C’è un giudice a Monaco

Last Updated on: 2026-06-14

Lo so, dovrei parlare del divieto di esportazione di Claude Fable (e non pensiamo nemmeno a Mythos…) per quelli che ufficialmente sono “motivi di sicurezza”, e magari tra qualche giorno lo farò. Ma credo che la notizia che un tribunale regionale di Monaco di Baviera abbia ritenuto Google responsabile per quanto scritto nei suoi famigerati AI Overview meriti un approfondimento.

Uno dei motivi per cui Internet è diventata così pervasiva è che sia gli USA che l’UE hanno legiferato affermando che gli Internet provider non erano responsabili dei contenuti che veicolavano su Internet (nemmeno per quanto riguarda il copyright…), essendo dei semplici trasportatori di dati. In pratica la Rete è stata equiparata a una rete telefonica: è vero che se qualcuno segnala un contenuto non ammesso il provider deve toglierlo, ma questa è appunto un’operazione che viene fatta a posteriori e non a priori. Google si è sempre appoggiato a un’estensione di questa legislazione per i risultati delle ricerche: la loro linea difensiva è qualcosa del tipo ”noi non guardiamo i risultati delle ricerche che facciamo: prendiamo e pubblichiamo un ritaglio delle pagine trovate, e se qualcuno si lamenta di uno specifico risultato lo togliamo illico et immediate”. Penso che sia chiaro a tutti che questa è una finzione: Google sceglie l’ordine dei risultati della ricerca, e può promuovere o nascondere quello che vuole. Ma quel che è troppo è troppo. Il testo generato da AI Overview è appunto generato, non copiato; e il prodotto è di Google, che quindi deve essere responsabile di quello che fornisce. Come scrive Andrea Monti,

questa sentenza fa giustizia — sperabilmente — di tutti i tentativi di romanticizzare l’intelligenza artificiale attribuendole “coscienza”, “sentimenti” e “vitalità”. Riecheggiando l’approccio statunitense, la corte afferma un principio pragmatico: l’IA è opera di qualcuno, e questo qualcuno paga i danni se l’opera non funziona come dovrebbe.

Notate che il punto non è “l’IA può sbagliare”: quello è sempre stato chiaro. Il punto è che non si può dire “l’errore è colpa dell’IA”, o meglio lo si può dire ma comunque ti devi assumere la responsabilità degli errori della “tua” IA. Nel caso di Google, che stava cercando in modo nemmeno tanto surrettizio di spostare il suo motore di ricerca verso la fornitura di risultati generati dall’IA, la sentenza è un colpo durissimo e posso immaginare la battaglia legale che ne seguirà; ma non è che Anthropic, OpenAI e compagnia bella siano messi così meglio. E non è nemmeno detto che la definizione della responsabilità del fornitore di contenuti IA rimanga limitata all’Unione Europea: questo potrebbe essere un campo in cui anche gli americani potrebbero accodarsi. Il blocco di Claude Fable per i non americani non è direttamente collegato a tutto questo, ma è comunque in un certo senso correlato: è l’azienda che deve verificare cosa offre.

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