La mia carriera di traduttore è monotematica: ho solo tradotto Douglas Hofstadter. Il racconto di come io sia finito in questa avventura è più o meno spiegato nella postfazione all’edizione italiana di Fluid Concepts and Creative Analogies (Concetti fluidi e analogie creative, Adelphi 1996): qui riprendo la storia in maniera un po’ più ampia.
Doug e io
Incontrai per la prima volta Hofstadter nel 1986, quando tenne una conferenza a Torino sugli “ambigrammi”, cioè le parole o frasi scritte in modo tale da potersi leggere in due modi distinti. Al termine del suo intervento, mi presentai e gli raccontai dell’”ambifaccia” Garibaldi/Stalin: la cartolina preparata dalla Democrazia Cristiana per le elezioni del 1948 contro il Fronte Popolare, che usava come simbolo il volto di Garibaldi. Rovesciando la cartolina, il volto di Garibaldi diventava quello di Stalin. Hofstadter si incuriosì, e mi chiese se potevo mandargliene una copia: io qualche anno prima avevo ritagliato l’immagine da un articolo di giornale e gli spedii la fotocopia.
Alcuni anni dopo, quando seppi che sarebbe venuto a Trento per un anno sabbatico, gli riscrissi: con mio sommo stupore si ricordava di me, e ci vedemmo anche un paio di volte, chiacchierando – stavolta in italiano, lui lo parla perfettamente – di scienze cognitive e giochi con le parole. Rimanemmo poi in contatto, anche se non stretto.
“Puoi darci un’occhiata?”
Nel 1995 ricevetti una sua email in cui mi diceva che Adelphi stava traducendo Fluid Concepts and Creative Analogies – che io avevo letto nell’edizione inglese – e gli aveva mandato le prime bozze, che però non lo soddisfacevano molto. Mi chiedeva se avevo voglia di fargli un favore e darci anch’io un’occhiata, e se sì di contattare Filippo Macaluso, editor di Adelphi. Io acconsentii – volete mettere l’orgoglio di essere così considerato? – contattai Macaluso e dopo qualche giorno mi arrivarono via corriere dischetti Word e il malloppo cartaceo della bozza di traduzione.
Leggendola, mi accorsi che era formalmente abbastanza corretta, ma era lontana anni luce dalla prosa quasi colloquiale di Hofstadter; il testo assomigliava più che altro a un manuale universitario. Tanto per fare un esempio, il primo capitolo era stato tutto scritto usando i verbi all’impersonale. Inoltre, molti dei giochi di parole presenti nel testo inglese non erano proprio stati tradotti, e scoprii anche che la versione italiana – che era anche carina… – di uno di essi era stata fatta all’insaputa di Doug; ma questo lo seppi dopo aver fatto una figuraccia complimentandomi con lui per il suggerimento dato per la traduzione…
Cominciò così un lavoro certosino mio e di Macaluso. Lui rivide lo stile, io mi misi invece a rendere lo spirito oltre alla lettera del testo. Spedii a Doug una enorme mole di dubbi con relativa mia traduzione, che ovviamente non ebbe tempo di guardare: alla fine ci organizzammo durante un altro suo soggiorno in Italia e ci limitammo a discutere un gruppo di punti chiave, oltre ad aggiungere qualche gioco che lui apprezzava particolarmente e che io mi ero lasciato sfuggire. Il risultato è stato a mio parere positivo… il libro è perlomeno stato pubblicato!
Come si traduce
Tradurre in generale è un lavoraccio, e non è un caso che i sistemi automatici di traduzione a quel tempo, la fine degli anni ’90, fossero nel migliore dei casi divertenti. Occorre infatti ottenere una versione che porti lo stesso significato dell’originale, e sia allo stesso tempo scorrevole. Non parliamo poi della poesia: forse solo un poeta può tradurre un altro poeta, e ci si può chiedere se abbiamo una traduzione o una nuova poesia. Ora le traduzioni automatiche sono molto migliorate, ma comunque mi accorgo che hanno ancora bisogno di qualche piccola modifica.
