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Titolisti, vil razza dannata

Una decina di giorni fa si è scoperto che una voce di Wikipedia creata nel 2004 era falsa, o più precisamente partiva da una base reale (un campo di concentramento a Varsavia nella seconda guerra mondiale) ma aveva “trasformato” il campo in uno di sterminio. Quel falso storico era presente in varie edizioni linguistiche: l’articolo più visitato era come capita spesso quello sulla Wikipedia in lingua inglese, ma c’era anche una versione in lingua italiana. Fin qua nulla di davvero nuovo, purtroppo: Wikipedia è uno dei terreni preferiti dai revisionisti, in questo caso polacchi.

Martedì scorso il Corriere ha pubblicato un seguito dell’articolo, dove parlo anch’io con il cappellino di Wikimedia Italia. La settimana scorsa ero stato al telefono quaranta minuti abbondanti: diciamo che se avessi potuto rivedere il mio virgolettato avrei suggerito qualche modifica, ma nel complesso direi che il mio pensiero è stato riportato correttamente. Wikipedia non è una fonte primaria, il che significa che si deve fidare di quanto scrivono altre fonti che si spera siano valide; in caso di guerre di edit si cerca di evitare il più possibile di andare a una votazione, perché la verità non si decide a maggioranza; ma anche che non possiamo sapere se un utente bannato all’infinito si è reiscritto con un altro nome e ora si comporta in maniera costruttiva. (Occhei, non ho aggiunto che all’atto pratico ci accorgiamo subito dallo stile di interazione di chi si tratta… È inoltre vero – o almeno questo è il mio punto di vista – che quando si scopre che qualcosa ampiamente creduto è falso è meglio lasciarlo scritto, indicando che è falso e le fonti che dimostrano la falsità, rispetto a cancellarlo. I complottisti diranno comunque che le fonti riportate sono fabbricate ad arte, ma non rischiamo che qualcuno magari in buona fede aggiunga di nuovo le informazioni errate.

Peccato che poi ci sia il titolo (ben spalleggiato dal catenaccio). Titolo:

Wikipedia e la bufala sul Polocausto: «Meglio gli errori che un controllo dall’alto». Così funziona l’enciclopedia libera

Quello che io affermo è che un comitato redazionale (“controllo dall’alto”, se volete dirlo così) porta inevitabilmente ad avere un punto di vista specifico nelle voci, che può essere o no corrispondente alla verità. Possiamo fare il classico esempio: la voce “Fascismo” nella prima edizione della Treccani era stata direttamente scritta da Mussolini. Il modello “dal basso” di Wikipedia è diverso, non migliore di quello di un’enciclopedia standard; è probabilmente più prono ad avere errori, che però per la massima parte durano relativamente poco. (Nel caso in questione, non credo che la bufala del campo di sterminio fosse solo citata su Wikipedia).

Ma quello che è peggio è il catenaccio:

Il portale, costruito dall’opera di volontari, non ha mai introdotto alcun sistema per prevenire le storie false. «La comunità è sempre riuscita a mantenere l’equilibrio nelle opinioni»

Fatevi una domanda e datevi una risposta, direbbe Marzullo. Quali sono i sistemi per prevenire storie false? Quello che tipicamente si usa (ehm, diciamo si dovrebbe usare, visto quello che troviamo in giro) è il non pubblicare nulla fino a che non c’è una ragionevole certezza di verità. Wikipedia ovviamente non fa così, visto che non ci sono controlli a priori sull’inserimento di contenuti: ma un meccanismo c’è, ed è quello dei template di avviso citati del resto nell’articolo: voce da controllare e mancanza di fonti.


Questi avvisi hanno più di dieci anni di esistenza (anche se non c’erano ancora quando è stata creata la voce sul cosiddetto campo di sterminio di Varsavia) e sono nati proprio per aiutare l’utente ignaro. È vero che chi scrive su Wikipedia non è di solito un esperto, ma se è abbastanza bravo può notare che c’è qualcosa che non torna e segnalare così a tutti di fare attenzione. Poi ci sarà sempre chi non legge gli avvisi, ma c’è anche chi inoltra sempre bufale così malfatte da far pensare che tanto parlare con lui è tempo perso.

