Archivi categoria: recensioni

<em>Edipo.com</em>

Ieri sera, accompagnato da ben cinque fanciulle, sono andato al Piccolo a vedermi l’ultimo spettacolo di Gioele Dix, che per chi non avesse ben chiaro il tipo è quello che fa l’imitazione di Alberto Tomba.
Bene, qui c’è tutt’altro, per fortuna. Non lasciatevi suggestionare dal “puntocom”: la storia è quella di Anselmo, che in una clinica della salute dai metodi piuttosto fascisti – è vietato persino leggere! – si mette a spiegare la tragedia di Edipo Re alla sua infermiera italoinglese Giada (Luisa Massidda). Il testo che racconta è quello di Sofocle, ma il modo con cui lo racconta è assolutamente legato a oggi. Qual è l’aspetto di Edipo? È bello, come un motociclista sul suo chopper. Deve parlare al popolo? Si mette a fare una conferenza stampa a reti unificate, anche con Sky.
Portare avanti per due ore una storia in questo modo, anche se con una spalla, non è affatto facile: ma Dix riesce perfettamente nel suo scopo, e se volete riesce anche a mischiare la sua commedia con la tragedia originale. Da vedere.

Ultimo aggiornamento: 2004-11-06 17:50

Enigmi geniali

Librettino ultratascabile (Ennio Peres, Enigmi geniali, L’Airone editrice, pag. 128, € 6, ISBN 88-7944-702-5) con duecento problemini in pillole. Molti di essi hanno una soluzione di quelle che ti fa venire voglia di andare a prendere l’autore per il collo: ma generalmente bisogna dire che ti costringono a smetterla di pensare per schemi, il che è sempre una cosa utile a questo mondo. Non mettiamoci però a parlare di “pensiero laterale”, occhei?
Come sempre, bisognerebbe poi evitare l’effetto ciliegia, e centellinarsi i problemi.

Ultimo aggiornamento: 2022-07-22 20:41

Ghiaccio (teatro)

Solo quattro giorni in tabellone per questo monologo con accompagnamento musicale, sottotitolo “La leggendaria spedizione di Shackleton al Polo Sud”, scritto e recitato da Massimiliano Cividati con Gennaro Scarpato alle percussioni e Andrea Zani al pianoforte.
Il luogo è stato il TeatroBlu in via Cagliero 26: un esempio di quella che una volta veniva chiamata “sala parrocchiale” che ha avuto una trasformazione completa, e che non ha nulla da invidiare alle altre sale milanesi: piccina – direi 150 posti, ma raccolta e con un bel palco, e una stagione polposa. Da buoni cattocomunisti, sono anche associati al Teatro della Cooperativa, oltre che al Verdi…
Ma torniamo alla storia: il monologo racconta della spedizione di Shackleton del 1914 che avrebbe dovuto attraversare a piedi l’Antartide passando per il Polo Sud, e che per una serie di circostanze non è nemmeno riuscita a iniziare il percorso: il tutto rimanendo per quasi due anni bloccata tra i ghiacci, eppure senza nessuna perdita umana. L’allestimento è ovviamente minimale, con un accompagnamento musicale è molto piacevole, come anche la recitazione. Credo però che la sceneggiatura dovrebbe essere limata un po’, soprattutto per evitare le ripetizioni che ci sono, o perlomeno farle entrare a pieno titolo nella storia – pensate al piano B preparato da Shackleton, e poi al piano C, al piano D, al piano E…
Nota: a un certo punto il racconto ci porta a Campo Attesa, e rimane tutto fermo e silenzioso per un minuto. A metà, si sente squillare il telefonino di un’idiota. Sono certo che fosse un’idiota, visto che la tipa ha perfino risposto dicendo “dove sei?”.

Ultimo aggiornamento: 2004-10-31 20:28

Laura immaginaria (libro)

Come lo possiamo chiamare? Racconto polimorfo? In questo libro (Antonio Zoppetti, Laura immaginaria, Palomar editrice, pag. 176, € 10, ISBN 888887271X) ci sono venti capitoli, che possono essere letti in un ordine qualunque per crearsi il proprio racconto personalizzato. Venti e non ventuno perché manca la zeta, in pieno stile potenziale: c’è anche un concorso per aggiungere eventuali capitoli usando le lettere dell’alfabeto inglese. Essendo io una persona curiosa, ho voluto esplicitamente provare un ordine più o meno casuale, e posso confermare che la storia regge, e in maniera direi diversa da quella che avrei letto seguendo l’ordine alfabetico.
L’idea di base è una specie di gioco di specchi, tra doppioni, gemelli e scambi, con tutta una serie di rimandi a vari personaggi-capitoli. Secondo me arrivare a venti capitoli è stato però esagerato: alcuni personaggi mi sono sembrati poco integrati nella storia. Personalmente poi avrei preferito che Zop avesse deciso di utilizzare stili letterari completamente diversi nei vari capitoli, per aumentare l’idea di trovarsi non in un labirinto ma nella Biblioteca di Borges. Una lettura direi piacevole, però!

