Terminati i tempi supplementari dell’OPAS di Poste su Tim i risultati non sono poi stati così eclatanti come penso Del Fante sperasse. Poste infatti detiene ora l’85,86% delle azioni Tim: ben oltre la maggioranza dei due terzi necessaria per le assemblee straordinarie, ma meno del 90% necessario per fare il delisting e quindi togliere Tim dal mercato azionario, come era la sua idea iniziale. In teoria sarebbe possibile acquistare azioni in Borsa, ma non mi pare che Poste sia così interessata, tanto che in due settimane le azioni Tim hanno perso quasi il 15% del loro valore e quindi probabilmente non ci crede neppure il mercato. A questo punto non mi stupirei se Poste passasse al piano B e operasse una fusione per incorporazione, con la società madre (improbabile) o con un’altra azienda non quotata del gruppo / una NewCo (più facile), per togliersi dai piedi anche il resto del flottante. Naturalmente dal punto di vista di noi dipendenti il delisting sarebbe stato abbastanza trasparente. Il top management viene probabilmente buttato fuori con una più o meno alta buonuscita, ma in basso non cambia nulla. La fusione sarebbe invece un bagno di sangue: è vero che generalmente si fa un accordo “di armonizzazione”, ma si perde sempre qualcosa e soprattutto si creano lavoratori di serie A – quelli attualmente in azienda – e di serie B – i nuovi assunti.
Poi è noto che io non capisco un tubo né di politica né di economia, e quindi potrei sbagliarmi di grosso. Vedremo tra qualche mese; per il momento non sta succedendo nulla di particolare. Sì, è partito ufficialmente l’esercizio delle attività di direzione e coordinamento: ma cosa pensate si stia facendo da un anno a questa parte?
Ultimo aggiornamento:: 2026-09-30
Il delisting è tramontato: chi non ha venduto prima non lo farà ora (perché comunque ci perderebbe troppo, tanto vale provare il tutto per tutto).
Resta quindi la fusione per incorporazione. Qui il passaggio sarà necessariamente lungo, perché bisogna trovare un veicolo giuridico idoneo, alias l’entità giuridica giusta con cui incorporarsi. Data la dimensione del gruppo non è semplicissimo, e qui vedremo a che livello di porcate il governo sarà disposto a scendere pur di rendere possibile l’operazione.
Dal punto di vista dei dipendenti secondo me cambiano solo le tempistiche: gli obbiettivi finanziari (non del tutto pubblici) quelli rimangono: cambiano solo i modi ed i tempi per attuarli. Inevitabilmente vorrà dire tagli: l’unica cosa è che il Governo non vuole roba lacrime e sangue, almeno non una roba plateale, per ovvi motivi. Ma sbagli a pensare che il delisting sarebbe meglio per voi. La resa dei conti sarebbe stata molto più rapida, dato che decadono gli obblighi di comunicazione e vari lacci e lacciuoli. Così l’agonia si allunga di parecchio, ad occhio un annetto.
Beh, direi che non è proprio così: https://www.ilpost.it/2026/10/02/poste-compra-1-per-cento-tim/ . Insomma il delisting continua a essere un’opzione, anche se bisognerà aspettare almeno sei mesi.
Per il resto, premesso che a me la cosa tocca relativamente poco vista la mia età, delisting significa che non c’è necessità di fare un accordo sindacale di armonizzazione, quindi la strada è un po’ più semplice. Non ho idea di quanta gente dovrebbero fare fuori in ogni caso.
Ho letto un articolo sul Sole (che ritengo una fonte attendibile) che diceva espressamente che il delisting era estremamente improbabile. Relata refero.