Bene, lasciamo Wikipedia e torniamo ai titolisti dei giornali. Cosa succede se il lettore che è come sempre di fretta non legge l’articolo ma si limita al titolo? Si fa un’idea del tutto sbagliata di quello che succede. E qui non ci si può neppure appellare alla solita scusa “non c’è abbastanza spazio”, perché il catenaccio ha più libertà. Capite perché io affermo sempre che i titolisti saranno i primi ad andare al muro quando ci sarà la rivoluzione?

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Guai a postare link!

L’altro giorno su Repubblica (rectius, Robinson) c’è stato il ricorrente articolo che mette in guardia l’ignaro lettore dal pericolo di postare (caterve di) foto dei propri figli. Per la cronaca, l’autore dell’articolo, Vittorio Lingiardi, è professore ordinario di psicologia dinamica. Chi mi conosce sa che io non posto praticamente mai le foto dei miei gemelli, e quando le faccio li riprendo di schiena e soprattutto in situazioni di cui in futuro non avranno nulla da preoccuparsi: quando saranno maggiorenni, poi saranno affari loro come gestirsi. Insomma, non ho nulla da dire sulla tesi dell’articolo: ma sul contenuto sì.

Troviamo frasi come queste: «Come documenta il New York Times, cresce il numero dei bambini e degli adolescenti che, risentiti per la violazione della loro privacy, hanno deciso di affrontare i genitori.» «Intervistata sul Guardian, una mamma dice che pubblica le foto dei suoi bambini per “dimostrare di essere una brava mamma”.» «Ho letto che, secondo uno studio condotto nel 2015 dall’associazione inglese Parent Zone, un bambino attorno ai 5 anni è già protagonista di almeno mille foto postate dai genitori.» «La Francia è corsa ai ripari, con una legge sulla privacy che consente ai figli, una volta adulti, di denunciare i genitori per avere condiviso immagini in rete senza il loro permesso.» Cos’hanno in comune queste frasi? Semplice: non hanno nessun link.

Non ho dubbi che Lingiardi quei siti li abbia letti o almeno scorsi. Ho anche presente che Robinson esce (anche) su carta, dove si fa più fatica a mettere i link. Ma continuo a trovare inqualificabile che nella versione in rete questi link non ci siano. Sarà magari vero che il 90% dei lettori tanto non saprebbe leggere articoli in una lingua diversa dall’italiano, e che non è difficile per i cognoscenti trovare i link (uno, tre, quattro; mi manca l’articolo del Guardian). Ma questo non significa nulla. Scopo di un giornale dovrebbe anche essere quello di fare da punto di partenza per successivi approfondimenti: da noi questo è impossibile.

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Libero (ma non dal reggiseno)

L’altro giorno Libero è riuscito a scrivere un articolo dall’inequivocabile titolo “Sea Watch, Carola Rackete senza reggiseno in Procura: sfrontatezza senza limiti, il dettaglio sfuggito a molti” e con incipit “Sfrontatezza politica e sfrontatezza personale.”. Cosa è successo? La capitana della Sea Watch 3 si è denudata in pubblico? Macché. Aveva semplicemente una maglietta sotto la quale non portava reggiseno.

Ammetto di non avere idea della comodità o meno di quell’indumento, ma mi pare anche che indossarlo o meno sia una scelta della signora. La maglietta in questione era comunque accollata, quindi non c’era proprio nulla da vedere… se non evidentemente per l’ignoto articolista di Libero. Io non ho partecipato alla colletta per acquistare una Sea Watch 4, ma se serve posso contribuire all’acquisto di qualche paio di “occhiali a raggi X” dalla Same Govj…

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Font buttati lì

Perché il titolo a sinistra nella home page di Repubblica è scritto con una font senza grazie (sans serif), mentre quello di destra usa una font con grazie? Domanda intelligente. L’unica risposta che io mi sono dato è che il secondo è a pagamento mentre il primo no, e quindi si sia voluto distinguerli in questo modo. Mah: io non sono certo un grafico, ma una cosa del genere per me è davvero un pugno nell’occhio. Voi che ne pensate?

