Albert Werbrouck, morto qualche giorno fa, lo conoscevo. Dopo la laurea in matematica, mentre già lavoravo in Cselt mi sono iscritto a informatica, visto che con sei esami mi sarei potuto prendere una seconda laurea. Uno degli esami che volevo seguire era quello con Werbrouck, che teneva sia il corso di TNA (Tecniche numeriche e analogiche) che quello di TIT (Teoria del’informazione e della trasmissione). Io preferivo fare il secondo, lui spingeva per il primo, e alla fine ci siamo accordati per un programma mezzo e mezzo. Già questo non era banale, ma c’è di più. Lavorando, non mi era banalissimo arrivare negli orari di ricevimento: mi ha così dato appuntamento in pausa pranzo e una volta alle 8 e mezzo del mattino in dipartimento, mentre era in sala macchine a cercare di capire cosa non stava funzionando in un mainframe. L’esame si è tenuto alle 18 di un venerdì a fisica: comincio a parlare, a un certo punto ho citato un teorema sugli autovalori, di cui nel testo non c’era dimostrazione, lui mi ferma e mi fa “visto che lei ha fatto matematica, non è che si ricorda la dimostrazione di questo teorema?” Io rispondo di no, ma che ci potevo provare, e ci siamo messi lì in due a cercare una dimostrazione – alla fine avevamo qualcosa di solo quasi corretto, mi sa.
Werbrouck non era solo un bravo professore: non ho mai trovato nessuno disponibile come lui, e di professori ne ho conosciuti tanti.
Ultimo aggiornamento:: 2026-08-18
Bella la storia del teorema, mi ha ricordato certi miei esami.