Jakob Schwichtenberg si chiede perché proviamo fastidio, se non addirittura disgusto, con i testi creati da un’IA. Notate che non sta parlando dell’IA in genere, ma proprio della parte forse più creativa. Il suo ricordo è che quando venne in contatto per la prima volta con un’IA generativa di quarta generazione e le diede un testo da riscrivere, il suo primo commento è stato “azz, non sarei mai riuscito a scrivere così bene!”, unito a un po’ di paura. Ma col tempo, riguardando quello stesso testo, il commento è “ugh”: ora vede tutti i pattern tipici e le imperfezioni della sbobbIA generata. Capisco perfettamente il suo punto di vista, perché capita la stessa cosa anche a me. No, non rileggo le cose passate, ma magari ci ripenso su dopo qualche ora e mi accorgo di cosa sta effettivamente facendo.
Quali sono i guai con l’IA, secondo Schwichtenberg? Il primo e più banale è quello delle allucinazioni. Già prima degli LLM correggere le cazzate scritte da qualcuno costava dieci volte tanto la fatica di scriverle; ora questo rapporto è cresciuto di un fattore 100, perché far scrivere a un LLM un testo costa praticamente zero. Posso dire che con Claude dirgli esplicitamente nelle preferenze di non inventare nulla aiuta abbastanza, ma bisogna sempre essere con gli occhi aperti. Il secondo sono le frasi riempitive che non danno nessuna informazione. In un report che tanto i capi non leggeranno questo non è un problema, ma in altri casi sì… perché noi umani siamo abituati a cercare sempre un senso in quello con cui abbiamo a che fare. Avete presente la pareidolia? Ecco. Schwichtenberg fa l’esempio più classico: l’analisi automatica del significato di quanto l’inviato imperiale Lord Dorwin aveva detto in uno dei romanzi del ciclo della Fondazione di Asimov. Fatta tutta l’analisi, il risultato finale è stato zero. Segue poi la mancata conoscenza della realtà: Schwichtenberg afferma che oltre alla conoscenza proposizionale c’è anche quella prospettica, procedurale e partecipatoria – sono andato a cercare: l’ha enunciato John Vervaeke – e almeno la seconda e la quarta direi che manchino attualmente all’IA.
Gli ultimi due punti sono più filosofici ma probabilmente i più interessanti. Guardate la foto qui a destra, dove si è chiesto a un’IA di migliorare l’immagine pixelata. D’accordo, stiamo parlando di un esperimento fatto nel 2020, quindi più o meno nel giurassico: oggi forse il risultato sarebbe diverso; ma il concetto resta. Schwichtenberg dice “l’IA ci rende stupidi”, io preferisco dire che l’IA prende un concetto e te lo sterilizza, portandolo a un risultato che appare perfezionato ma non è quello che ci voleva. Mi ritrovo perfettamente quando lui confessa che quasi sempre scopre che l’idea dalla quale era partito per scrivere un pezzo non aveva senso, ma di solito mentre scrive, oltre che accorgersene, trova altre tre nuove idee. Certo, gli LLM quando entrano in “modalità ragionamento” imitano questo modo di operare, perché usano quello che hanno scritto come ulteriore input: ma per costruzione non possono ottenere nulla di nuovo, o meglio se lo fanno sono praticamente certe di arrivare a un’allucinazione. Noi umani (ok, tranne molti di quelli che scrivono sui social network) abbiamo invece un controllo inconscio che ci porta a fermarci e riprocessare tutto da un altro punto di vista, per vedere se l’idea iniziale non regge. Non avete idea di quanti post io abbia terminato in modo opposto a quanto pensassi all’inizio! Infine c’è il fatto che l’IA ti toglie la gioia di fare. Come scrivevo all’inizio, non c’è nulla di male a usarla per scrivere un report aziendale, a meno che voi non proviate un frisson nello sciorinare ovvietà ed edulcorare i pessimi dati che avete davanti. Ma se mi metto a scrivere un libro o anche soltanto un post io lo faccio perché mi piace farlo. Un’IA può darmi delle idee (nel caso del libro, ovviamente: mi verrebbe da ridere a dirle “mi consigli qualcosa su cui scrivere?”) ma poi la parte davvero divertente, anche se a volte frustrante, è mettersi a tradurre i pensieri in un flusso più o meno lineare. D’accordo, io sono quello che al liceo scriveva direttamente i temi in bella copia e li consegnava ben prima della fine del tempo: ma stiamo appunto parlando di creatività. Se uno non ama scrivere, allora usare un LLM non toglie gioia sempicemente perché non ce n’era già all’inizio.
