Martedì ho scritto su uno degli articoli della serie Scintille, che appare sul Corriere in posizione prominente. Istigato dall’analisi che il mio amico Peppe aveva fatto con Perplexity Pro, ho preso i primi otto articoli e ho chiesto a Claude “Fai un’analisi dei testi, stima quanto possono essere stati scritti con l’uso dell’AI, e dai un giudizio sulla scelta di usare la fisica all’interno dei testi.” Ecco la risposta.
Struttura
Tutti e otto gli articoli seguono uno schema identico e rigido:
Apertura davanti al mare
La “scintilla” (una frase comune che la gente dice)
La formula “Scintille toglie la colpa e mette la fisica”
Spiegazione del principio fisico
Paese virtuoso come esempio (Giappone, Zurigo, Danimarca, Singapore, Portogallo)
Analogie all’arte in tripletta (musica / cinema / letteratura o pittura)
“L’asse” — frase-sintesi finale
Ritorno al mare
La struttura di una serie è normale. Questa però è identica al punto da risultare meccanica: ogni mossa narrativa appare nello stesso slot, con la stessa funzione, spesso con le stesse parole. Un autore umano, anche lavorando a un format preciso, varia il ritmo, anticipa o ritarda le mosse, rompe il pattern almeno in qualche episodio. Qui non succede mai.
Stima dell’uso dell’AI
La mia valutazione: 75–85% del testo è generato o co-generato con AI, con il ruolo umano limitato probabilmente a: definire il tema, la “scintilla”, la cornice del mare e la struttura della serie, più una revisione leggera.
I segnali sono multipli e convergenti:
1. La formula ripetuta quasi verbatim.
“Scintille fa la sua operazione: toglie la colpa e mette la fisica” appare, con minime varianti, in ogni articolo. Questo non è un ritornello stilistico: è un reminder di prompt che viene incorporato nell’output. Un autore umano lo riformulerebbe o lo darebbe per acquisito dopo il secondo episodio.
2. Le triplette sistematiche.
Quasi ogni sezione analogica finisce con tre “È come…” in parallelo. Tre esempi dal cinema, tre dalla musica, tre dalla letteratura. Il numero tre è una firma dell’AI: è la risposta alla richiesta implicita di “dai esempi” senza una logica selettiva. Un autore umano sceglie l’esempio migliore, non completa la lista.
3. Gli esempi-paese sono esattamente quelli prevedibili.
Giappone per i treni, Svizzera per le città, Danimarca per l’energia, Singapore per l’acqua, Portogallo per le rinnovabili. Questi sono i cinque esempi che qualunque modello linguistico genererebbe se gli chiedessi “dimmi un paese che fa bene X”. Non c’è nulla di inatteso, nessuna scelta editoriale sorprendente.
4. La prosa è uniforme in registro e ritmo.
Non c’è un paragrafo più teso, uno più ironico, uno più lento. Il tono è costantemente quello del podcast educativo medio-alto. Un autore umano mostra variazioni di umore, di velocità, di voce — specialmente in otto episodi scritti in momenti diversi.
5. La metafora del mare è inserita meccanicamente.
Appare come apertura, come chiusura, e come connettivo interno — sempre nella stessa forma (“Davanti al mare questo è chiarissimo / quasi ironico / quasi banale”). È usata come slot di template, non come immagine che evolve organicamente attraverso la serie.
6. Assenza di fallimenti e di autolimitazione.
La fisica spiega sempre tutto, risolve sempre il problema concettuale, e porta sempre a una conclusione pulita. Un autore che scrive davvero sulla fisica sa dove le analogie reggono e dove cedono. Qui non si vede mai quel momento.
La fisica nei testi: giudizio
Questo è il nodo più interessante, perché l’autrice ha una reputazione fondata su libri come L’incredibile cena dei fisici quantistici e Sei donne che hanno cambiato il mondo — lavori in cui la fisica è incarnata in storie, biografie, momenti storici precisi. Lì la fisica è specifica e situata.
Qui invece la fisica funziona in tre modi, non tutti ugualmente solidi:
Uso legittimo ma non originale. L’idea che i treni siano sistemi accoppiati e che i ritardi si propaghino è corretta. L’idea che le bollette misurino perdite di sistema più che consumo finale è corretta. Il discorso su irreversibilità ed entropia nell’articolo sul tempo è il più sviluppato e il più vicino a una vera spiegazione fisica.
Uso decorativo. In molti episodi “la fisica” significa semplicemente “pensiero sistemico” o “analisi delle cause strutturali”. Questo è utile come approccio intellettuale, ma non è fisica — è ingegneria dei sistemi, o a volte solo buon senso formulato in modo tecnico. Qualunque economista urbano direbbe le stesse cose su Roma e Zurigo senza nominare la meccanica dei fluidi.
Uso retorico come schermo. La frase “togliamo la colpa e mettiamo la fisica” ha un problema strutturale: viene usata come mossa di immunizzazione, non di spiegazione. Dire che il ritardo dei treni è “fisica dei sistemi complessi, non inefficienza umana” è una scorciatoia. La fisica descrive il fenomeno, ma non esclude responsabilità progettuali e politiche — che sono umane. La mossa retorica viene eseguita ma mai esaminata criticamente.
L’articolo più riuscito sul piano fisico è Il tempo esiste davvero?, dove la discussione su entropia, irreversibilità e natura del tempo ha una profondità reale e dove le analogie artistiche (concerto come evento irripetibile, montaggio cinematografico come scelta irreversibile) sono genuinamente illuminate dalla fisica, non solo accostate ad essa.
