recensioni

rec-2005

_Il violino, il soldato e il diavolo_ (teatro)

Ieri sera invece sono andato al teatro Verdi (in via Pastrengo, ha il grosso vantaggio di essere per noi raggiungibile a piedi) insieme ad Anna e a Roberta, per questa produzione del Teatro del Buratto “liberamente ispirata a L’Histoire du soldat di Igor Stravinskji”. Credo che Igor si sia rivoltato nella tomba.
Iniziamo dalle cose buone: gli attori (tutti mimi, anche il protagonista non parla mai) sono molto bravi, e il tecnico delle luci è fantastico. Ci sono anche delle idee carine, tipo i due giocatori all’inizio che partono dai dadi, proseguono con le stecche da biliardo, le mazze da golf e quelle da baseball fino a che non si ammazzano a vicenda, o la gioia del protagonista nel potere suonare il violino, o ancora la rappresentazione del diavolo. Ma nel complesso ci sono troppi punti oscuri o inutili, e la musica ha tolto tutto il bello di Stravinski, nascondendolo in mezzo a suoni più o meno cacofonici. Bah.

rec-2005

Quo vadis, Baby

È molto raro che io vada al cinema. Devo proprio essere trascinato da Anna. (D’altra parte non guardo nemmeno molti film in dvd o in tv, non faccio preferenze). E quando ci vado non mi viene nemmeno in mente di recensire il film: l’ultima opera di Salvatores l’abbiamo infatti vista domenica scorsa.
Devo dire che non mi è dispiaciuta questa incursione nel noir, con una Bologna dove piove sempre quando non nevica, a differenza di una Roma solare. Certi “colpi di scena” sono di una prevedibilità assoluta, ma in fin dei conti io mi accontento di poco. La registrazione in alta definizione rende anche piacevole vedere il film al cinema, e la colonna sonora – a parte le incursioni del mio datore di lavoro con le risponderie… – è un bell’equilibrio tra impegnato e trash. Pollice su, insomma.

rec-2005

Torino gialla e nera (libro)

[copertina]Renzo Rossotti ha scritto per Newton Compton alcuni libri interessanti a riguardo delle curiosità relative a Torino, dai suoi palazzi alle vie ai misteri legati alla città. Ho così comprato con fiducia questa sua ultima opera (Renzo Rossotti, Torino gialla e nera, Newton & Compton – Quest’Italia 2004, p. 264, € 18, ISBN 88-541-0157-5) che parla dei casi subalpini di cronaca nera; mal me ne incolse. La struttura dei capitoli, qualche paginetta per ogni singolo fatto, potrebbe ancora andare bene per dare un taglio giornalistico al libro: ma mischiare in modo gratuito fatti e commenti personali come ha fatto Rossotti mi ha fatto più che altro venire in mente Novella 2000, che ha indubbiamente il suo affezionato pubblico ma il cui target è ben diverso da quello dei probabili acquirenti. Sembra che le cronache locali durante i processi siano più degne di attenzione che la storia dietro i delitti… Nella sezione dedicata ai gialli nei dintorni di Torino, aggiunta probabilmente per rimpinguare il testo, troviamo anche un riferimento a Cogne, cioè a un fatto per cui c’è ancora un processo in corso. L’avvocato Taormina sarà fiero di lui: io sicuramente no.

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La Cappella degli Scrovegni

Avevo scritto che avrei anche parlato della nostra visita alla Cappella degli Scrovegni, ma per una serie di ragioni me n’ero poi dimenticato. Rimedio subito.
Come avevo già fatto notare, occorre presentarsi con almeno un’ora di anticipo a ritirare il biglietto, che non è un biglietto ma un foglio A4 a colori con istruzioni varie e i tagliandi per le varie sezioni del museo degli Eremitani, di cui la Cappella fa parte. Non sono riuscito a capire la necessità di cotanto anticipo, visto che c’erano due persone davanti a me: misteri della burocrazia. All’ora della visita si aprono le porte della struttura high-tech che dovrebbe servire da camera di compensazione, e si entra per vedere un filmino di un quarto d’ora – in italiano, con sottotitoli in inglese e sopratitoli in tedesco – che racconta la storia della Cappella e alcune particolarità sul’opera pittorica di Giotto. Divertente, anche se a ripensiarci naturale, scoprire che nello stemma del committente era raffigurata… una scrofa. Per una famiglia di noti usurai, una giusta associazione!
Finito il video, prima che si aprano le porte per il gruppo successivo, siamo finalmente entrati. Commento? Non so se perché avevamo la guida, oppure perché le spiegazioni del filmato avevano messo l’acquolina in bocca, ma posso garantire che un quarto d’ora è troppo poco per bearsi di tutto, soprattutto per riuscire a vedere tutti i particolari. Il “finto marmo” dipinto da Giotto, per esempio, l’ho riconosciuto come tale solo perché ne avevano parlato: per me sarebbe stato assolutamente vero, almeno alla distanza di un metro. Ma in genere sono le minuzie che non si possono che apprezzare. Nella raffigurazione dell’Ultima Cena, gli apostoli hanno un’aureola nera e non dorata come al solito (perché quella notte abbandoneranno il Cristo?) con Giuda che nei tre dipinti ce l’ha sempre meno visibile: un trucco che pensavo fosse nato con i fumetti contemporanei. Generalmente le figure sullo sfondo sono poi curate come quelle principali, e nonostante le pose risentano ancora dello stile bizantino si vede benissimo come Giotto facesse di tutto per sßfuggire a tale costrizione.
Come ho detto, dopo quindici minuti e senza preavviso siamo stati fatti sloggiare. Mi piacerebbe però sapere come mai il gruppo penso con guida non solo era già dentro quando siamo arrivati e c’è rimasto quando ce ne siamo andati, ma li facevano andare tranquillamente alle pareti della cappella quando la cosa sarebbe vietatissima. C’è sempre qualcuno più uguale degli altri.

