Free floating bike sharing

Il titolo di questo post batte ogni record, visto che non ha una parola in italiano. In pratica significa “condivisione di biciclette a flusso libero”, un po’ come capita oggi con il car sharing (sempre inglese è…) dove non devi lasciare il mezzo in un posto specifico dopo che l’hai usato. A quanto pare, il comune di Milano ha lanciato un bando, più o meno scopiazzato da quello che aveva fatto a fine maggio il comune di Firenze.
Ora voglio vedervi a pedalare con una bicicletta di 30 kg (limite massimo indicato nel bando), ma soprattutto voglio vedervi ad avere ancora non si sa quante app sul telefono – la bicicletta si sbloccherà solo così – e fare una serie di micropagamenti a non si sa quante aziende che decideranno di offrire il servizio, tralasciando il discorso che vediamo già con le automobili della transumanza. Insomma, siamo sicuri che sia così una buona idea?

Fast ma non troppo

Leggo sul Post che vista la soppressione dei Frecciabianca da Torino a Milano la regione Piemonte ha pagato Trenitalia per avere due coppie di treni Fast, annunciando che «i due nuovi treni veloci permetteranno di coprire la tratta Torino Porta Susa-Rho Fiera in un’ora e venti». Bella frase, vero?

Cominciamo a notare come non si parli di Torino Porta Nuova-Milano Centrale (o Garibaldi, che tra l’altro fa risparmiare cinque minuti), ma di Porta Susa-Rho Fiera. Se guardiamo il tragitto complessivo Porta Nuova-Garibaldi, questo viene percorso in un’ora e 45 (un’ora e 43 per il secondo treno, ma il primo che rientra da Milano ci mette due ore nette se per questo). Cosa c’è di veloce? il nome “Fast” e il fatto che si chiamino “regionali veloci“, con un tipico esempio di doublespeak, visto che la velocità è dovuta al fatto che fanno meno fermate. Per la cronaca, oggi i regionali veloci Porta Nuova-Centrale ci mettono un’ora e 52 minuti. Ah: detto tra noi i Frecciabianca Torino-Milano erano una presa per i fondelli, visto che ci mettono un’ora e 40 ma hanno una tariffa base di 26 euro per il tragitto, contro i 32 dei Frecciarossa che però fanno risparmiare 40 minuti e i 12,45 dei regionali veloci attuali che ci mettono 12 minuti in più. Semplice, vero?

Share’NGo e i suoi utenti

sharengo Quella che vedete qui a fianco è una macchina Share’NGo parcheggiata oggi alle 13:45 in piazza Principessa Clotilde a Milano. Esattamente sopra il passaggio pedonale. (Sì, si vede la targa. Tanto non è un’autovettura privata, quindi la privacy non conta un tubo).

È ben noto a chi abita in una città con un servizio di car sharing che gli utenti spesso lasciano l’auto dove gli pare, con la storia che tanto non gli arriverà mai una multa. Ma il modello di Share’NGo, almeno da quello che mi era parso di capire – non sono iscritto e al volo sul sito ho solo trovato FAQ, mentre questa mia domanda non sembra frequente – nasce anche pensando all’ambiente. Bene, perché non è possibile che nelle condizioni di servizio ci sia la possibilità di multare l’utente a cui evidentemente dell’ambiente non può importare di meno?

(Invio questo post anche a Share’NGo, naturalmente, perché sennò il tutto è inutile)

Aggiornamento: sono passato da piazza Principessa Clotilde alle 17:30 per tornare a casa e l’auto era ancora là. Non che la cosa dica molto, essendo una macchina condivisa…

Correlazioni

Oggi pomeriggio, mentre pedalavo verso casa, sono passato dal cavalcavia Bussa. C’erano tre auto parcheggiate sul marciapiede. Riuscite a indovinare quali erano le loro marche?

(che poi mi dicono che sono monomaniaco… Ma non è colpa mia!)

Eh sì, ci hai ragione tu

Stamattina, mentre pedalavo sulla pseudociclabile di viale Marche per andare in ufficio, sono stato malamente apostrofato da uno in scooter perché non stavo sufficientemente a destra per farlo passare (ovviamente sulla pseudociclabile, altro spazio non ce n’era)
Possibile che non ci sia nessun candidato sindaco che pensi di proporre di installare telecamere per sanzionare chi passa su quelle ciclabili senza averne il diritto? Io lo voterei subito, foss’anche di CasaPound.

