e non indurci in tentazione

La preghiera del Padre nostro in latino recita verso la fine “et ne nos inducas in tentationem” (continuando con “sed libera nos a malo”, dove ricordo che non si parla della mela di Adamo ma del male). Considerando il ruolo centrale della preghiera nel cristianesimo, non v’è dubbio che ci sono stati millenni di dubbi su una frase che in italiano era stata resa con “e non indurci in tentazione”. Come? Dio che è così buono si diverte a farci tentare? (Beh, sì, basta leggere il libro di Giobbe)

Dieci anni fa la traduzione italiana CEI della Bibbia aveva rotto gli indugi e ritradotto quella frase come “e non abbandondarci alla tentazione”: ne avevo parlato qui sulle Notiziole che ormai hanno un archivio di una certa importanza personale. Leggo ora da Sandro Magister che i vescovi italiani si riuniranno a novembre per decidere se cambiare la formula recitata o cantata a messa. Magister, che vuole tanto, tanto bene a questo papa, scrive che Francesco dice la versione attuale è “non buona” e vorrebbe quella riformata, ma allo stesso tempo fa scrivere su Civiltà cattolica (“rivista diretta dal gesuita intimo di Francesco, Antonio Spadaro”) a un biblista anch’egli gesuita una traduzione completamente diversa. Secondo Pietro Bovati, infatti, il greco peirasmos (πειρασμός) è più una “prova” (vox media, senza una connotazione negativa specifica) che una tentazione; insomma bisognerebbe tradurre “Non metterci alla prova”.

Io non sono certo un teologo, né tanto meno un grecista. Posso a fatica trattare di latino, e al più aggiungere un riferimento protestante: la Riveduta del 1924 di Luzzi scrive “non esporci alla tentazione”, mentre la Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente sceglie “fa’ che non cadiamo nella tentazione”, lavorando sul verbo eisfero (εισφέρω) e non sul sostantivo. Tra le proposte evangeliche leggo anche un “non farci entrare nella prova” che se da un lato riprende il testo di Bovati risulta dall’altro piuttosto incomprensibile. Una cosa però la posso dire.

Magister termina dicendo

[…] un’ultima avvertenza, di carattere musicale. Le parole: “E non metterci alla prova” si adatterebbero alla perfezione alla melodia classica del “Padre nostro” cantato. Cosa impossibile, invece, per il macchinoso “E non abbandonarci nella tentazione” che è in pericolo d’essere approvato.

Ora, se vi mettete a contare le sillabe scoprirete che “e nòn indùrci / in téntaziòne” è un doppio quinario, mentre “e non métterci / àlla pròva” è un doppio quadrisillabo, con il primo verso per di più sdrucciolo. Come fa a dire che si adatterebbero alla perfezione?

19 comments

  1. Ti segnalo un paio di articoli che avevo letto quando se n’era parlato a dicembre, con le loro interessanti considerazioni sia sulla traduzione della frase in sé sia sul senso teologico, pastorale e liturgico di una traduzione:

    dal blog di padre Giovanni Scalese, un Barnaba liturgista:
    http://querculanus.blogspot.it/2017/12/tradurre-o-interpretare.html?m=1

    Riccardo Barile su La nuova bussola quotidiana:
    http://lanuovabq.it/it/padre-nostro-una-traduzione-tanti-significati

    • Beh, la Nuova bussola quotidiana è notoriamente espressione di una corrente ultraconservatrice, quindi non è strano che non voglia toccare la traduzione. Interessante però notare in quell’articolo come il verbo greco abbia anche il significato di “portare davanti a”. Ora, non so voi ventun lettori, ma a me “indurre” dà l’idea di “spingere verso”, che è piuttosto diverso da “portare davanti a”.
      Anche i canoni 2846-2847 del Catechismo citato da Scalese, se ho capito bene, parlano di differenza tra tentazione e prova: in pratica chiediamo a Dio di fare in modo di non trovarci davanti alla prova, perché siamo deboli e potremmo soccombere. Poi vabbè, la musica del Padre Nostro funzionerebbe ancora peggio con “non portarci davanti” …

