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note:9788862225571

Stefano Diana, Noi siamo incalcolabili

Punti generali:

  • Linguaggio vivo (arte) vs linguaggio morto (matematica)
  • Metafora del pronto soccorso: non possiamo conoscere nulla del futuro, ogni giorno è diverso
  • I modelli semplificano così tanto (“difalcano gl'impedimenti”) da non avere più alcun contatto con la realtà
  • elenchi piuttosto lunghi di cose, più o meno centrate sul tema: l'importante è riempire la riga di testo.
  • L'integrazione uomo-macchina funziona alla rovescia: siamo noi che ci adeguiamo alle macchine.
  • Modello “dal basso verso l'alto”: le neuroscienze spiegano come noi siamo fatti (ma i Razionalisti sfruttano la cosa per i loro biechi scopi)
  • Il razionalismo tende a vedere il mondo in modo univoco, mentre il cervello umano è progettato per mantenere contemporaneamente ipotesi non coerenti che sono generate da parti diverse.
  • Risposta finale: occorre coltivare l'empatia.

Note specifiche:

pag. 23, paradosso del mucchio: definire una soglia significa semplicemente dire “sopra quel valore si parla di mucchio” (o “sotto quel valore non si parla di mucchio”, a seconda di quello che ci interessa) ma non entrambe le cose. In questi casi il principio del terzo escluso non si applica.

pag. 40 «Mentre in fisica, però, tutti sanno che si tratta di soluzioni stilizzate che non si dànno mai in pratica» - ma figuriamoci se è così. Tutto il mondo semplifica, non solo i fisici.

pag. 67, sui limiti degli algoritmi: qui Diana mi diventa un Razionalista. Il mondo, e persino la matematica applicata al mondo, continuano a girare benissimo anche se non si trova la risposta ottimale a un problema NP-hard: anzi è proprio quello che fanno i vituperati modelli, che semplificano le assunzioni per dare risposte approssimate ma sufficienti. Per un matematico puro è una sconfitta, per uno che vive nel mondo no. (poi lo tira fuori a pagina 111 con il satisfying, sperando che nessuno si accorga che anche quelli sono algoritmi)

pag. 74: «Un razionalista terrorizzato a vedere che nemmeno nel cuore della scienza c'è la certezza»: un Vero Razionalista lo assume come punto di partenza da almeno mezzo secolo, e d'altra parte l'ha detto Diana stesso dieci pagine prima: la perfezione è di casa solo in matematica.

pag. 79, sistema assiomatico: l'ultimo a pensare che gli assiomi sono verità “evidenti di per sé” è stato Kant, a dire il vero…

pag. 80: «Con riga e compasso da queste cinque regole [i postulati] si potevano costruire, cioè dimostrare, tutti i teoremi della geometria euclidea, vale a dire tutte le possibili verità sugli oggetti geometrici». La prima parte è più o meno vera, a seconda della definizione di geometria euclidea: la sceonda falsa. Prendiamo il teorema di Napoleone, sulle trisettrici di un triangolo che formano un triangolo equilatero: è un teorema della geometria euclidea, ma non lo si può dimostrare con riga e compasso, perché le trisettrici in genere non sono costruibili (ed è per questo che non è stato dimostrato se non in età moderna). Il punto è che riga e compasso sono regole del gioco, non parte intrinseca della geometria euclidea.

pag. 80: «Non posso, ad esempio, aggiungere ai postulati di Euclide un sesto che dice che le rette hanno lunghezza *finita* , perché entrerei in conflitto col secondo postulato, e la teoria collasserebbe su se stessa». Nì. Se una “retta” fosse una circonferenza (come in alcuni modelli della geometria riemanniana) essa potrebbe essere prolungata a piacimento, nel senso che non ci sarebbe una fine, ma la sua lunghezza totale sarebbe finita. Insomma, il concetto è corretto, l'esempio no.

pag. 129: «La metafisica a cui è ispirato il test [di Turing] è di ascendenza platonica e illuministica, cioè di schietto stampo razionalista: l'idea che l'intelligenza - indefinibile proprietà di organismi viventi, il cui funzionamento è in gran parte sconosciuto - possa prescindere dal substrato organico di un corpo vivente, disincarnarsi, e tradursi in una serie di funzioni astratte e universali». Vi siete sicuramente accorti che Diana assume come postulato che l'intelligenza è una proprietà degli esseri viventi, vero? Ovvio che poi il suo ragionamento finisce dove vuole lui.

