I misteri di Android

Il mio Sony Xperia Z2 tipicamente non consuma tantissimo, almeno con il mio uso: posso caricarlo una volta ogni due giorni. La scorsa settimana, però, mentre ero in montagna il livello della batteria ha iniziato a scendere di brutto. D’accordo, lo usavo di più: ma non fino a quel punto, e comunque l’app che consumava di gran lunga di più era Google Play Services. Ho tolto la ricerca wifi (che tanto non avrebbe dato risultati) e l’ubicazione: niente da fare. Ho chiuso tutte le app, spento il telefono, aspettato mezz’ora, riacceso: niente da fare. Domenica, tornato a casa e rimesso il wifi, tolgo l’accesso ai dati. Miracolo: il consumo anomalo della batteria si blocca. Anche rimettendo l’accesso dati il telefono è tornato normale: per dire, ancora ieri pomeriggio, a trenta ore dall’ultima carica, la batteria è all’80% e l’app che ha consumato di più è “Cellulare in standby” 🙂

Cosa può essere successo?

Hard disk miracolato?

Un hard disk si deteriora. L’unica speranza è che lo faccia abbastanza lentamente, e che l’utente si sia fatto un po’ di backup (su un altro hard disk, il che ci fa tornare al punto di partenza). L’hard disk del mio PC si è improvvisamente rovinato a febbraio, e il punteggio datogli da Hard Disk Sentinel è sceso da 100 a 66 praticamente di colpo. Nulla di trascendentale, mi diceva che c’erano 56 “settori deboli”, ma tant’è.
Il fatto è che ad aprile il punteggio è risalito a 71, perché i settori deboli sono scesi a 48. La domanda sorge spontanea: come ha fatto? (La seconda domanda a dire il vero è “come cavolo faccio a bloccare quei settori?”)

La logica Windows

Ieri pomeriggio improvvisamente non funzionava più l’audio dalle cuffie del pc dell’ufficio (Windows 7). Entro nella configurazione, provo a disabilitare esplicitamente l’audio: risultato, non mi vedeva proprio più le cuffie. Anche il Device manager, quando gli dicevo di fare uno scan per nuovo hardware, non trovava nulla. Vabbè, stamattina mi sono accinto a compiere l’operazione di manutenzione di base: far ripartire il PC. Risultato: nulla, anzi meno di nulla: non solo non vedeva le cuffie, ma non si accorgeva nemmeno che inserivo il jack, e gli altoparlanti continuavano allegramente ad altoparlare.

Come sono riuscito a risolvere il problema? Non ci crederete. Ho disabilitato anche gli altoparlanti. A questo punto Windows si è accorto che qualcosa non funzionava, perché non c’era più nessun tipo di audio; si è allora messo a ricaricare i driver, e ha trovato anche quello per le cuffie. Un preclaro esempio di interfaccia utente chiara, logica e funzionale.

nuovi CAPTCHA invisibili: un vero vantaggio?

Scrive ArsTechnica che all’inizio di marzo Google ha lanciato un nuovo tipo di CAPTCHA. L’acronimo, se mai ve lo foste chiesti, sta per (“Completely Automated Public Turing test to tell Computers and Humans Apart”, cioè “Test di Turing completamente automatizzato per distinguere tra umani e computer”); i CAPTCHA sono quelle immagini “dimostra che non sei un robot” in cui bisogna indovinare quello che c’è scritto. Google è stata una pioniera nel campo, sfruttandoli prima per farci riconoscere le parole dei libri digitalizzati di cui il suo OCR non riusciva a cavare un ragno dal buco e poi per farci leggere le parole e i numeri che non riusciva a riconoscere automaticamente e quindi taggare nel suo Google Street Map, guadagnandoci così due volte. Ora però si direbbe che tutto questo non le serve più: con il suo nuovo reCAPTCHA (“tosto per i robot, facile per gli umani”) afferma che nella maggior parte dei casi riesce a distinguere le intelligenze naturali da quelle artificiali senza chiederci nulla, e quindi semplificandoci la vita.

Tutto bellissimo, ma c’è un problema. Come potete leggere per esempio in questo commento di Slashdot, quello che probabilmente fa Google è tracciarti come utente (usando la tua CPU con l’esecuzione di codice javascript ma questo è l’ultimo dei problemi, oppure per mezzo di una serie di cookie) e quindi chi sceglie di navigare anonimamente oppure cancellare i cookie alla fine di ogni sessione sarà preso per un robot e si troverà tutti i reCAPTCHA se non ancora di più – in fin dei conti quell’utente sarà schedato come cattivo. Certo, di per sé non sarebbe la fine del mondo, ma io che sono un po’ paranoico penso che questo diventerebbe un passo ulteriore verso la ghettizzazione di chi non vuole farsi profilare da cima a piedi. Voi che ne pensate?

alla faccia della procedura

Ieri mi sono accorto di aver perso il pin per accedere al sito Inps, o meglio di aver salvato solo sette caratteri e non otto. Sì, in teoria avrei potuto accedere con SPID, ma non mi fidavo più di tanto e comunque il problema sarebbe rimasto: così mi sono affidato alla procedura di ripristino password, roba che non è per i deboli di cuore.