      (nota sulla frase «Ma ciò che conta è che il linguaggio cristiano non può essere condizionato da quello corrente»: il punto è che il linguaggio cambia per forza, a meno che non blocchi artificialmente la lingua come fanno in arabo classico con il testo del Corano. Banalmente, come ho già scritto, l’Agnello di Dio non “toglie” i peccati del mondo, ma se li “sobbarca”, e il significato cambia eccome. È il messaggio che non dovrebbe essere condizionato)

      • «Beh, la Nuova bussola quotidiana è notoriamente espressione di una corrente ultraconservatrice, quindi non è strano che non voglia toccare la traduzione.»

        Che sia “conservatrice” è innegabile, ma anche tra teologi “progressisti” non è che ci sia piena adesione a questa nuova traduzione, di cui davvero non sento tanta esigenza (e non solo perché credo che ben pochi fedeli si siano mai chiesti seriamente cosa voglia dire quell'”indurre”, ma anche perché “indurre” lascia chiarire molto meglio della traduzione CEI 2008 che Dio permette eccome la tentazione del Nemico).

        «Interessante però notare in quell’articolo come il verbo greco abbia anche il significato di “portare davanti a”. Ora, non so voi ventun lettori, ma a me “indurre” dà l’idea di “spingere verso”, che è piuttosto diverso da “portare davanti a”.»

        Sì, è diverso sì, ma con quell’indurre si stanno per l’appunto chiedendo entrambe le cose: non si chiede solo di non lasciarci soccombere (spingere verso, dentro), ma – se possibile (e come Gesù stesso chiese, specificando però che fosse fatta la volontà del Padre sempre e comunque) – proprio di evitarci la tentazione (cioè portare davanti a).

        «Anche i canoni 2846-2847 del Catechismo citato da Scalese, se ho capito bene, parlano di differenza tra tentazione e prova: in pratica chiediamo a Dio di fare in modo di non trovarci davanti alla prova, perché siamo deboli e potremmo soccombere.»

        Sì, bisogna distinguere tra tentazione proveniente dall’uomo (e quindi dalle sue concupiscenze della carne e degli occhi e dalla superbia della vita, di cui parla la Scrittura) e quella proveniente dal Nemico.

        La prima va sempre evitata, perché non è una prova divina ma solo frutto della nostra mentalità, e non possiamo che soccombere ad essa (dobbiamo cioè fuggirla sempre e comunque, evitare l’occasione che potrebbe indurci in essa). Questa è ciò che nel CCC viene definita “tentazione”.

        La seconda invece, quella proveniente dal Nemico, non può e non deve essere evitata, perché è una prova che è motivo di crescita nella conoscenza e nel bene, se superata con l’aiuto di Dio.

        In genere questa seconda è molto più forte ma temporalmente breve di quella dipendente dalla nostra radicata mentalità, che è conseguenza delle nostre concupiscenze, e spesso accade quando meno te lo aspetti: banalizzando ma manco poi tanto può essere questo il caso del pensiero di possedere una donna conosciuta e desiderabile mentre si sta pagando la bolletta in banca, il pensiero di vendetta verso quel collega mentre si fa la spesa…

        Comunque questo fatto che la tentazione abbia due nature, una antropica e una no, non è mica tanto chiara a tanti cristiani!

        (nota sulla frase «Ma ciò che conta è che il linguaggio cristiano non può essere condizionato da quello corrente»: il punto è che il linguaggio cambia per forza, a meno che non blocchi artificialmente la lingua come fanno in arabo classico con il testo del Corano. Banalmente, come ho già scritto, l’Agnello di Dio non “toglie” i peccati del mondo, ma se li “sobbarca”, e il significato cambia eccome. È il messaggio che non dovrebbe essere condizionato)

        L’articolo però in quel punto ricorda banalmente che ci sono termini “tecnici” che hanno un loro senso ben preciso che una eventuale modernizzazione renderebbe in modo peggiore. Pensa proprio al caso di “carne” intesa biblicamente: una vita da schiavi del peccato, contro lo “spirito”, che non ha nulla di immateriale ma è la vita liberata di chi accetta la figliolanza e la dipendenza divina.