pag. 151: «In questi casi è obbligatorio superare i banali calcoletti settecenteschi di “utilità” […]» A dire il vero, a parte l'ingenuità di Bernoulli (Daniel, mi pare) nel definire l'utilità con il logaritmo del ricavo, il concetto di utilità è proprio quello che esce dalla matematica per arrivare a una definizione personale, e quindi “di linguaggio vivo”.

pag. 171: «[…] non sappiamo il prezzo da pagare per un'innovazione finché non arriva il conto, e questo può succedere chissà come e quando. L'innovazione che crediamo più fantastica potrebbe rivelarsi una fonte di disgrazie dopo decine d'anni o a migliaia di chilometri di distanza, quando gli “innovatori” sono magari già morti e sepolti con tutti gli onori, e ai posteri tocca portarne il grave basto.» Altro che decrescita felice,qui siamo all'immobilismo primievo. Di nuovo, notate il linguaggio usato; non dice di fare attenzione perché non sappiamo tutto quello che potrebbe succedere con un'innovazione. Dice semplicemente che potrebbe succedere, non sappiamo né quando né dove, e quindi lascia intuuto che è meglio evitare.

pag. 188: «il problema deve essere posto alla rovescia». Riduzionismo allo stato puro, che va benissimo come dogma esattamente come va bene il “magico accordo” di tre pagine prima tra nostro intelletto e Ordine dell'universo ma non funziona esattamente come quest'altro. (Nota: Diana non sarebbe d'accordo, perché per lui riduzionismo è definire tutto solo per mezzo di un numero, vedi pag. 246)

pag. 192: il darwinismo però è spiegato correttamente, anche se non ha molto senso forzare la nostra terminologia “dall'alto” per spiegare le cose “dal basso”. Attenzione: i comportamenti emergenti non possono essere spiegati da Diana come simili all'indecidibilità gödeliana (e infatti non lo fa), perché dal suo punto di vista quella è una semplificazione troppo grossolana per avere senso.

pag. 200, neolamarckismo: possibile che qualche biofisico famoso lo accetti, ma qui dobbiamo prendere per buona la parola di Diana.

pag. 218: la distinzione tra persone fisiche e non fisiche ricorda Harari, ma Diana la riprende in maniera completamente diversa: Harari dice che la Renault “esiste” perché noi crediamo in essa, lui che non “esiste” perché è calcolabile e quindi intrinsecamente diversa da noi.

pag. 230: «Se pensiamo chi in Italia oggi un bambino con ritardo psicomotorio è obbligato ad andare alla scuola primareia insieme a tutti gli altri della sua età»: viva le classi differenziali, insomma. (Notate che Diana non ha scritto “è obbligato a fare le stesse cose alla scuola primaria”, cosa che però ormai non si fa più da una vita)

pag. 244: «Il DNA e la sua miica *prova* sono diventati un meme pop, basato su una scienza indubbiamente difficile e tuttavia comprensibile a tutti nelle sue linee essenziali». Peccato che quasi nessuno sappia come calcolare effettivamente le probabilità corrette, nemmeno tra i giudici.

pag. 246: «Quando dati biometrici come i profili genomici sono fatti oggetto di screening e data mining, cioè di elaborazioni software che cercano di individuare gli schemi definiti “negativi” secondo modi e criteri programmati da chissà chi - ricordate i “comportamenti equivoci” della colonia penale?». Che c'entrano i “comportamenti equivoci” che per definizione non sono quantificabili con gli schemi negativi misurati dal software?

pag. 259: «i frame sono strumenti ideali di illusionismo perché manipolandoli si possono controllare gli altri per dare una direzione voluta al discorso senza che essi se ne accorgano». Concordo pienamente (anche sulla frase precedente secondo cui i frame appiattiscono la realtà rendendola monodimensionale), e in effetti il libro ne è un esempio.

note/9788862225571.txt · Last modified: 2019/10/20 17:22 by xmau