
Se come me continuate a guardare Twitter vi sarà capitato ultimamente di vedere questo neologismo, che può essere difficile da comprendere se non si conosce il contesto. Partiamo dunque dal gerrymandering. Come scrissi al tempo sul Post, è la tattica di ridisegnare i collegi elettorali per aumentare la probabilità di vittoria alle elezioni.
Immaginate di avere due partiti, il Rosso e il Blu. Il Rosso ha il 40% dei voti, mentre il Blu ne ha il 60%: se i seggi da assegnare sono cinque si immaginerebbe che vadano due al Rosso e tre al Blu. Ma dividendo la popolazione in modo adatto possiamo fare in modo che il Blu vinca tutti e cinque i seggi, oppure che il Rosso ne vinca tre su cinque pur essendo in minoranza. Fin qui la teoria.
La pratica che dice? Che questo va bene (per chi mette in campo il gerrymandering) se l’esito delle elezioni è simile alle simulazioni su cui si è partiti per ridisegnare i distretti. Ma per aumentare i distretti vinti dai Rossi bisogna necessariamente ridurre il margine di vittoria nei singoli distretti, oltre che decidere quali lasciare ai Blu. Se capita come quest’anno alle elezioni di metà mandato USA, con i Democratici che hanno aumentato il consenso di almeno dieci punti percentuali, si rischia che tutti questi distretti che erano previsti avere una leggera maggioranza passino all’altro partito, ottenendo così un risultato peggiore di quello iniziale che aveva meno collegi vincenti, ma con una percentuale di voti tale da sopportare quel travaso. Il gerrymandering si ritorce così contro coloro che l’hanno costruito, ridicolizzandoli; da qui il nome dummymandering. Non sempre i malefici piani funzionano.
Ultimo aggiornamento: 2026-11-04 15:38