Infortuni in itinere e biciclette

Forse non tutti sanno che in alcuni casi l’Inail riconosce come infortuni sul lavoro anche quelli sulla strada casa-lavoro. In realtà la tipologia è piuttosto complessa: l’articolo 210 del d.p.R. 30 giugno 1965, n. 1124, recita infatti «Salvo il caso di interruzione o deviazione del tutto indipendenti dal lavoro o, comunque, non necessitate, l’assicurazione comprende gli infortuni occorsi alle persone assicurate durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro, durante il normale percorso che collega due luoghi di lavoro se il lavoratore ha più rapporti di lavoro e, qualora non sia presente un servizio di mensa aziendale, durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello di consumazione abituale dei pasti. L’interruzione e la deviazione si intendono necessitate quando sono dovute a cause di forza maggiore, ad esigenze essenziali ed improrogabili o all’adempimento di obblighi penalmente rilevanti. L’assicurazione opera anche nel caso di utilizzo del mezzo di trasporto privato, purché necessitato. Restano, in questo caso, esclusi gli infortuni direttamente cagionati dall’abuso di alcolici e di psicofarmaci o dall’uso non terapeutico di stupefacenti ed allucinogeni; l’assicurazione, inoltre, non opera nei confronti del conducente sprovvisto della prescritta abilitazione di guida.» Notate il termine “necessitato” che immagino significhi “per necessità”: in pratica, se io prendo la mia auto per andare da casa al lavoro e ho un incidente, questo non è considerato “sul lavoro” a meno che io non riesca a dimostrare che non potevo andare a piedi o coi mezzi pubblici.

Bene: la Legge 28 dicembre 2015, n. 221 “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali” ha aggiunto la seguente frase: «L’uso del velocipede, come definito ai sensi dell’art.50 d.lgs.30 aprile 1992, n.285 e successive modificazioni deve intendersi sempre necessitato.» Quindi da quest’anno se io fossi investito – faccio le corna – mentre sto andando in ufficio o sto tornando a casa con la mia bici non dovrei dimostrare che non potevo fare a meno della bici, e la situazione sarebbe la stessa che se fossi investito – rifaccio le corna – mentre sto andando o tornando dall’ufficio con il BikeMi (che è un mezzo pubblico). Dite nulla…

Se vi interessa, trovate più informazioni sul sito Inail.

Blackout BikeMi

Premessa: martedì pomeriggio ho beccato con la mia bici una buca in piazza Oberdan (buca attaccata ai binari dismessi da cinquant’anni, tanto per dire come le cose sono fatte bene). Per una volta non ho rotto nessun raggio, anche perché l’anno scorso mi ero rotto e avevo cambiato ruota prendendone una con i raggi seri: però la ruota si è un po’ svirgolata e quindi ieri pomeriggio ho lasciato la bici dal ciclista. Tanto ho il BikeMi, ho pensato.

Stamattina lascio i bimbi a scuola. Vedo che la stazione di Maciachini non ha bici, dico “vabbè, vado verso Stelvio/Farini e la prendo là”. Arrivo, le bici ci sono ma la stazione è fuori servizio. Proseguo allora verso Lagosta: arrivo, le bici ci sono ma la stazione è fuori servizio. Continuo la mia camminata a buon passo verso Gioia: una delle due stazioni era addirittura spenta, mentre attraverso la strada uno mi chiede se quella da cui ero appena passato funzionava, perché l’altra era scassata. Arrivo a San Gioachimo, e c’è un addetto della ClearChannel che mi dice che c’è stato un blocco in tutta Milano. Il tipo aveva sbloccato la stazione, mi ha fatto prendere una bici e si è segnato il numero.

Certo che sono stato sfigato…

Niente più biglietti chilometrici

Io ero convinto non ci fossero più da una vita, visto che non riuscivo più a trovarli: ma non è così a quanto pare, e la fine ufficiale dei biglietti chilometrici avverrà la prossima settimana, leggo su Repubblica. E perché Trenitalia non li emette più? I motivi ufficiali riportati dall’articolo sono questi: «Non avendo indicazioni di linea e orari, vengono spesso utilizzati per tratte superiori alla fascia chilometrica acquistata, oppure, in caso di brevi tragitti, vengono comprati ma non obliterati come accade per esempio in Toscana, sulla Firenze-Lucca-Viareggio, nelle corse utilizzate soprattutto dagli studenti.» Non ci vuole una grande scienza per accorgersi che questa, anche se non virgolettata, è la versione di un’azienda che fa anche molta pubblicità sui quotidiani. Un biglietto chilometrico, se timbrato, è evidentemente identico a uno con la tratta indicata: quindi se passasse un controllore si accorgerebbe lo stesso che l’utente sta viaggiando a sbafo. E visto che – Trenitalia dicet – si può acquistare un biglietto con validità due mesi non è che la spesa dell’ipotetico pendolare che non fa nessun abbonamento e tiene un biglietto in tasca e cerca di suscitare pietà nell’ipotetico controllore aumenterebbe più di tanto.
Insomma io non riesco a capire perché posso tenermi in tasca i biglietti della metropolitana ma non un biglietto chilometrico ferroviario. Immagino che a Trenitalia ci riescano meglio, però.