Ancora tNotice®

Ricordate la storia di tNotice®? Mario Velucchi mi segnala che in questi giorni tNotice® ha stretto un accordo con Tiscali. Del fantomatico algoritmo SHA-7 non sembra si parli più (per fortuna); restano tutti gli altri punti indicati nel mio post di tre anni fa, e per i quali non ho mai avuto risposta. (Ah, ho scoperto che c’era stata una discussione a riguardo anche su Wikipedia). L’unica cosa chiara è che tNotice® non può venire usato per atti giudiziari e multe, ma quello è dovuto alla legge 890/1982 che non è mai stata aggiornata nel suo articolo 1. D’altra parte non si vede perché il destinatario della “raccomandata elettronica tNotice®” debba “ritirarla”, quindi non vedo un grande miglioramento rispetto a una raccomandata qualsiasi.

Adobe, perché cerchi di prendermi in giro?

Fosse per me, non userei Flash. Purtroppo però StripGenerator (finché regge) si basa su di esso, e quindi almeno per quel sito devo averlo.
Oggi, mentre preparavo la mia solita vignetta, Firefox mi ha detto che il plugin Flash era vulnerabile. Mavalà, penso io, e mi accingo a scaricare come al solito la nuova versione. Sono anni che bisogna per forza scaricare l’installer e non il pacchetto, e sono anni che Adobe cerca di ammannirmi le sue imperdibili offerte, che nemmeno DMail. Tipicamente le caselle per accettare sono già con la spunta, che io regolarmente tolgo. Oggi non lo erano: però la dimensione del pacchetto da scaricare non mi tornava, così ho messo e tolto la spunta sulle due caselle… e miracolosamente la dimensione del pacchetto si è ridotta di 3 megabyte.

Cosa dovrei dire di un comportamento simile?

Google Play Books: Douglas Adams ne sarebbe stato deliziato

Non so se vi ricordate dei miei problemi con Google Play Books, che non mi permetteva di scaricare i libri protetti da DRM che avevo comprato: potevo leggerli dalla loro app, ma se cercavo di aprirli Adobe Digital Edition mi dava un errore chiaramente farlocco, E_ADEPT_DOCUMENT_TYPE_UNKNOWN. Il supporto Google non ha cavato un ragno dal buco, nemmeno con telefonate varie.

Orbene, grazie all’utente Shino2017 che dev’essere più testardo di un mulo e ci ha passato tre mesi su, sono finalmente riuscito a scaricare i file. La procedura era indubbiamente semplicissima, un po’ come quella che era stata necessaria perché Arthur Dent riuscisse a scoprire che casa sua sarebbe stata buttata giù da un bulldozer per fare posto a uno svincolo autostradale. Nel suo caso, i documenti erano in fondo a un casellario chiuso a chiave che si trovava in un gabinetto inservibile sulla cui porta era stato affisso il cartello ‘Attenti al leopardo’; nel mio caso è stato banalmente sufficiente installare un software client per VPN – per gli interessati, questo, connettersi su un server giapponese, scaricare il file .acsm e aprirlo con Adobe Digital Edition. Come potete capire, una banale operazione alla portata di chiunque, e soprattutto la prima idea che viene in mente di provare in casi simili.

Dovrebbe essere ovvia a tutti la nocività, a parte l’inutilità pratica, dei DRM; ma forse quello che è peggio è l’incapacità di Google di ammettere che da qualche parte c’è un problema loro, e di ribaltarlo su Adobe, nonostante le proteste non solo mie ma anche di tanti altri utenti, come si può scoprire facendo una ricerca con quella stringa di errore. Evidentemente Play Books non è un progetto che porta loro soldi…

La pubblicità nelle ricerche Google

Come sapete, io faccio spesso “ricerche vanitose” su Google per vedere se qualcuno ha parlato di me, soprattutto per scoprire se qualcuno ha parlato male. Come sapete, le ricerche su Google hanno anche una serie di risultati sponsorizzati: li si riconosce perché sono in cima, a volte c’è scritto “Ann.”, e sono contornati in rosa. Anche nel mio caso possono esserci risultati sponsorizzati, tipicamente Amazon o qualche altra libreria online che pensa ci possa ancora essere qualcuno (a) interessato ai miei libri e (b) che non li ha ancora acquistati.

Però ultimamente trovo all’interno dei risultati siti che non hanno alcun senso, ma appaiono proprio come risultati normali. Quando ho fatto la mia ultima ricerchina, il primo risultato è https://www.renault.it/; il nono http://www.adidas.it/; il diciottesimo http://www3.lenovo.com/it/it/. Ora, anche immaginando che Renault sia collegato alle officine meccaniche Codogno Maurizio e Adidas all’allenatore ed ex giocatore anch’egli mio omonimo, risulta abbastanza chiaro che costoro abbiano un link alla home page delle aziende, e per i Lenovo non ho proprio idea di quale potrebbe essere la connessione. No, non mi capita di fare ricerche su nessuna delle tre aziende, se vi venisse in mente che il problema è dei cookie. Me lo fa sia con Firefox che con Opera, se vi venisse in mente che il problema è del browser. Me lo fa col pc di casa e con quello dell’ufficio, se vi venisse in mente che il problema potrebbe essere un worm.

