Eh sì, ci hai ragione tu

Stamattina, mentre pedalavo sulla pseudociclabile di viale Marche per andare in ufficio, sono stato malamente apostrofato da uno in scooter perché non stavo sufficientemente a destra per farlo passare (ovviamente sulla pseudociclabile, altro spazio non ce n’era)
Possibile che non ci sia nessun candidato sindaco che pensi di proporre di installare telecamere per sanzionare chi passa su quelle ciclabili senza averne il diritto? Io lo voterei subito, foss’anche di CasaPound.

Infortuni in itinere e biciclette

Forse non tutti sanno che in alcuni casi l’Inail riconosce come infortuni sul lavoro anche quelli sulla strada casa-lavoro. In realtà la tipologia è piuttosto complessa: l’articolo 210 del d.p.R. 30 giugno 1965, n. 1124, recita infatti «Salvo il caso di interruzione o deviazione del tutto indipendenti dal lavoro o, comunque, non necessitate, l’assicurazione comprende gli infortuni occorsi alle persone assicurate durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro, durante il normale percorso che collega due luoghi di lavoro se il lavoratore ha più rapporti di lavoro e, qualora non sia presente un servizio di mensa aziendale, durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello di consumazione abituale dei pasti. L’interruzione e la deviazione si intendono necessitate quando sono dovute a cause di forza maggiore, ad esigenze essenziali ed improrogabili o all’adempimento di obblighi penalmente rilevanti. L’assicurazione opera anche nel caso di utilizzo del mezzo di trasporto privato, purché necessitato. Restano, in questo caso, esclusi gli infortuni direttamente cagionati dall’abuso di alcolici e di psicofarmaci o dall’uso non terapeutico di stupefacenti ed allucinogeni; l’assicurazione, inoltre, non opera nei confronti del conducente sprovvisto della prescritta abilitazione di guida.» Notate il termine “necessitato” che immagino significhi “per necessità”: in pratica, se io prendo la mia auto per andare da casa al lavoro e ho un incidente, questo non è considerato “sul lavoro” a meno che io non riesca a dimostrare che non potevo andare a piedi o coi mezzi pubblici.

Bene: la Legge 28 dicembre 2015, n. 221 “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali” ha aggiunto la seguente frase: «L’uso del velocipede, come definito ai sensi dell’art.50 d.lgs.30 aprile 1992, n.285 e successive modificazioni deve intendersi sempre necessitato.» Quindi da quest’anno se io fossi investito – faccio le corna – mentre sto andando in ufficio o sto tornando a casa con la mia bici non dovrei dimostrare che non potevo fare a meno della bici, e la situazione sarebbe la stessa che se fossi investito – rifaccio le corna – mentre sto andando o tornando dall’ufficio con il BikeMi (che è un mezzo pubblico). Dite nulla…

Se vi interessa, trovate più informazioni sul sito Inail.

Blackout BikeMi

Premessa: martedì pomeriggio ho beccato con la mia bici una buca in piazza Oberdan (buca attaccata ai binari dismessi da cinquant’anni, tanto per dire come le cose sono fatte bene). Per una volta non ho rotto nessun raggio, anche perché l’anno scorso mi ero rotto e avevo cambiato ruota prendendone una con i raggi seri: però la ruota si è un po’ svirgolata e quindi ieri pomeriggio ho lasciato la bici dal ciclista. Tanto ho il BikeMi, ho pensato.

Stamattina lascio i bimbi a scuola. Vedo che la stazione di Maciachini non ha bici, dico “vabbè, vado verso Stelvio/Farini e la prendo là”. Arrivo, le bici ci sono ma la stazione è fuori servizio. Proseguo allora verso Lagosta: arrivo, le bici ci sono ma la stazione è fuori servizio. Continuo la mia camminata a buon passo verso Gioia: una delle due stazioni era addirittura spenta, mentre attraverso la strada uno mi chiede se quella da cui ero appena passato funzionava, perché l’altra era scassata. Arrivo a San Gioachimo, e c’è un addetto della ClearChannel che mi dice che c’è stato un blocco in tutta Milano. Il tipo aveva sbloccato la stazione, mi ha fatto prendere una bici e si è segnato il numero.

