Qua si ritraduce

Si sa che a Milano ci si muove sempre per tempo: così, con due settimane di anticipo rispetto al resto del mondo cattolico, per il rito ambrosiano oggi è iniziato l’Avvento. Poi si sa anche che a Milano devono far sapere che loro con Roma non c’entrano molto: così hanno approfittato dell’inizio dell’anno liturgico per introdurre il nuovo Lezionario, cioè il librone con le varie letture da fare durante la messa (che non sono più Prima Lettura e Seconda Lettura, ma Lettura ed Epistola). Non sono un esperto di liturgia: mi è stato detto che le modifiche recuperano usi molto antichi, di prima dello scisma con gli ortodossi (sempre per la storia “noi sì che siamo bravi”, ma se ne volete sapere di più non chiedete a me. Posso solo dirvi che il sabato sera adesso non si fa più penitenza dei peccati, ma si ricorda la Pasqua.
Quello di cui volevo parlare era la modifica al testo del Padre Nostro. Non so se sia una cosa locale o globale: so che qualche tempo fa se ne parlava, ma non mi sono curato più di tanto della cosa. Le modifiche sono due, entrambe nella seconda parte della preghiera. La prima consiste nell’aggiunta di una parola: E rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. Nulla da eccepire, visto che il latino ha “sicut et nos dimittimus”, e quell'”et” è una congiunzione avversativa. Quello che non mi torna è la seconda parte: “et ne nos inducas in tentationem” è diventato “e non ci abbandonare alla tentazione“. Non so il greco, quindi mi devo limitare al latino; ma “induco, is” a me continua a rimandare il concetto di “condurre verso”. Al limite avrei visto bene qualcosa tipo “non lasciarci andare verso la tentazione”, ma nulla di più. Mi sa che come teologo non verrei promosso.

17 comments

  1. Forse la frase “non ci indurre in tentazione” suggeriva l’idea di un dio che vuole mettere il fedele alla prova per vedere che succederà, un dio al limite della scorrettezza…

  2. Bisognerebbe vedere com’è il testo greco, probabilmente anche il “ne nos inducas” è una traduzione sbagliata (Dio che induce in tentazione? non sarebbe carino da parte sua…). Ma non riesco a trovare riferimenti in rete che ne parlino.

  3. Luttazzi commentava ultimamente anche la proposta di cambiare l’Ave Maria.
    “L’inizio non sarà più ‘Ave Maria’;
    ma a cambiare sarà soprattutto la fine, che reciterà
    ‘O mare nero mare nero mare ne, tu eri chiaro e trasparente come me'”

  4. Son passati trent’anni (per fortuna) dall’ultima volta che mi sono seriamente cimentato con il greco antico, ma ecco qui:
    και μη εισενέγκης ημάς εις πειρασμόν (kai me eisenegkes ’emas eis peirasmon)
    εισενέγκης dovrebbe essere una forma declinata di εισ-ενέγκαι che significa “portare dentro”.

  5. Allora, in greco la parola incriminata è “eisenenkes” (non so quanto fare affidamento sullo Unicode, ma eccola qui in caratteri greci: εισενεγκης). Il testo greco (anzi, varie edizioni del testo greco) e numerose traduzioni si possono consultare qui: http://www.biblegateway.com/passage/?search=Matthew%206:9-13;&version=70; (o il passo corrispondente in Luca, 11:2-4).
    La parola è una voce (la seconda persona singolare dell’aoristo) di “eisphero”, composto di “eis”, che è una preposizione che indica il moto a luogo, e “phero” che, come il latino “fero”, significa “portare, condurre”. Il dizionario che ho sott’occhio traduce “eisphero” con “portare in o a, apportare, arrecare, addurre, condurre”. Quindi mi sa che chiunque abbia congegnato la nuova versione ha pensato bene di “migliorare” il testo originale…

  6. @daniele e fB: però una differenza c’è. Scusate se torno sul latino: Il verbo ducere indica un’azione attiva, “ti si guida” alla perdizione; ferre invece mi sembra più neutrale, come se appunto Dio non impedisse il nostro essere tentati.