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<em>De Nittis</em>

Dopo Boldini, Anna e io abbiamo pensato fosse doveroso vedere un’altra faccia della pittura italiana “emigrata” della seconda metà dell’800, e siamo così andati a vedere la mostra che la fondazione Mazzotta ha dedicato a Giusepe De Nittis. Anche in questo caso avete ancora poco tempo a disposizione, visto che termina il 19 giugno. Per prima cosa, una nota tecnica. Ci sono biglietti scontati praticamente per tutti, se avessimo portato il nostro abbonamento al Piccolo avremmo potuto pagare 5 euro e mezzo invece che 8; ma la cosa più assurda è che, visto che Lottomatica è uno degli sponsor, se uno aveva una schedina giocata anche solo da due euro poteva risparmiare due euro e mezzo sul biglietto. Mah.
La mostra ha un gran numero di opere, e ha preferito evitare le audioguide mettendo piuttosto una serie di pannelli esplicativi in italiano e inglese che danno ampie spiegazioni sui dipinti e sul background culturale. Alcuni quadri sono molto belli, ma in generale lo stile di De Nittis non è che mi ispiri molto, forse perché è un “falso impressionista” né carne né pesce. Vale comunque la pena di visitare la mostra, se ci si vuole acculturare. Curiosità: l’artista barlettano spesso preferiva non firmare i suoi quadri, chissà perché.

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<em>Boldini</em>

Il nome di Giovanni Boldini non dice magari molto, o almeno non lo diceva a me. Per dare un’idea di chi fosse, è quello che ha fatto il ritratto di Giuseppe Verdi. Insomma, non esattamente l’ultimo arrivato…
Bisogna dire che la mostra a lui dedicata, che si tiene a palazzo Zabarella a Padova (è stata prolungata fino al 12 giugno, avete ancora qualche giorno per andare a vederla) fa vedere molte opere del longevo – morto a 89 anni, e si è sposato che ne aveva 87… artista, ferrarese di nascita, ma parigino di adozione. A giudicare dalle spiegazioni dell’ottima guida in cui ci siamo imbattuti per caso e che è stato molto bravo nel mischiare informazioni e pettegolezzi, Boldini doveva essere una lenza mica male. Piccolo e brutto, ma instancabile amante; prime esperienze pittoriche coi macchiaioli, ma pronto poi a rinnegare tutte le proprie idee stilistiche pur di compiacere l’acquirente dei suoi dipinti, spesso un ricco americano che veniva convinto che il ritratto da lui commissionato era un pezzo unico. Ci credo, non esponeva praticamente mai se non nelle più importanti occasioni, come l’Esposizione Universale parigina del 1889.
Detto questo, bisogna riconoscere che era davvero bravo. Sarà anche stato un manierista, ma certi particolari dei suoi dipinti e il modo in cui uscivano gli sguardi delle persone ritratte sono davvero favolosi.

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"il periodico di Milano"

Oggi – ma non so se c’era già lunedì scorso – ho trovato sulle scale della metropolitana news primo piano, settimanale a diffusione gratuita che dovrebbe secondo il suo editoriale avere un occhio su Milano dal punto di vista delle circoscrizioni, oltre a cercare di essere un collante tra gli abitanti e le istituzioni.
Chi vuole può dare un’occhiata al PDF e farsi un’idea da solo. I miei commenti? Innanzitutto può sembrare una quisquilia, ma il font usato per i testi è molto leggibile e non troppo compresso. Ci sta qualche parola in meno, ma la gradevolezza della lettura aumenta davvero. D’altro canto, il testo degli articoli mi ricorda troppo le iniziative “scrivete il giornale in classe”: un taglio poco giornalistico e più da compitino. Inoltre dare spazio alle notizie di circoscrizione è interessante e permette di evitare l’appiattimento verso i soliti poli d’attrazione, ma non credo che una presentazione di questo tipo favorisca lo scambio tra i vari quartieri: così uno butta via a priori due terzi di quanto scritto. Mah: vedremo nei prossimi numeri.

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_Everything and more_ (libro)

[copertina]David Forster Wallace non è un matematico, ma un romanziere. Però ha indubbiamente conoscenze matematiche non solo di base, come si può leggere in questo saggio il cui titolo è già di per sé affascinante (David Forster Wallace, Everything and more – a compact history of infinity, W. W. Norton & Company – Great Discoveries 2004, p. 336, $ 14.95, ISBN 0393326292) Sicuramente però è un affabulatore, e lo si vede perfettamente dal testo, che sembra più la trascrizione di una serie di lezioni orali che un manuale vero e proprio. Con la scusa di non risultare ripetitivo, inserisce abbreviazioni a iosa; si lamenta di quelo che scrivono gli altri autori di libri divulgativi sui matematici; ogni tanto spunta un GLOSSARIO DI EMERGENZA per i termini che potrebbero essere più astrusi per i non matematici; continua a inserire digressioni (magari tra parentesi, e magari innestando un’altra parentesi (proprio come sto facendo ora!)) per tornare regolarmente al punto di partenza; si arroga il diritto di definire molti paragrafi IYI (“if you’re interested”, cioè “se ti interessa”) ma poi li trasforma magari in “non proprio IYI, perché questa cosa ti servirà tra trenta pagine”. Bisogna dire che però la lettura risulta avvincente, tranne forse nelle ultime pagine che sembrano quasi un anticlimax, come se Wallace si fosse stufato di raccontare: peccato.

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