Riusciranno i modelli IA a superare questi limiti? Secondo me con le architetture attuali no: vedremo che succederà.
Ultimo aggiornamento: 2026-08-30 17:23
Ultimo aggiornamento:: 2026-08-30

Su che elementi sono basate le analisi che provano a indovinare quanto un testo sia stato redatto da una IA?
Credo sugli stilemi IA, tipo le triplette di aggettivi, gli elenchi puntati, gli em-dash. Nel mio piccolo, nelle interazioni prolungate trovo spesso “this is the missing piece of the puzzle”. Ormai mi sono abituato a fare la tara a quello che scrive e aggiungere ogni tanto “be honest, no flattery” (l’attention decade con l’aumentare la finestra di contesto)
“Riusciranno i modelli IA a superare questi limiti?” Mah, forse la domanda è “Riusciranno gli umani a gustare ancora dei testi diversi da quelli scritti dall’AI (anche quando il prompt include “write like a human”)?”
Nel caso di testi senza valore relazionare (burocrazia, suppliche, doléances, ecc.) la risposta è sicuramente no, l’AI è perfetta e gli umani sono inferiori sia in scrittura che in lettura.
Nel caso dei libri, compresi i saggi, anche io uso il criterio dell’addestramento dei modelli: “niente scritto dopo il 2022, perché è troppo probabile che sia scritto con l’AI”. E, direi, anche per la musica, come diceva un noto cantautore, “mentre le GPU impazziscono […] do sfogo alla mia turpe voglia… ascolto Bach!”.
La vedi proprio nera per ipotizzare che tutti si assuefaranno allo stile delle macchine tanto da non amare più quelli scritti da uomini.
Ma soprattutto cos’è la perfezione in linguistica/comunicazione?
Io spesso trovo molto più esaustivo un comunicato scritto da un uomo che non il solito spezzettato per punti fatto da una IA, che va bene per banalizzare i concetti e renderli immediatamente comprensibili (ciò che desidera il lettore medio su Internet), ma non certo per comprenderli appieno.
Penso che ci siano buone possibilità che gli umani si abituino allo stile AI perché vedo già segnali inquietanti:
– nelle scuole grosse EU si prendono buoni testi allo scopo di… trovare le figure retoriche. E basta. Non si insegna a gustare il testo, a capirlo, a inserirlo nel giusto contesto storico, ecc. ecc. ma solo a rintracciare tutte le stupidissime figure retoriche! Come se il processo creativo dell’autore fosse “Mo’ scrivo un verso con una paranomasia e una sinalefe, per parlare di, boh? Ah, magari della noia”;
– i lettori forti (di libri da spiaggia) sono infastiditi dall’AI ma non mollano e, tutto sommato, sopportano;
– le dure regole delle scuole di scrittura creativa e i giornali hanno già abituato a testi formalmente corretti ma scritti da chi non ha assolutamente nulla da dire, fino al punto che ogni parvenza di contenuto suscita stupore e fastidio, come una spezia esotica per chi è solito mangiare in bianco;
– le “reazioni” sono moneta per i social e gli influencer, tutto il resto deve essere neutro, come il discorso delle autorità all’apertura di un convegno. Tutti sanno che le autorità non danno alcun valore aggiunto, non dicono mai nulla, eppure nessuno si sogna di criticare (o ascoltare) il tradizionale discorso vuoto;
– in tempi duri valgono le solite regole della cultura: grammatica e non letteratura, preistoria e non storia, tecnica pittorica e non storia dell’arte, ecc. Anche per questo l’AI, con il suo stile cerchiobottista, non è solo perfetta ma anche opportuna.
Lasciamo stare le figure retoriche, ci ho passato un pentamestre con Jacopo e i Promessi sposi :( Sulle scuole di scrittura invece sono a posto, non ci sono mai andato. I miei sono testi ruspanti…
Il problema maggiore non è l’assuefazione, ma la perdita di identità: se un umano non distingue più se sta parlando con un umano od una macchina, arriveranno tempi molto duri. Ci si dividerà in due macro aree: chi subirà questa condizione più o meno volontariamente e chi si ribellerà all’ordine costituito in modo più o meno legale. Chi subirà diventerà in parte un simulacro umano, con una definizione di identità più o meno riduttiva, chi si ribella una sorta di anarcoide 2.0. In ogni caso non un bel mondo