  2. Se non lo sdoppi su due versi, “e nòn indùrci-ìn téntaziòne” puoi vederlo come un novenario, ma “e non métterci àlla pròva” resta un ottonario, quindi comunque “non si adatterebbe alla perfezione”.

  3. Da antichi ricordi di messa (e come indicato dallo stesso Magister a testa articolo), il verso cantato è “e non c’indurre in tentazione”, che, appunto cantato, corrisponde a 9 sillabe (“E non cin dur rin ten ta zio ne”); sostituirlo con un analogo “E non ci mettere alla prova “(“E non ci met te ral la pro va”) effettivamente calzerebbe. Di fatto, “e non metterci alla prova” si incastrerebbe “più o meno”, non “alla perfezione.”

    • @LucaB: non ho idea di quale sia il Padre Nostro più cantato dai cattolici, quindi non so come siano gli accenti musicali. Quello che ricordo da ragazzo non ha la sinalefe (insomma, c’è una bella pausa: “e non cin DUR re / in ten ta ZIO ne”) e comunque diventerebbe “e non ci MET te / rai al la PRO va” che non è appunto che suoni così bene. Lo stesso per un Padre Nostro che composi una volta per scherzo (e che non è mai stato suonato in pubblico).

  4. ma l’Agnello di Dio che “toglie” i peccati del mondo lo lasciamo cosi’ com’e’?

    • Fosse quello l’unico o il più grande errore (più o meno voluto) nella traduzione dall’editio typica latina…

      Tra gli errori voluti più gravi c’è il “per voi e per tutti” (pro multis pareva brutto tradurlo col “per molti” o “per una moltitudine” se proprio si voleva lasciare il senso che questi molti – si spera – siano quasi tutti gli uomini. Poco politicamente corretto ricordare che i Novissimi sono una verità di fede, e quindi anche l’Inferno.). Si è voluto spostare l’accento sulla predestinazione universale alla salvezza, nonostante l’originale ponga l’accento sul fatto che non tutti hanno voluto accettare la salvezza offerta gratuitamente da Cristo.

      Oppure il “non son degno di partecipare alla tua mensa”? L’originale latino, che è “non sum dignus ut intres sub tectum meum“, direi che è un tantinello diverso 😉 ).

      E si potrebbe continuare quanto ci pare… In attesa che esca finalmente la terza traduzione del Messale, ora che Papa Francesco ha reso praticamente inutile il passaggio alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, e indipendenti le Conferenze Episcopali.

      • il “pro multis” è indubbiamente “per le moltitudini” e non “per tutti” nel senso più stretto del termine. Però il problema è meno grave se ci si ferma un attimo a pensare che il dono di Cristo è per chiunque lo accetti ma è appunto un dono e non un obbligo. Insomma, più che di predestinazione universale alla salvezza parlerei di apertura di una nuova possibilità.

        Il tutto naturalmente senza tenere conto che dovremmo partire dall’originale greco, visto che san Girolamo di cappelle ne ha prese anche lui 🙂

        • Non capisco perché dici “indubbiamente”. Nel senso che il significato semitico era duplice: moltitudine non era necessariamente tutti.

          La parola “predestinazione” va intesa nel significato teologico, non in quello attuale (per tornare al tuo proporre nuovi dizionari che non intaccherebbero il messaggio). In quello teologico è il “pensiero di Dio”, che sa(peva) che saremmo caduti, e vuole/volle ripristinare l’amicizia.

          Nulla a che spartire insomma con la predestinazione protestante… È quella paolina: predestinati alla felicità. E come abbiamo scritto entrambi si può decidere di aderire o meno a questa possibilità, e scegliere autonomamente la infelicità eterna.

          Sul pro multis non mi risultano però grandi cappelle della Vulgata. Sbaglio?

