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parole:cifra

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parole:cifra [2012/01/23 11:19] (current)
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 +=====cifra =====
  
 +"​Quella tipa là mi piace una cifra!"​ La frase che ho appena scritto non sarà probabilmente un esempio di bello scrivere, ma è accettabile in italiano: uno dei significati per estensione di **cifra**, se preceduto da un articolo indeterminativo,​ è per l'​appunto "​moltissimo"​. La cosa divertente è che in questo modo il significato originario viene totalmente rovesciato! Ma d'​altra parte si direbbe che la parola voglia davvero dire tutto e il contrario di tutto?
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 +La storia etimologica della parola cifra parte da lontano, per la precisione dal sanscrito, che aveva il termine //shunya// (gli esperti di sanscrito mi scusino per la traslitterazione) che aveva come significato "il vuoto, l'​assenza,​ il nulla, il niente, l'​insignificante,​ la quantità trascurabile"​ e così divento il nome principale per indicare lo zero. Nome principale, perché Georges Ifrah nella sua //​Enciclopedia universale dei numeri// snocciola una serie di sinonimi che venivano usati per varietà nel discorso: un conto era infatti scrivere i numeri, altra cosa pronunciarli per esteso. Così ci sono ben **diciassette** altri termini per lo zero, con significati che variano tra punto, buco, etere, atmosfera, cielo, spazio, firmamento, volta celeste, "​viaggio sull'​acqua",​ "piede di Vishnu",​ zenit, pienezza, totalità, integrità, "​serpente dell'​eternità",​ infinito. Buffo che ci siano parole di significato totalmente opposto, vero? Ma in un certo senso zero e infinito sono due facce della stessa medaglia, e non essendoci bisogno di una cifra "​infinito"​ non si poteva certo fare confusione.
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 +Quando i numeri indiani sono passati agli arabi, loro si sono limitati a traslitterare shunya, ottenendo //sifr// sempre col doppio significato di "​vuoto,​ nulla" e "​numero zero". Il tutto passò agli europei, che a loro volta traslitterarono il termine in latino. Così Fibonacci parlò di //​zephirum//,​ rabbi Ben Ezra (1092-1167) lo chiamò //sifra//, il monaco bizantino Massimo Planude (ca 1260-ca 1305) //​tziphra//,​ e così via. Ma la parola entrò anche nel volgare: nel XIII secolo nel linguaggio popolare una persona priva di valore, quella che insomma noi oggi apostroferemmo come "sei uno zero", era una "cifra di algorisma",​ cioè uno zero nel metodo di scrittura arabico. ​ Tra l'​altro Paulo Ferro mi segnala che anche in Brasile c'è una frase simile: "zero à esquerda",​ cioè "zero a sinistra",​ che significa che una persona vale meno di niente. Sempre in quel periodo, nell'​italiano bolognese si ha la parola "​zifra",​ proprio come pronuncerebbe un bolognese di oggi...
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 +Ma com'è che la parola cifra ha ampliato il suo significato,​ passando dal significare il singolo simbolo 0 all'​essere uno qualunque dei dieci numeri? Sempre secondo Ifrah, la causa di questo slittamento semantico è stata la contrapposizione tra la Chiesa, che osteggiava il metodo arabo perché "​portato dal diavolo"​ e si abbarbicava alle vecchie tecniche di calcolo che erano così complicate da essere appannaggio di una minuscola e facilmente controllabile casta, e il popolo che invece si buttò a pesce sulla novità semplificatrice,​ e che si sarebbe accorto così bene che la facilità d'uso era merito della "​cifra",​ nel senso dello zero, che definì per antonomasia tutto il sistema. Ai dotti non restò che tirare fuori un'​altra parola per il numero 0; riprendendo la traslitterazione fibonacciana,​ si passò da //​zephirum//​ a //zefiro// abbreviato poi in //zero//, che dall'​Italia si sparse per il continente ("​zero"​ in inglese, "​zéro"​ in francese, "​cero"​ in spagnolo dove ricordo che la c si pronuncia come una z sorda...)