Ultimo aggiornamento: 2019-05-15 10:07

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La diffusione dei quotidiani

Invece che parlare del titolo odierno di Libero, Marco Mazzei ha pensato bene di pubblicare gli ultimi dati sulla diffusione (cartacea + elettronica) dei quotidiani italiani. Era un po’ che non guardavo cosa succedeva, e in effetti di cose ce ne sono. Il Corriere della Sera ha ripreso di gran lunga il primo posto, e diffonde il 30% di copie in più di Repubblica: in compenso la Gazzetta dello Sport è molto scesa, pur restando il quinto quotidiano più letto. Il Sole-24 Ore ha ripreso la terza posizione dopo lo scandalo delle copie gonfiate. Il Fatto Quotidiano è in caduta libera, anche se quello messo peggio è Tuttosport. Ma quello che è più interessante è che ormai Avvenire si trova saldamente al sesto posto, con un numero di copie vendute molto importante nell’asfittico panorama italiano. Insomma, essere all’opposizione e non filogovernativi aiuta ;-)

Ultimo aggiornamento: 2019-01-23 18:28

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Ancora inversioni a O

un'inversione a 360 gradi Cinque anni fa, Pietro mi aveva segnalato una “virata a 360 gradi”, che come potete immaginare non serviva a molto. Mentre nel frattempo c’è chi preferisce esagerare e andare a 370 gradi, stavolta Piero ha notato che è stata La Stampa ad annunciare “un’inversione a 360 gradi” (qui una versione salvata su archive.is).

È proprio vero: davanti ai numeri i cervelli si obliterano.

Ultimo aggiornamento: 2018-12-17 09:29

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Il Messaggero di Sant’Antonio

Magari la scorsa settimana avete letto della situazione al Messaggero di Sant’Antonio, con i suoi otto giornalisti licenziati in tronco che hanno occupato la sede del giornale. Devo dire che mi ha stupito che ci fossero dei giornalisti veri e propri, cosa che poi ho scoperto non essere nemmeno così recente.
È abbastanza ovvio che nella crisi generale dell’editoria un giornale venduto solo per abbonamento e che ha un target di persone sempre più vecchio perde copie. È un po’ meno ovvio che il mezzo milione di copie indicato dal Post è un dato di una decina d’anni fa; le 260.000 indicate da Famiglia Cristiana sono probabilmente più vicine al vero. Quello che però non mi torna è cosa pensino di fare i frati; otto giornalisti hanno un costo molto inferiore ai due milioni e 700 mila euro di perdita dell’anno scorso, e quindi anche far scrivere gli articoli ai frati non cambierebbe molto le cose. Ma soprattutto: da dove arrivano tutte queste perdite, vista la tiratura non certo bassa?

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Eppur si muove!

Stamattina ho raccontato dell’articolo della Stampa direttamente copiato da una voce di Wikipedia. Se ora andate a vedere l’articolo, potete vedere che è stato modificato, inserendo il link alla voce di Wikipedia (scrivendo “Qui la storia completa sul sito di Wikipedia […]”) e soprattutto indicando alla fine “(abbiamo corretto la precedente versione dell’articolo con il link a Wikipedia)”.

Proprio come stamattina ho stigmatizzato il comportamento del quotidiano piemontese, adesso esprimo pubblicamente il mio apprezzamento per l’inserimento della citazione ma soprattutto per avere esplicitato che l’articolo è stato per l’appunto corretto. Ricordo benissimo che un tempo nemmeno troppo lontano era impossibile ottenere una modifica a un testo pubblicato online, per la sacralità dell’articolo. Se proprio capitava di dover correggere qualcosa, il massimo che veniva fatto era aggiungere la postilla “modificato il xx-xx”. Giungere a spiegare cosa è cambiato è un passaggio epocale, e a mio parere un modo per aumentare la fiducia nella testata. Speriamo che il trend continui!

Ultimo aggiornamento: 2018-11-07 16:33

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