Tempi postali

Il 17 novembre scorso, mentre ero a casa perché Jacopo non stava bene, un postino ha deciso di non suonare il nostro citofono per consegnare una raccomandata ad Anna. Nel pomeriggio ho scritto un reclamo alle Poste, reclamo che la sera stessa del 17 ha generato una risposta automatica di ricezione: «desideriamo informarLa che la sua richiesta è in gestione alla funzione competente per la risoluzione della stessa. Sarà presto ricontattato dalle nostre strutture per le comunicazioni del ticket»

La risposta (ovviamente interlocutoria)

con riferimento alla Sua richiesta, La informiamo che il Suo reclamo è stato inoltrato agli uffici e alle strutture territoriali competenti, affinché provvedano a verificare e risolvere le anomalie da Lei lamentate.

La ringraziamo per la Sua segnalazione in quanto ci offre l’opportunità di conoscere eventuali criticità e di porre in essere azioni mirate a migliorare la qualità dei nostri servizi e a renderli sempre più vicini alle aspettative dei clienti.

mi è arrivata per email ieri mattina. Non c’è molto da aggiungere.

Una storia italo-franco-israeliana

Io, assieme a quasi trentamila altre persone, sono in contratto di solidarietà da due anni. (In realtà in tutto sono sei anni, ma non sottilizziamo). Stiamo a casa due giorni al mese, nei quali siamo pagati come se fossimo in cassa integrazione straordinaria, il che significa molto poco: le percentuali che vedete scritte sui giornali riguardano gli operai ai livelli più bassi, ed essendo la somma uguale per tutti potete immaginare cosa significhi anche solo per un impiegato.

L’accordo di due anni fa prevedeva la possibilità di un terzo anno di solidarietà, previo accordo tra azienda e sindacato. All’inizio della settimana c’è stato un incontro tra la Triplice (che in queste settimane si è miracolosamente compattata) e l’amministratore delegato. Quest’ultimo ha detto che siamo una squadra fortissimi, ma che per continuare a esserlo bisogna fare anche il terz’anno di solidarietà, al che i sindacalisti hanno detto che non capivano come con tutti i risultati positivi tanto decantati ci fosse ancora bisogno di solidarietà, e che comunque se ne sarebbe parlato giovedì nell’incontro con Relazioni Industriali. (Io mi chiedo anche come abbiano fatto ad accedere alla solidarietà, ma questa è un’altra storia). Oggi l’azienda comunica che l’incontro di domani è annullato (rectius: “sospeso”. Le parole contano molto in questi contesti), che sospende anche l’articolo 4 della legge Fornero (l’isopensione) e in mancanza di un’intesa successiva metterà in discussione anche l’una tantum / prestito erogato. Qua occorrono forse due parole di spiegazione. L’isopensione è un prepensionamento pagato dall’azienda, che versa stipendio e contributi: uno si chiede perché un’azienda dovrebbe farlo, e quello che si è sempre saputo in via ufficiosa è che la solidarietà nasceva per far pagare a noi lavoratori meno vecchi i soldi da dare a quelli più vecchi. Quanto all’una tantum, negli accordi di solidarietà c’era scritto in maniera contorta (per aggirare la legge) che se alla fine del periodo di solidarietà fossero stati raggiunti certi livelli non formalmente definiti di produttività allora l’azienda avrebbe elargito a chi era sopravvissuto un’una tantum equivalente alla differenza tra quanto dato dall’Inps nelle giornate di solidarietà e il 60% dello stipendio, come nelle solidarietà precedenti. Addirittura permetteva ai lavoratori di chiedere un prestito aziendale a tasso zero per questa differenza, che sarebbe stato rimborsato alla fine della solidarietà… con i soldi dell’una tantum.

Che conclusioni trarre da questa storia? Nessuna che non si sapesse già. Io non avevo certo chiesto il prestito, conoscendo i miei polli, e ieri avevo scritto al mio sindacalista dopo la notizia dell’incontro con l’AD dicendo “quindi non ci daranno l’una tantum, giusto?”. Dopo tutti questi anni conosco fin troppo bene la mia azienda, tanto che sto per comprare coi miei soldi una SODIMM per aumentare la memoria al mio PC aziendale che è sempre in swap; tanto è impossibile fare un ordine di qualche decina di euro, e non ce la faccio a reggere attese sempre più lunghe. Amen.