Con Hofstadter i problemi sono di tipo diverso: occorre mantenere il rigore del testo – i suoi sono pur sempre testi scientifici! – ma anche la leggerezza dello stile: allo stesso tempo, poi, bisogna lasciare per quanto possibile i giochi di parole, senza che l’ignaro lettore veda che sono stati trapiantati da una lingua all’altra.
Vi assicuro che ci sono stati vari passi su cui mi sono lambiccato per giorni e giorni, prima di trovare un risultato buono, o almeno quasi soddisfacente. In pratica, dovevo capire quanto potevo strapazzare il tessuto della corrispondenza inglese-italiano per trovare una battuta italiana equivalente a quella inglese. Notate la parola magica: non siamo più nel campo “uguale”, che si applica alla lettera, ma a quello “equivalente”, che si applica allo spirito.
In certi casi, mi sono dovuto arrendere e lasciare il testo inglese, come nota a piè di pagina o (meglio) come spiegazione all’interno del testo. Altre volte sono stato più fortunato: per esempio il “Platobet”, alfabeto platonico il cui nome aveva però la proprietà di essere un anagramma degli altri esempi presenti in quel capitolo, è potuto diventare tranquillamente un “Platbeto”.
Sempre in quel capitolo si trova uno dei miei successi. Nell’edizione originale si parlava infatti di un certo “Belpatto” (altro anagramma di Platobet), di iniziali G.E., che era citato in bibliografia con un suo articolo sulla “ipertraduzione”, apparso nella Rivista inesistente di filoscioccosofia (sic); i numeri di pagina dell’articolo andavano tra l’altro all’indietro. Ora, quale poteva essere la versione italiana di una articolo che era in italiano in un testo in inglese? Io mi sono deciso per l’improbabile nome tedesco “Blattöpe”: l’umlaut è una licenza poetica nel doveroso anagramma; le sue iniziali sono rimaste G.E. per la running gag relativa a GEB. L’idea di un tedesco mi è venuta in mente per due motivi. Per prima cosa, se avessi fatto un’operazione di simmetria e avessi usato l’inglese, uno si sarebbe potuto chiedere come mai non c’era una traduzione; inoltre “traduzione” in tedesco si dice “Übersetzung”, e non mi sono lasciato sfuggire la possibilità di inventare lo pseudotedesco “Überübersetzung”, che a mio parere ha una sua intrinseca bellezza – o bruttezza, fate voi.
Parentesi: Nuova Prosa
Per la serie “gli assassini ritornano sul luogo del delitto”, ho fatto un’altra traduzione di un testo di Hofstadter. In questo caso si tratta di un articolo presentato a una conferenza internazionale su Calvino, tenutasi in Danimarca l’anno scorso.
Via amici (Belpoliti) di amici (Bartezzaghi) mi è stato chiesto se avevo voglia di tradurre l’intervento: visto che non era troppo lungo ho pensato che poteva essere una cosa simpatica e mi ci sono messo di buzzo buono.
Devo dire che la traduzione dei microracconti è stata divertente, considerando che avevo il doppio vincolo di fare una traduzione corretta e allo stesso tempo mantenere il numero di caratteri usati nell’originale – e l’inglese è più conciso dell’italiano! Non ce l’ho fatta solo nell’ultimo esempio, dove “Sorry, Tinkerbelle.” è stato allungato di un carattere in “Scusa, Campanellino.”
In altri punti sono dovuto ricorrere invece alle traduzioni letterali a piè di pagina: d’altra parte che senso ha tradurre un sonetto monovocalico sull’Inferno di Dante, quando all’interno dell’articolo c’è un altro sonetto monovocalico di Varaldo già in italiano? Ma la cosa più divertente è stato tradurre il brano in cui Hofstadter spiega che intende scrivere una prefazione alla sua traduzione di La Chamade di Françoise Sagan, perché non voleva rimanere in disparte come fa un traduttore… e come ho cercato di fare io!
Ad ogni modo, il numero 42 di Nuova Prosa contiene la mia traduzione. Wow.