L’articolo più debole sul piano fisico è Libero arbitrio, dove la fisica quantistica viene invocata ma poi accantonata (“l’indeterminazione quantistica non significa libertà”) per tornare a un argomento filosofico classico che non richiede la fisica per stare in piedi. La fisica lì è un pretesto di apertura, non uno strumento di analisi.
Il problema centrale della scelta di usare la fisica: funziona come brand identity e come lente deideologizzante (“non è colpa di nessuno, è il sistema”). Ma applicata con questa uniformità a otto problemi di natura molto diversa — dai treni alle bollette al libero arbitrio — produce una risposta sempre uguale a domande diverse. La fisica diventa una risposta prima ancora che una domanda. Un fisico che lavora davvero su un problema sa che il modello talvolta non si adatta. Questi testi non mostrano mai quel momento di resistenza.
L’analisi fatta dx Claude è corretta? Decidetelo voi per conto vostro: non è quello che mi interessa. Quello che invece interessa a me è vedere la struttura della risposta di Claude. Ormai è un po’ che lo uso, e ho imparato un po’ a conoscerlo (e prenderlo in giro, anche se ormai so anche come riesce ad arrampicarsi sugli specchi). Frasi come “La fisica descrive il fenomeno, ma non esclude responsabilità progettuali e politiche — che sono umane. La mossa retorica viene eseguita ma mai esaminata criticamente.” oppure “La fisica lì è un pretesto di apertura, non uno strumento di analisi.” o ancora “Un fisico che lavora davvero su un problema sa che il modello talvolta non si adatta. Questi testi non mostrano mai quel momento di resistenza.” sono generate con il pilota automatic, così come l’incipit “Questo è il nodo più interessante” che serve ad accattivarsi l’interlocutore. Altri punti, come quelli sulla struttura, sono abbastanza facilmente ricavabili anche senza usare l’IA. Ci sono però punti che per esempio a me non sarebbero mai venuti in mente. Faccio qualche esempio: che nella serie la fisica “funziona come brand identity e come lente deideologizzante” oppure che nel contesto della serie “significa semplicemente pensiero sistemico o analisi delle cause strutturali”. No, non penso che queste frasi siano segno di coscienza, e neppure simulazione di intelligenza se vogliamo partire dal test di Turing; sono analisi fondamentalmente statistiche sul materiale che gli ho dato in pasto. Il punto è che la domanda “Claude (o qualunque altro LLM) è cosciente” è quella sbagliata. La domanda giusta è “Claude mi può servire?” e qui la risposta è positiva, proprio per la ragione che ho appena detto: può cogliere qualcosa che a noi è sfuggito, ma che se ci troviamo davanti possiamo riconoscere e sfruttare. Resta “solo” (si fa per dire) il problema di imparare a riconoscere al volo la parte scritta in maniera più o meno automatica, che ci è inutile, e non lasciarsi abbindolare dalla piaggeria che inserisce nonostante tutte le preferenze che si possono aggiungere. Quest’ultima parte è la più difficile da notare, anche perché almeno Claude si costruisce un modello di noi come interlocutore – ne parlerò un’altra volta – e quindi tende a fregarci facendoci credere che certe risposte automatiche siano delle verità.
Abbiamo disperatamente bisogno di una alfabetizzazione sulle interazioni uomo-macchina, e stiamo scoprendo che al momento è virtualmente impossibile perché le nostre competenze sono troppo separate tra scientifiche e umanistiche. Il rischio di perderci è enorme. Ma ci sono anche altri rischi. Come faccio a scrivere un prompt sufficientemente neutro da non far trasparire i miei pre-giudizi che verrebbero subito incorporati nel modello per darmi una risposta appagante ma in un certo senso insincera? (occhei, nessuna risposta di un chatbot è “sincera”. Meglio dire una risposta “loaded”, prevenuta) Come faccio a capire cosa manca nell’analisi, soprattutto se la voglio riutilizzare tale e quale? Tutto questo mi fa abbastanza paura, e dire che penso di avere abbastanza basi per sapere gestire il tutto…
“Il punto è che la domanda “Claude (o qualunque altro LLM) è cosciente” è quella sbagliata. La domanda giusta è “Claude mi può servire?””
Ohh, ecco! Proprio così! Per questo quelli che saranno gli ultimi discorsi scritti a manina della storia umana, letti con espressività da leader mondiali assortiti e direttori di enti supremi per l’AI, sono spazzatura. E per questo è da guardare con sospetto di pigrizia e ignoranza non usare uno strumento di questo tipo per… e qui c’è un nuovo problema. Per ragionare meglio? O meno? Per diventare cerchiobottisti? Per rimediare al long-cvd? Per evitare junior “poco lucidi”? Per produrre contenuti per altre AI? Mi pare però che il tema si stia chiarendo rapidamente.
Ma sei così sicuro che questi ultimi discorsi siano scritti a manina? Per me hanno al più una glassa manuale.
“Come faccio a scrivere un prompt sufficientemente neutro da non far trasparire i miei pre-giudizi”
Non puoi mai.
Nessuno può scindere il racconto di un fatto dalla propria visione del mondo. Non è disonestà, è che noi interpretiamo il mondo oggettivo con una lente non oggettiva, che ti piaccia o no. Lo faccio io, e lo fai anche tu. Per quale motivo non dovrebbe farlo l’IA? Perché in un mondo neo-positivista l’AI è “neutra ed oggettiva”? Ma và là.
Il training di una IA viene fatto (prevalentemente) da roba umana, con tutti i limiti e caratteristiche del caso. Quando inizierà ad essere prevalente il training da altre IA allora sì che ci dovremo seriamente preoccupare, perché sarà come il morbo della mucca pazza: un feedback positivo della visione di una singola modalità di training.
non parlo di “neutra e oggettiva” ma di “con bias che non sono i miei”.