Certo che sono stato sfigato…

Niente più biglietti chilometrici

Io ero convinto non ci fossero più da una vita, visto che non riuscivo più a trovarli: ma non è così a quanto pare, e la fine ufficiale dei biglietti chilometrici avverrà la prossima settimana, leggo su Repubblica. E perché Trenitalia non li emette più? I motivi ufficiali riportati dall’articolo sono questi: «Non avendo indicazioni di linea e orari, vengono spesso utilizzati per tratte superiori alla fascia chilometrica acquistata, oppure, in caso di brevi tragitti, vengono comprati ma non obliterati come accade per esempio in Toscana, sulla Firenze-Lucca-Viareggio, nelle corse utilizzate soprattutto dagli studenti.» Non ci vuole una grande scienza per accorgersi che questa, anche se non virgolettata, è la versione di un’azienda che fa anche molta pubblicità sui quotidiani. Un biglietto chilometrico, se timbrato, è evidentemente identico a uno con la tratta indicata: quindi se passasse un controllore si accorgerebbe lo stesso che l’utente sta viaggiando a sbafo. E visto che – Trenitalia dicet – si può acquistare un biglietto con validità due mesi non è che la spesa dell’ipotetico pendolare che non fa nessun abbonamento e tiene un biglietto in tasca e cerca di suscitare pietà nell’ipotetico controllore aumenterebbe più di tanto.
Insomma io non riesco a capire perché posso tenermi in tasca i biglietti della metropolitana ma non un biglietto chilometrico ferroviario. Immagino che a Trenitalia ci riescano meglio, però.

Ciclista dato alla fuga

Ieri sera mentre pedalavo verso casa mi sono trovato tutto viale Zara bloccato dalla circonvallazione fino a viale Marche. Anna, che stava riportando i bimbi a casa dal corso di ginnastica artistica, ci ha messo tre quarti d’ora a fare sì e no due chilometri. Il motivo? L’incidente di cui parla Repubblica, incidente che è avvenuto a tre chilometri buoni da dove ci troviamo e un’ora e mezzo prima che io passassi ma ha bloccato tutta la parte nord-ovest della città.

Tralasciamo le considerazioni su una struttura viaria che per un singolo incidente porta a tali problemi, e concentriamoci sul testo che accompagna le immagini. Cito verbatim (tranne il grassetto che è mio): « E’ successo intorno alle 16.30, […] A quanto pare, una moto si è scontrata con un’auto che sembra abbia frenato all’improvviso per evitare un ciclista. Ciclista che si è dato alla fuga e non è stato possibile per la polizia locale rintracciare. » Ora aggiungiamo un po’ di fatti, soprattutto per i non milanesi.

Il cavalcavia Bacula (non “il ponte della Ghisolfa”) è un punto in cui le due corsie della sopraelevata e le due corsie più la preferenziale di viale Monteceneri confluiscono e si riducono a due corsie in tutto, con il bonus che il filobus si deve spostare da destra a sinistra per finire sulla preferenziale successiva. Inoltre è una via quasi obbligata per passare dal quadrante ovest a quello nord di Milano, oltrepassando il nodo ferroviario di Nord e RFI. Risultato finale: un casino tremendo. Per dire, è uno dei rarissimi posti in cui persino io, se sono costretto a passarci in bicicletta, salgo sul marciapiede (sperando non ci siano pedoni, sennò non mi passa più comunque…). Alle 16:30 il traffico non è ancora tale da fare un ingorgo di suo per la semplice strozzatura, e quindi qualcuno che pensa di infilarsi in uno spiraglio lo trovi sempre. Anche in questi giorni in cui il tramonto è prestissimo a quell’ora c’è ancora luce: quindi il famigerato ciclista doveva essere visibile anche se era uno di quelli che ama girare senza luci e con un cappotto nero. In quel punto poi non c’è nessun motivo per un ciclista di spostarsi di corsia (dove dovrebbe andare?), quindi comincerei a chiedermi che facessero automobilista e motociclista per dover inchiodare.