Ultimo aggiornamento: 2004-10-29 11:48

<em>The Andy Warhol Show</em>

Alla Triennale di Milano, fino al 9 gennaio 2005, ingresso 7 euro.
Io e Anna abbiamo avuto due reazioni opposte. Lei afferma che non riesce a concepire quella di Warhol come “arte”, e quindi non ha apprezzato molto. Il mio è un punto di vista diverso: la sua opera è arte, perché prende qualcosa che di per sé è asettico (la fotografia) e la trasforma per rendere ancora più impersonale l’immagine originale, quindi fa qualcosa che dovrebbe dire qualcosa al fruitore.
Detto questo, parliamo di questa mostra. Mah, l’allestimento è letteralmente un affastellamento di opere, foto e altri memorabilia, quasi da claustrofobia oppure sindrome di Stendhal. Però a ben pensarci la cosa ha un certo senso, per un artista che ha fatto della riproducibilità e nella moltiplicazione il suo motto. Interessanti i cartelli esplicativi, anche se avrei preferito che il suo percorso artistico fosse spiegato più chiaramente: solo per l’ultima fase ho visto qualcosa in proposito. Un dubbio finale: ma era così importante indicare che Andrew Warhola (il suo vero nome) era di origine rutena, e soprattutto cattolico uniate, con relativa spiegazione che “gli uniati avevano conservato la venerazione per le icone”?

Ultimo aggiornamento: 2004-10-24 19:23

<em>Pompei</em>

Robert Harris apparve all’improvviso sulla scena letteraria con la sua ucronia Fatherland: come sarebbe stato il mondo nel 1964 se Hitler avesse sconfitto la Gran Bretagna? Dopo quel successo ha continuato a sfornare libri che potremmo definire “similstorici”, dove il racconto è basato su una minuziosa ricostruzione storica. Anche questa sua ultima opera (Robert Harris, Pompei, Mondadori “I Miti” 2004, [2003] p. 296, € 4.60, ISBN 88-04-53362-5, trad. Renato Pera) non sfugge alla formula evidentemente vincente: naturalmente lo sfondo è quello dell’eruzione del Vesuvio, ma la vera protagonista della storia è la tecnica romana di costruzione degli acquedotti, presentata in tutte le sue minuzie che sono quelle che del resto hanno permesso a queste opere una incredibile durata nel tempo. Ciò detto, bisogna però aggiungere che il libro non è memorabile. Intendiamoci, si legge con facilità e piacere, ma non si può dire che lasci una traccia permanente. Lettura da relax, insomma.

Ultimo aggiornamento: 2004-10-16 20:23

Mi voleva Strehler (teatro)

Beh, fa un po’ specie vedere uno spettacolo che è datato 1978, anche se bisogna dire che regge abbastanza bene al tempo. Fa molto più specie vedere lo spettacolo, che in fin dei conti parla di un provino da fare al Piccolo con Strehler, che si tiene proprio in via Rovello. Però Maurizio Micheli è davvero bravo a tenere il monologo per un’ora e mezzo (più intervallo). Si vede che la classe non è acqua, e l’esperienza dell’attore si nota immediatamente. Peccato che il teatro non fosse poi pienissimo, anche se è abbastanza confortante vedere come si sia abbassata l’età media degli spettatori del sabato…

Ultimo aggiornamento: 2004-10-04 20:00

<em>Viaggio in Iugoslavia. La Croazia</em>

Questo libretto (Rebecca West, Viaggio in Jugoslavia – La Croazia, Edt “Viaggi e avventura” 1994 [1941], p. 121, € 11.36, ISBN 88-7063-215-6, trad. Maria Teresa Morotto) è in realtà una selezione dei capitoli dedicati alla Croazia nel racconto di Rebecca West sul suo viaggio in Jugoslavia nel 1937. A leggerlo oggi, viene da dire “ma questo è un blog!” In effetti il libro è un diario dove si osserva tutto in maniera personale, e più che i monumenti o i paesaggi i protagonisti sono le persone, amici o semplici incontri. La cosa che colpisce di più è però la modernità della scena. Sono passati quasi settant’anni, ma serbi e croati si odiano esattamente come allora, e questo odio supera assolutamente i confini nazionali: un serbo poteva vivere a Zagabria, ma continuava a sentirsi diverso – ovviamente migliore – dai croati. Insomma, non dovremmo chiederci come mai sia scoppiata la guerra del 1991, ma piuttosto come abbia fatto Tito a tenere in piedi tutto per quarant’anni.

Ultimo aggiornamento: 2004-09-29 11:07