          • cominciando dal fondo: non conosco il greco, quindi non posso esserne certo, ma mi pare di ricordare che ci sia un termine equivalente.

            Mi chiedo invece perché tu parta dal semitico. Il vangelo di Matteo e forse quello di Marco potrebbero avere avuto una prima stesura in aramaico, ma Luca e Giovanni sono stati sicuramente scritti in greco, anche se Giovanni forse pensava con categorie semitiche. Dobbiamo quindi partire da quella lettera.

            Sul “pre-destinazione”: prendendo Cathopedia che spero sia corretta, direi che la predestinazione non è alla ma della salvezza.

          • Parto dal linguaggio semitico perché quelle sono parole testuali di Gesù, e su questo la Chiesa è sempre stata concorde, e non libere interpretazioni dei suoi discepoli (che pure ci sono nelle Scritture, tra le attribuzioni letterali a Gesù).

            Alla domanda in modo estensivo rispose Benedetto XVI in una lettera che non è Magistero, essendo privata (una lettera alla Conferenza Episcopale Tedesca), ma comunque chiarificatrice del pensiero a favore del “per molti”:

            Negli anni Sessanta, quando il Messale romano, sotto la responsabilità dei vescovi, dovette essere tradotto in lingua tedesca, esisteva un consenso esegetico sul fatto che il termine “i molti”, “molti”, in Isaia 53, 11 s., fosse una forma espressiva ebraica per indicare l’insieme, “tutti”.

            La parola “molti” nei racconti dell’istituzione di Matteo e di Marco era pertanto considerata un semitismo e doveva essere tradotta con “tutti”. Ciò venne esteso anche alla traduzione del testo latino, dove “pro multis”, attraverso i racconti evangelici, rimandava a Isaia 53 e quindi doveva essere tradotto con “per tutti”.

            Tale consenso esegetico nel frattempo si è sgretolato; non esiste più. Nel racconto dell’ultima cena della traduzione unificata tedesca della Sacra Scrittura si legge: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti” (Mc 14, 24; cfr. Mt 26, 28).

            Ciò rende evidente una cosa molto importante: la traduzione di “pro multis” con “per tutti” non è stata una traduzione pura, bensì un’interpretazione, che era, e tuttora è, ben motivata, ma è una spiegazione e dunque qualcosa di più di una traduzione.

            Questa fusione fra traduzione e interpretazione per certi versi fa parte dei principi che, subito dopo il Concilio, guidarono la traduzione dei testi liturgici nelle lingue moderne. Si era ben consapevoli di quanto la Bibbia e i testi liturgici fossero distanti dal mondo del linguaggio e del pensiero attuale della gente, per cui anche tradotti avrebbero continuato ad essere incomprensibili per quanti partecipavano alle funzioni.

            Un rischio nuovo era il fatto che, attraverso la traduzione, i testi sacri sarebbero stati aperti, lì, davanti a quanti partecipavano alla messa, e tuttavia sarebbero rimasti molto distanti dal loro mondo, ed anzi questa distanza sarebbe diventata più che mai visibile.

            Quindi non ci si sentì solo autorizzati, ma addirittura obbligati a immettere l’interpretazione nella traduzione, così da abbreviare il cammino verso le persone, i cui cuori e le cui menti dovevano essere raggiunti da quelle parole.

            In una certa misura il principio di una traduzione contenutistica e non necessariamente letterale dei testi fondamentali continua ad essere giustificato. Poiché pronuncio spesso le preghiere liturgiche nelle varie lingue, noto che talvolta tra le diverse traduzioni quasi non si riscontrano somiglianze e che il testo comune sulle quali si basano spesso è solo lontanamente riconoscibile. Allo stesso tempo si sono verificate delle banalizzazioni che costituiscono vere perdite. Così, nel corso degli anni, io stesso ho compreso sempre più chiaramente che, come orientamento per la traduzione, il principio della corrispondenza non letterale, bensì strutturale, ha i suoi limiti.