Ho dovuto scegliere due tra i tre modi per contattarmi possibili: cellulare, email, PEC (ho scelto cellulare e PEC). Via PEC mi è arrivata una mail con il link da usare (comprensivo di One Time Password) per far generare la password provvisoria, password che è arrivata metà come SMS e metà in un altro messaggio PEC. Finalmente con i due pezzi sono potuto entrare e crearmi una nuova password.

Ora, io capisco la paranoia. Ma non sarebbe bastato mandare tutta la password temporanea via SMS? Tanto hai già verificato che l’accesso alla PEC ce l’ho, mandare un secondo messaggio è ridondante…

Ecosistema Apple

Le cose Apple costano più di quelle non Apple. Questo è un fatto. Le cose Apple sono un ecosistema chiuso. Anche questo è un fatto. Poiché le cose Apple sono un ecosistema chiuso, in genere funzionano meglio e durano di più, quindi a conti fatti il loro costo maggiore si ammortizza. Non so se questo sia un fatto, ma per amor di discussione posso accettarlo come tale. Il guaio è che il tutto non basta.

I nuovi iPhone 7 non hanno il jack audio: gli auricolari (AirPods) si connettono via Bluetooth al telefono. Occhei, gli AirPods costano (in USA) 159 dollari, ma volete mettere la comodità? L’unico problema è che a questo punto è molto facile perderne uno, il che significa andare da Apple e pagare altri 69$ (fanno uno sconto, a quanto pare). Sembrerebbe chiaro che c’è dello spazio per l’iniziativa privata, e in effetti a fine anno scorso un’azienda chiamata Deucks aveva sviluppato un’applicazione chiamata Finder for AirPods, che permette (un po’ a fatica) di trovare l’AirPod perduto: il tutto per 3,99$. Un bel risparmio. Peccato che dopo aver approvato l’app, dopo una decina di giorni Apple ha deciso di eliminarla dal suo store, senza dare alcuna spiegazione.

Se volete, la spiegazione è arrivata dopo qualche settimana, visto che pare che la versione beta di iOS 10.3 abbia un aggiornamento della funzione Find My iPhone che ritroverà anche gli AirPod. Quindi non si può dire che l’app sia stata rimossa perché Apple vuole farsi tanti soldi sostituendo AirPod. Resta però il fatto che un ecosistema chiuso è una dittatura, che sia o no “per il bene dell’utente”. A me la cosa non piace affatto: voi fate come credete, io non mi offendo mica.

Che succederà a Medium?

Non so se vi è capitato di leggere questo post di Ev Williams, il CEO di Medium, che a inizio mese ha annunciato che ha fatto fuori un terzo dei dipendenti, e sta riconsiderando il suo modello di business. Magari avete anche letto la risposta di DHH, che dice fondamentalmente «Medium è fantastico per scrivere, ma per avere un prodotto vincente devi fare qualcosa di completamente diverso (“disruptive”), e se dopo cinque anni e 132 milioni di dollari dici che non hai idea di come farlo c’è qualcosa che non va», probabilmente rispondendo alla frase di Ev «We believe people who write and share ideas should be rewarded on their ability to enlighten and inform, not simply their ability to attract a few seconds of attention.»

Io ho un account su Medium. Ci scrivo molto poco, e viene letto molto poco, come si può notare dalle statistiche qui a fianco. Così ad occhio è più probabile che venga visto un mio post sul mio blog che qua. D’accordo, direte voi, non lo usi e non lo pubblicizzi, cosa pretendi? Io non pretendo nulla. Mi limito a far notare che l’ecosistema attuale di Medium è molto peculiare, e funziona bene solo per chi è già famoso e riesce quindi ad avere un gran numero di condivisioni (soprattutto di sottolineature di frasi); tra l’altro, la storia che un commento su Medium è esso stesso un post mi pare controproducente, perché non permette in pratica di fare note puntuali ma spinge a creare altri pipponi in risposta al pippone iniziale. Ma in tutto questo dove comincia e dove arriva esattamente la parte collaborativa che dovrebbe essere il punto di forza della piattaforma? Sì, è facile usarla per scrivere un testo ben formattato, ma come scriveva DHH di modi per farlo ce ne sono già tanti.

Io non sono mai stato bravo a trovare nuovi modelli, quindi non so se Ev riuscirà nel suo intento: ma per il momento mi tengo stretto il mio sito (e mi copio sempre i post anche qua 🙂 ) Voi?

Google Translate sta davvero migliorando

A Capodanno avevo scritto un pezzo su Medium a proposito del futuro del giornalismo, partendo da un’articolessa del NYT da più di 80000 battute a proposito dei progressi di Google Translate.

L’altro giorno mi è capitato di trovare nel gruppo Facebook dei miei amici beatlesiani americani il link a una pagina di un quotidiano tradotta dal francese all’inglese: eccola qua. Non è certo una traduzione perfetta, a partire dal titolo (“proché” come sostantivo non può essere tradotto con “close” senza un nome vicino); c’è qualche punto un po’ debole, e sicuramente il testo è piuttosto piatto. Ma un anglofono può comprenderlo senza problemi, cosa che fino anche solo a un paio di anni fa non succedeva: e stiamo parlando di un articolo di giornale, non di frasette standard.

Voi che ne pensate?