Al netto del fatto che stiamo parlando di un futuro ben lontano e della possibilità che in Italia continueranno a esserci mille eccezioni che abbasseranno la teoria, come è possibile questa discrepanza? Nel 2060 non ci saranno più pensionati usciti con il contributivo…

Insomma, queste fake news?

Questa storia dei siti di fake news pro-M5S e pro-Lega tutti sotto la stessa manina, come da articoli di BuzzFeed e del New York Times, mi sembra stia diventando più complicata di quanto sembrasse a primo acchito.

Un punto di partenza per avere sott’occhio tutti i dati è sicuramente Valigia Blu, che riprende la storia dall’inizio e segnala tutti i legami che si sono trovati. Tra l’altro, a differenza loro io non mi preoccupo più di tanto del fatto che Facebook (un’entità privata) abbia bloccato al suo interno le pagine di DirettaNews e iNews24 secondo sue regole segrete: magari prima o poi gli utonti impareranno a non stare ad abbeverarsi da un’unica fonte. Letto tutto questo faldone, la mia ipotesi personale è che i suddetti siti siano effettivamente tutti sotto la stessa manina (di Marco Mignogna), che ha scelto quei temi semplicemente perché sono quelli che ricevono più clic e quindi gli permettevano di monetizzare di più. Evidentemente tra l’elettorato pentastellato e leghista è più facile trovare gonzi che credono a quelle notizie, oppure tra l’elettorato PD è più facile trovare gente che si crede furba e va a leggere le idiozie che si suppongono arrivare da quei partiti in modo da divertirsi. Non credo insomma a un complotto dietro le quinte; ma allo stesso tempo sono certo che i vertici dei due movimenti politici sono solo felici di avere quei siti come compagni di strada, perché fanno fare loro meno fatica.

Quello che però mi preoccupa di più è che il PD ha subito colto la palla al balzo e si è messo a tuonare contro le fake news, tanto che a quanto pare è già pronta una leggina da fare approvare al volo. Ecco, questo sì che è grave. Non solo io non credo che sia così semplice definire quali sono le notizie false (esattamente come le loro sorelle fomentanti l’odio, lo “hate speech” che viene spesso messo insieme) ma ritengo un progetto del genere altamente illiberale e pericoloso, dando la possibilità di bloccare del tutto – e non solo nel magma Facebook – voci dissenzienti. Se questo è l’inizio della prossima campagna elettorale, siamo messi davvero male.

E qualche bella denuncia?

Io non so se quel profilo Facebook (ora cancellato) sia vero o fasullo, e di per sé la cosa non mi interessa. Non andrei nemmeno a scomodare il M5S come prima cosa, anche se una loro smentita male non farebbe. Ma se io mi trovassi raffigurato in un falso di questo tipo sarei già andato dalla polizia postale a denunciare per diffamazione quella persona. Finché ci sono solo gli alti lai su Internet, non si otterrà mai nulla.

La notizia è falsa? Ma chi se ne frega

Un paio di giorni fa è stata pubblicata su vari giornali una notizia: una bambina padovana di nove anni di famiglia islamica è stata data in sposa a un uomo di 35 anni ed è finita in ospedale con segni di violenza, o se preferite di un rapporto sessuale con suo marito. L’orco è stato poi fermato dai carabinieri.

Peccato che la notizia sia del tutto falsa, come scrive Il Fatto Quotidiano che dopo averla ripresa dal Messaggero ha fatto quello che dovrebbe essere il minimo sindacale per un giornalista, vale a dire verificare le fonti, e ha scoperto che i carabinieri patavini sono cascati dalle nuvole. A questo punto hanno corretto l’articolo indicando i fatti da loro trovati e scusandosi con i lettori. Gli altri quotidiani? Beh, il Gazzettino, che dovrebbe essere la fonte iniziale avendo l’edizione locale, se ne esce con una non-smentita della serie “è tutto vero, me l’ha detto mio cugggino, ma non posso aggiungere altro per rispetto della privacy”. E poi c’è Mattia Feltri.

È vero che Feltri jr probabilmente è pagato bene, ma dover scrivere tutti i santi giorni venti righe sensate su qualcosa che è avvenuto nella giornata non è affatto semplice (per lui come per Massimo Gramellini o per Michele Serra): chiunque abbia provato a tenere un blog e scriverci tutti i giorni lo sa sin troppo bene. Quello che succede in pratica è che se non c’è nulla di davvero eclatante ci si rifugia sui cari vecchi temi, e da una notizia come quella si tira fuori un pezzo anche con la mano sinistra. E che succede quando si scopre di essere incappati in una fake news? Lo si dice su Facebook, mica sul quotidiano. A dire il vero, come potete vedere sul boxino, nella prima versione Feltri non pensava nemmeno di cancellare la versione online, ma poi ha evidentemente cambiato idea. Càpita. Ma quello che è peggio è la chiusa:

Però, date le scuse, che rimangono prevalenti, il Buongiorno resta intatto perché il fenomeno delle spose bambine, e quasi esclusivamente nella comunità musulmana, rimane un dato di fatto (e la condizione della donna a maggior ragione) come segnala per esempio Amnesty International. In definitiva, la notizia è falsa, ma la riflessione sopravvive.

(Ah, si è dimenticato di togliere la frase “il Buongiorno resta intatto” dopo averlo in effetti cancellato, ma questo capita anche a me…) Tradotto in italiano corrente, “La notizia era falsa? Chissenefrega, il problema è reale”. Davvero è così? Proviamo a fare un esperimento. Immaginiamo che sulla prima pagina del Corsera appaia un articolo in cui si afferma che un noto rubrichista di un importante quotidiano del nord-ovest è stato colto in flagranza di reato mentre molestava sessualmente una praticante nella sede del giornale. Poi su Facebook l’autore si scusa per aver dato una falsa notizia, ma si difende perché il sexual harassement, soprattutto negli ambienti dei media, rimane un dato di fatto, come segnala ad esempio il caso Weinstein: in definitiva, la notizia è falsa, ma la riflessione sopravvive. Carino, vero? È questa la “riflessione” che piace a Feltri?

Götterdammerung

A poche ore dalle sue dimissioni dalla presidenzae della Federcalcio, Carlo Tavecchio è accusato di molestie sessuali da parte di una dirigente sportiva.
Ora, se io dovessi dare un giudizio a pelle credo che le molestie ci siano effettivamente state, mentre ho dei dubbi sul fatto che ci siano prove audio e video a meno che non risalgano alle scorse settimane e siano state fatte apposta per una denuncia. Ma per fortuna non sono un inquirente né un giudice, quindi lascio loro fare il proprio lavoro.
Quello di cui invece vorrei parlare è questo tempismo. L’ipotesi migliore che io riesco a immaginare è che una denuncia di questo tipo sarebbe stata pericolosa fino a che Tavecchio era potente. Se è davvero così, la cosa è ancora più preoccupante: in pratica si è abdicato all’idea di riuscire a fare una qualunque denuncia nei confronti di un potente a meno che costui non sia diventato un ex-potente. Una cosa del genere non vi fa paura? Cosa potrà mai essere il futuro?