Un altro piccolo passo verso il baratro.

da Opera non me lo aspettavo

L’ultima versione del browser Opera ha introdotto una barra laterale dove si possono scegliere quali tra le operazioni più comuni avere a disposizione. L’idea è interessante, e interessante sarebbe anche il fatto che si possano aggiungere due sistemi di messaggistica istantanea made in Zuckerberg: Messenger e Whatsapp.

Peccato che per usarli sia obbligatorio dare accesso a telecamera e microfono, cosa che io non ho alcuna intenzione di fare: d’altra parte io li uso solo con l’interfaccia testuale, e non ho nemmeno Messenger installato sul telefono. Ora non vorrei fare il complottista, ma perché è stato messo questo obbligo? Se qualcuno l’ha usato, sa dirmi se c’è una qualche ragione tecnica dietro?

MP3: a pensare male…

Magari avete letto articoli come questo di Repubblica, che spiega come al Fraunhofer Institute abbiano sentenziato che l’mp3 è un formato ormai morto. E magari non siete troppo sicuri che il formato continuerà a esistere, come viene spiegato in questi articoli. Bene, vi posso dare un’ottima notizia.

Il formato mp3 (o per essere più precisi il codec audio MPEG layer 3, vale a dire le funzioni di codifica e decodifica di un file audio in formato compresso ma decente) non è libero, ma parecchi degli algoritmi che lo compongono sono stati brevettati, tanto che un qualunque dispositivo che legga gli mp3 deve pagare due euro e mezzo di royalties… al Fraunhofer Institute. Purtroppo per loro, la tutela dei brevetti viene assicurata per un periodo molto minore del copyright per testi e musica; come si può leggere direttamente dal sito del Fraunhofer, il brevetto principale è scaduto il 23 aprile scorso; restano ancora due brevetti, probabilmente minori e che si potevano aggirare, che scadono entro la fine dell’anno. Questo significa che non occorre più fare come Audacity (editor audio) che distribuiva il software senza codec mp3, e diceva “se proprio volete aggiungerlo (wink, wink) ci pare che in questo sito ce ne sia uno. Noi non sappiamo nulla, però.”

Una cosa è vera: rispetto anche solo a dieci anni fa, ci sono codec migliori e soprattutto esistono anche formati lossless che permettono di non perdere qualità sonora, e d’altra parte la quantità di memoria disponibile anche in un telefonino permette di scialare e usare un po’ più di spazio per conservare i file in questi formati. E chissà, magari Fraunhofer ha nuovi brevetti per questi formati. Ma vista l’enorme quantità di file mp3 in giro e la possibilità di avere software libero per crearli e riprodurli immagino che il formato continuerà a essere usato per chissà quanto tempo. Pensate solo al gif per le immagini – un altro formato ai tempi brevettato. Ora esiste png che comprime di più, e non ci vorrebbe molto per aggiungere l’unica caratteristica che gli manca che è quella di fare immagini animate. Eppure le gif continuano a imperversare…

I misteri di Android

Il mio Sony Xperia Z2 tipicamente non consuma tantissimo, almeno con il mio uso: posso caricarlo una volta ogni due giorni. La scorsa settimana, però, mentre ero in montagna il livello della batteria ha iniziato a scendere di brutto. D’accordo, lo usavo di più: ma non fino a quel punto, e comunque l’app che consumava di gran lunga di più era Google Play Services. Ho tolto la ricerca wifi (che tanto non avrebbe dato risultati) e l’ubicazione: niente da fare. Ho chiuso tutte le app, spento il telefono, aspettato mezz’ora, riacceso: niente da fare. Domenica, tornato a casa e rimesso il wifi, tolgo l’accesso ai dati. Miracolo: il consumo anomalo della batteria si blocca. Anche rimettendo l’accesso dati il telefono è tornato normale: per dire, ancora ieri pomeriggio, a trenta ore dall’ultima carica, la batteria è all’80% e l’app che ha consumato di più è “Cellulare in standby” 🙂

Cosa può essere successo?

Hard disk miracolato?

Un hard disk si deteriora. L’unica speranza è che lo faccia abbastanza lentamente, e che l’utente si sia fatto un po’ di backup (su un altro hard disk, il che ci fa tornare al punto di partenza). L’hard disk del mio PC si è improvvisamente rovinato a febbraio, e il punteggio datogli da Hard Disk Sentinel è sceso da 100 a 66 praticamente di colpo. Nulla di trascendentale, mi diceva che c’erano 56 “settori deboli”, ma tant’è.
Il fatto è che ad aprile il punteggio è risalito a 71, perché i settori deboli sono scesi a 48. La domanda sorge spontanea: come ha fatto? (La seconda domanda a dire il vero è “come cavolo faccio a bloccare quei settori?”)