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 +Non so, ma a me questa ipotesi non piace più di tanto, non foss'​altro che perché alla fine del XV secolo Vespasiano da Bisticci, che di latino [[http://​it.wikipedia.org/​wiki/​Vespasiano_da_Bisticci|secondo Wikipedia]] ne sapeva pochino, usava "​cifra"​ nel senso di "​codice segreto usato per nascondere il significato di un testo agli estranei",​ il che mi fa pensare che forse non è che il popolo conoscesse così bene le cifre arabe... pur con un'​accezione di "​popolo"​ che non comprendeva certo i contadini. Persino Montaigne, ancora un secolo dopo - siamo intorno al 1575 - scrive «Io non so contare né a gettoni né a penna», quindi né con l'​abaco né facendo le operazioni coi numeri arabi. Ad ogni modo, questo secondo significato di "​cifra"​ è giunto fino ad oggi, anche se in genere si preferisce parlare di "testo cifrato"​ e non di "testo in cifra"​. ​
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 +Ma c'è ancora un terzo significato della parola, attestato per la prima volta nientemeno che nelle opere di Torquato Tasso: quello di "​monogramma,​ abbreviatura,​ sigla"​. In un certo senso, se uno pensa alla scomodità della notazione latina, credo che siamo tutti d'​accordo che le cifre costituiscono un'​abbreviazione. Peccato che da questo significato è derivato quello attuale di "​iniziali che si ricamano sulle camicie o in genere sui capi di vestiario":​ vi assicuro che ancora oggi c'è chi si fa cifrare le camicie, anche se non garantisco lo facciano anche sui fazzoletti. Non trovate buffo che queste "​cifre"​ siano in realtà delle lettere? Diciamocelo:​ "​cifra"​ è una parola saponetta, con un significato che sguscia sempre via da un opposto all'​altro.
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 +I cardinali, intesi come gli alti prelati della chiesa cattolica, sono così comuni in Italia che penso chiunque abbia sentito nominare il termine. Magari però a molti di loro non è mai venuto in mente di scoprire da dove giunga questa parola, e men che meno immaginano che anche i matematici hanno i loro cardinali! ​
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 +L'​origine della parola è latina: //cardus// significa "​appoggio,​ cardine",​ proprio come quelli su cui una porta gira su se stessa. Poi, per un torinese come me, il cardo è la strada principale di un accampamento romano, assieme al decumano che gli è perpendicolare... ma qua andiamo un po' fuori dal seminato. Quello che conta è che "​cardinale"​ sta a significare come senso traslato "​qualcosa di fondamentale":​ i cattolici, oltre ai prìncipi della Chiesa, parlano anche di //virtù cardinali// - prudenza, fortezza, giustizia e temperanza, da non confondersi con fede, speranza e carità che sono virtù //​teologali//​ - mentre i cartografi parlano di //punti cardinali//​.
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 +I matematici sono arrivati molto più tardi a sfruttare il nome: bisogna infatti aspettare la seconda metà del XIX secolo, quando sono iniziati tutti i dibattiti sui fondamenti della matematica e si è iniziato ad osservare piu attentamente i numeri naturali. Ci si è così accorti che da una parte i numeri potevano essere visti nel loro ordine appunto naturale (primo, secondo, terzo...), e hanno chiamato quei numeri ordinali; ma potevano anche essere visti ciascuno per conto proprio, guardando la loro grandezza. In questo caso, probabilmente,​ hanno ritenuto che questo fosse il concetto fondamentale,​ e così nel 1865 è entrato nel linguaggio matematico il termine "​numero cardinale"​. Poi è arrivato Georg Cantor, che ha deciso che i cardinali transfiniti (in parole povere, i numeri "​infiniti"​) erano a loro volta in numero infinito, e quindi i cardinali intesi come numeri si sono espansi più dei cardinali intesi come prelati. Addirittura,​ una volta che i logici si sono fatti prendere la mano, sono nati concetti astrusi come quello dei cardinali //​inaccessibili//,​ che possono esistere ma non si possono definire come limite di altri cardinali; insomma, qualcosa di evanescente,​ anche perché dipende da una serie di assiomi che si vuole accettare come veri. Un bel salto, a partire dal significato iniziale: non trovate?
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parole/cifra.txt · Last modified: 2012/01/23 11:19 by xmau