Anelli nell’io
Era il 2007. Piergiorgio Odifreddi aveva convinto il sindaco Walter Veltroni a fare il Festival della Matematica (che purtroppo ha avuto vita breve). Uno degli ospiti della rassegna era Hofstadter che stava per pubblicare I Am a Strange Loop, e colsi l’occasione per scendere a Roma, salutarlo e chiedergli se era interessato ad avere un traduttore. Mi presentai la mattina all’albergo dove dormiva – avevamo preso accordi, mica sono uno stalker! – e mentre aspettavo alla concierge un omino al mio fianco si stava lamentando perché aveva dei problemi nella sua suite. L’omino in questione era John Nash. No, non ho scambiato nessuna parola con lui. Ad ogni modo Doug scese, e mentre faceva colazione mi disse che i diritti del libro erano stati presi da Mondadori, che aveva già un paio di amici bolognesi con cui era in parola, ma avere anche un terzo traduttore non avrebbe fatto certo male. Così qualche tempo dopo finii a Segrate nella sede Mondadori insieme a Francesco Bianchini e Paola Turina, e davanti all’allora editor della sagggistica Mattia de Bernardis nacque il “Traditrio”, raccontato da Doug nell’introduzione all’edizione italiana del libro.
Il lavoro è stato epico: abbiamo fatto cinque bozze, rimettendo mano più volte alla traduzione man mano che ci veniva in mente una soluzione più frizzante per rendere i giochi di parole interni. La traduzione “semplice” era stata solo il primo passo, in cui ci eravamo divisi i capitoli seguendo le nostre inclinazioni; il secondo passo è stato una revisione totale per uniformarci, e poi da lì si è partiti sul serio. Il titolo è stato un’idea di Paola, subito apprezzata da Hofstadter: se lo scrivete “A nelli nelli O” potete notare lo strano anello – la ripetizione di “nelli” – incorniciata da un’alfa e un’omega (con licenza poetica, ma chiedere a Mondadori di usare Ω nel titolo era davvero troppo…)
Superfici ed Essenze
Nel 2013 Hofstadter scrisse con Emmanuel Sander un libro “bilingue”: Surfaces and Essences. Il concetto “bilingue” sta a significare che il libro è stato scritto contemporaneamente nella versione francese e inglese e pubblicato quasi contemporaneamente nelle due lingue. Stavolta i diritti sono stati presi da Codice, e soprattutto Hofstadter aveva messo nel contratto una clausola dove aveva il diritto di scegliere i suoi traduttori; siamo così arrivati io e Francesco, perché Paola era impegnata e ha preferito tirarsi da parte anche se ci ha comunque aiutato molto nella traduzione. Enrico Casadei, l’editor di Codice, ricorda ancora che la prima mail che gli ho scritto aveva la frase “sarà un bagno di sangue”, cosa che in effetti è stata come al solito.
Quando ho detto che il libro è stato scritto contemporaneamente nella versione francese e inglese intendo proprio questo: non è che una delle versioni sia la traduzione dell’altra, ma che entrambe le versioni dicono la stessa cosa in due lingue diverse, seguendo i vincoli impliciti di quelle lingue… e nella più pura tradizione hofstadteriana il testo parla anche di quello, spiegando ad esempio come la scena iniziale in inglese è ambientata in un non meglio specificato aeroporto mentre in francese ci si trova in una non meglio specificata stazione ferroviaria: in questo caso abbiamo un’analogia aeroporto-stazione perché nell’immaginario americano e francese il posto dove si va per cominciare un viaggio è diverso. Cosa è significato tutto questo nella nostra traduzione? Innanzitutto, c’era un piccolo vantaggio: se un esempio in inglese era proprio intraducibile potevamo vedere se l’esempio analogo in francese fosse meno ostico. Qualche volta ce la siamo cavata così. Ma c’era anche un grosso svantaggio: il libro nasce intriso delle culture americana e francese rispettivamente e parla anche di questo. Che diavolo facciamo in italiano? La risposta, in accordo ovviamente con Doug, è stata quella di riscrivere qualche scena pensando a come l’avrebbe scritta lui pensando all’Italia: un falso d’autore, insomma. Non se n’è accorto nessuno nelle recensioni, quindi direi che anche se la superficie è diversa abbiamo colto l’essenza.
In definitiva
Non potrei certo vivere facendo il traduttore: sono troppo lento, e la mia conoscenza dell’inglese, per quanto ampia, è comunque settoriale. Però direi che i risultati sono stati buoni, non trovate?
ultima modifica: 14 maggio 2026