Ma il vero punto è un altro: il ciclista “non si è dato alla fuga”. L’incidente per definizione è stato dietro di lui. Io vi posso garantire che se sento un TUMP! dietro di me non mi fermo e continuo tranquillamente per la mia strada, che io sia a piedi, in bicicletta o in auto. Però evidentemente il redattore di Repubblica ha le sue idee. Semplice, no?

No more Twist

In questo momento la homepage di Twist ha un testo che afferma

Gentili Clienti,
Vi informiamo, con grande dispiacere, che, con effetto immediato ci vediamo costretti
a sospendere momentaneamente il nostro servizio di car sharing.

(bla, bla, bla… «e contiamo di comunicarVi al più presto la riattivazione del servizio». Improbabile, secondo me, ma auguro loro in bocca al lupo)

Io ho una tessera Twist che non ho mai usato (come ho una tessera Enjoy che non ho mai usato: di per sé almeno una volta dovrei provarci, giusto perché io possa usare il car sharing in caso di emergenza). Insomma, non è che la “momentanea” chiusura del servizio mi infastidisca più di tanto. Quello che però mi infastidisce è che io ho saputo di questa cosa da un Post-it del Post. Considerando tutta la pubblicità che mi hanno mandato è chiaro che loro hanno la mia email. Cosa costava avvisare con un messaggio, anche inviato da un account aziendale ma “non monitorato”? Non sarebbe stato più corretto nei confronti degli utenti?

tutto bloccato o memoria corta?

Oggi c’è uno sciopero di otto ore del trasporto ferroviario milanese. Chi non è di Milano probabilmente non sa che per tutti i sei mesi di Expo l’allora prefetto Tronca ha continuato a precettare gli autoferrotranvieri che volevano scioperare, per evitare disagi all’esposizione universale. Passata la festa, gabbato lo prefetto, che tanto ora è a Roma come commissario e immagino precettatore di autoferrotranvieri locali causa giubileo, ma questo è un altro problema.

Leggo su Repubblica il titolo “Milano, lo sciopero blocca tutto: raffica di soppressioni. Infuriati i pendolari: ‘Disagi inauditi'”, e raccontano di treni soppressi anche se viaggiavano nelle fasce protette. Io non conosco la percentuale di lavoratori che ha scioperato, ma essendo abituato a sentire gli annunci di treni soppressi per una qualunque ragione le rare volte in cui prendo il passante, e tenendo anche conto di questi sei mesi di pacchia con il 30% di corse in più rispetto all’orario standard sarei pronto a scommettere che lo sciopero avrà avuto un’adesione piuttosto alta ma non poi così diversa da quelli dell’anno scorso. Solo che la memoria di tutti (anche la mia…) è sempre corta.

Sembra facile timbrare un biglietto

Ieri dovevo fare un po’ di viaggi, compreso il tratto Repubblica-Porta Venezia, e visto il meteo mi sono preso un biglietto giornaliero. Al mattino faccio il cambio a Repubblica e timbro il biglietto sul passante: tutto ok. Alle 13:30 arrivo a Porta Venezia (lato VIII novembre): l’unica timbratrice che accetta i biglietti elettronici aveva sul display l’indicazione “Solo tessere”, quindi entro dal passaggio sempre aperto. Arrivo a Repubblica, ritimbro il biglietto lato metropolitana. Alle 14:30 sono di nuovo a Repubblica, faccio passare il biglietto sul passante e me lo sputa dicendo “Biglietto già convalidato” (tecnicamente corretto, ma a me avevano detto che il procedimento corretto consiste nel timbrare ogni volta). Vabbè, un passaggio aperto c’è comunque: entro e prendo il passante. Alle 17:30 riprendo il treno a Porta Venezia, senza nemmeno controllare se per puro caso avessero riparato la timbratrice, e vado fino a Porta Garibaldi. Arrivo, timbro il biglietto per uscire e mi dice qualcosa tipo “Senso errato”. Lì a fianco c’era un addetto Trenord che probabilmente stava multando una persona: in un momento in cui si era fermato gli mostro il biglietto e cerco di spiegargli la situazione, lui manco mi guarda e mi dice “l’ultimo tornello” (che effettivamente era ad accesso libero).

Non è che ci sia qualcosa che non funziona?