Ho uno stalker?

Ieri pomeriggio su una delle caselle email che non uso più è arrivato un messaggio dal titolo Il tredueotto …unocinquecinque è ancora il tuo numero? e testo

Buonasera Maurizio,
ho provato a chiamarti al 328.xxxx155 ma mi dice che il numero è inesistente.
Ho pensato di scriverti una mail, ma avrei bisogno di parlarti.
Dove posso farlo senza disturbarti?
Saluti Giulio

Quel numero (qui oscurato, ma era corretto) è stato effettivamente mio fino a una quindicina di anni fa. Immagino che l’unico posto in cui sia ancora presente è qualche record di registrazione dominio, dove mi sono guardato bene dal cambiarlo come non ho cambiato il mio indirizzo cartaceo (tanto c’è il technical contact, se hanno bisogno di qualcosa).

Facendo un po’ di conti, potrei fare un’ipotesi su chi è stato a scrivere quella mail, vista una chiamata che è arrivata al mio numero attuale per una cosa riguardo a Wikipedia dove io non posso fare nulla (e tanto meno posso farla se mi arrivano richieste fuori da Wikipedia, per ovvie ragioni di trasparenza: messaggi esterni sono alterazione di consenso nel gergo wikipediano). Se poi vi chiedete come sia arrivato al mio telefono, la risposta è stata “chiamando la casa editrice e dicendo che voleva intervistarmi”. (La persona in questione non si chiama Giulio, però). Se non è così, mi sa che devo cominciare a preoccuparmi.

Oggi parlo tanto

Oggi pomeriggio sono a Linecheck a parlare della liberalizzazione degli archivi musicali. Linecheck dev’essere una cosa bella grossa, visto il programma completo: io naturalmente parlerò dal punto di vista di Wikipedia in generale e Wikimedia Italia in particolare.

Non pago di questo momento di popolarità, sto per registrare un’intervista a Rete Due della Radiotelevisione Svizzera Italiana, sempre con il cappellino WMI, a riguardo della proposta americana di eliminare la neutralità della rete. L’intervista si dovrebbe sentire nella rubrica “Attualità culturale” tra le 17 e le 18. Quante cose bisogna imparare nella vita!

i coupon di Payback

L’altro giorno mi è arrivata una lettera con un certo numero di coupon per il programma Payback, uno di quelli per cui tu cedi i tuoi dati personali per avere qualche misero sconto. Tra i coupon ce n’era uno per fare benzina alla Esso: sono in riserva, quindi ho pensato di farlo. I risultati qui sotto.
(a) Il coupon deve essere attivato sul sito.
(b) Sul sito entri con il numero di carta.
(c) Una volta entrato, scopri che mancano alcuni coupon perché non hai dato il consenso a non si sa bene cosa.
(d) Per dare il consenso, sia pur minimale, occorre inserire il pin,
(e) Se non ti ricordi il pin, puoi chiedere che ti si invii una email (che non ho ben capito perché è finita ad Anna e non a me)
(f) Una volta cercato di rimettere il pin e avere scoperto di non poterlo fare perché era uguale a quello vecchio – sono un tipo prevedibile, è chiaro – sblocco finalmente i coupon nascosti.
(g) Continua a non esserci il coupon Esso.

A questo punto controllo meglio il coupon cartaceo, e vedo che il numero della tessera che è indicato non è quello della tessera che ho in mano io. Il punto è che nella schermata dei miei dati la tessera corrispondente è associata a quella con cui sono entrato, quindi dal loro punto di vista dovrebbe essere tutta la stessa cosa.

Alla fine ho fatto benzina al solito TotalErg (finché non cambierà nome e diventerà IP 🙂 )

Una confessione

Io non ho affatto idea di chi sia Kevin Spacey. Non guardando la tv (o Netflix) né andando al cinema, per me è un essere alieno. Quindi tutta questa damnatio memoriae mi lascia perplesso.