  7. Non so, ma scorrendo le citazioni che nel mio dizionario greco (il Montanari, della Loescher) illustrano l’uso di “eisphero”, vedo frasi come “condussero alcuni a bordo”, “portar guerra alla terra dei Greci”, “recò ai (o introdusse fra i) mortali la bevanda”… Mi sembrano tutte situazioni in cui chi “porta” o “conduce” lo fa abbastanza attivamente. Non rimane che supporre che Matteo e Luca non padroneggiassero abbastanza bene il greco (ma vedo in questo momento che San Girolamo diceva che Luca “inter omnes evangelistas graeci sermonis eruditissimus fuit”).
    Comunque, se fossi cristiano, mi seccherebbe che il mio vescovo, o chi sia, adatta e riformula le frasi che non gli sembrano consone nella loro formulazione originaria…

  8. Però il mio omonimo ha un punto a favore. Il testo del Padre Nostro è dal vangelo di Matteo (Mt 6,9-13), che è stato scritto per una comunità di palestinesi: quindi, anche se è in greco, è possibile che ci siano degli aramaicismi. Solo che qui credo che dobbiamo fermarci.

  9. Ambo le “modifiche” le ho sentite usare la prima volta a Roma un 7-8 anni fa. Mi sa che Milano non è poi così rapida quando si cerca di tornare a 2000 anni fa…

  10. Tanto tempo fa avevo sentito una bellissima lectio di Mons. Ravasi, un insigne biblista, che commentava il Padre Nostro (quello “standard”, non la versione Ambrosiana).
    Mi ricordo che diceva che in ebraico (coeva al tempo dei fatti) non esiste linguisticamente la differenza tra “volontà causativa” (indurre in tentazione) e “volontà passiva” (lasciarsi tentare).
    Chi ha poi tradotto verso il greco, ha inserito l’interpretazione allora “standard”, vale a dire che la fede si esplica come volontà di discernere tra il bene ed il male, e scegliere il primo contro il secondo. Chi non sa fare la distinzione non può credere, e quindi chi “subisce” la tentazione è al primo stadio della fede, l’atto della prova.

  11. Mi dispiace, ma certe volte la pign[u]oleria (vedi il mio blog) mi porta a voler insistere fino a rendermi antipatico, un po’ come chi mette a repentaglio un’amicizia per fare quella tal battutaccia di troppo.
    Non so Matteo, ma Luca, che è uno dei due evangelisti che riportano la famosa parola, era nato probabilmente ad Antiochia, era di cultura greca, scriveva in greco (non traduceva), scriveva per i “pagani” ellenofoni, tutto quello che scrive è pervaso di concetti e cultura ellenistici, dedica addirittura il proprio vangelo a un tal Teofilo (personaggio veramente esistito o simbolico che sia, sicuramente è di cultura greca). Le mie fonti sono, tra l’altro, l’edizione della BUR del vangelo di Luca, la quale ha tutti gli imprimatur del caso e tra l’altro definisce quello di Luca “il più elegante e il più forbito di tutti i Vangeli”.
    Quindi non mi sembra proprio che quel “indurre” o “condurre” si possa attribuire a una cattiva traduzione o a una conoscenza approssimativa del greco. Come poi vada interpretato rettamente dal punto di vista teologico, non lo so di certo.

  12. @Daniele: nulla contro la pignoleria (senza u perché non in vocale accentata…), e perfettamente d’accordo che Luca era di cultura greca e ha scritto in greco per cristiani non ebraici. Però la versione di Luca (vedi http://www.intratext.com/IXT/ITA0001/__PV7.HTM ) è “ridotta” rispetto a quella di Matteo. Ora non so quale siano i rapporti temporali tra i due vangeli, se quindi Matteo ha ripreso Luca ampliandolo. È vero che parte di Matteo è successivo al 70 (quando parla della distruzione del tempio…), ma di più non so.