            Seguendo queste intuizioni, l’istruzione per i traduttori “Liturgiam authenticam”, promulgata il 28 marzo 2001 dalla Congregazione per il Culto Divino, ha messo nuovamente in primo piano il principio della corrispondenza letterale, senza naturalmente prescrivere un verbalismo unilaterale.

            L’importante intuizione che sta alla base di questa istruzione è la distinzione, già citata all’inizio, fra traduzione e interpretazione. Essa è necessaria sia per le parole della Scrittura, sia per i testi liturgici. Da un lato, la sacra Parola deve emergere il più possibile per sé stessa, anche con la sua estraneità e con le domande che reca in sé. Dall’altro, alla Chiesa è affidato il compito dell’interpretazione affinché – nei limiti della nostra rispettiva comprensione – ci giunga il messaggio che il Signore ci ha destinato.

            Anche la traduzione più accurata non può sostituire l’interpretazione: fa parte della struttura della Rivelazione il fatto che la Parola di Dio venga letta nella comunità interpretante della Chiesa, che la fedeltà e l’attualizzazione si leghino tra loro. La Parola deve essere presente per sé stessa, nella sua forma propria, a noi forse estranea; l’interpretazione deve essere misurata in base alla sua fedeltà alla Parola, ma al tempo stesso deve renderla accessibile a chi l’ascolta oggi.

            In tale contesto, la Santa Sede ha deciso che nella nuova traduzione del messale l’espressione “pro multis” debba essere tradotta come tale, senza essere già interpretata. La traduzione interpretativa “per tutti” deve essere sostituita dalla semplice traduzione “per molti”. Vorrei ricordare che sia in Matteo sia in Marco non c’è l’articolo, quindi non “per i molti”, bensì “per molti”.

            Se dal punto di vista della correlazione fondamentale fra la traduzione e l’interpretazione questa scelta è, come spero, del tutto comprensibile, sono però consapevole che essa rappresenta una sfida immensa per tutti coloro ai quali è affidato il compito di spiegare la Parola di Dio nella Chiesa.

            Per chi normalmente frequenta la messa, ciò appare quasi inevitabilmente come una frattura al centro stesso del rito sacro. Domanderà: ma Cristo non è morto per tutti? La Chiesa ha modificato la sua dottrina? Può farlo, le è permesso? È all’opera una reazione che vuole distruggere l’eredità del Concilio?

            Grazie all’esperienza degli ultimi cinquant’anni, tutti noi sappiamo quanto profondamente la modifica delle forme e dei testi liturgici colpisca l’anima delle persone; e quindi quanto un cambiamento in un punto così centrale del testo debba inquietare le persone. Proprio per questo, quando davanti alla differenza fra traduzione e interpretazione si scelse la traduzione “molti”, si stabilì anche che nelle diverse aree linguistiche la traduzione dovesse essere preceduta da una catechesi accurata, con la quale i vescovi dovevano spiegare concretamente ai loro sacerdoti, e tramite loro ai fedeli, di che cosa si trattava.

            Questa catechesi previa è il presupposto essenziale per l’entrata in vigore della nuova traduzione. Per quanto mi risulta, nell’area di lingua tedesca una tale catechesi finora non c’è stata. La mia lettera intende essere una richiesta pressante a tutti voi, cari confratelli, a preparare ora una tale catechesi, per poi parlarne con i vostri sacerdoti e al contempo renderla accessibile ai fedeli.

            In questa catechesi bisogna anzitutto chiarire brevemente perché nella traduzione del messale, dopo il concilio, la parola “molti” è stata resa con “tutti”: per esprimere in modo inequivocabile, nel senso voluto da Gesù, l’universalità della salvezza che giunge da lui.

            Allora, però, sorge subito la domanda: se Gesù è morto per tutti, perché nelle parole dell’ultima cena egli ha detto “per molti”? E perché allora insistiamo su queste parole di Gesù dell’istituzione?

            Prima di tutto, a questo punto bisogna ancora precisare che secondo Matteo e Marco Gesù ha detto “per molti”, mentre secondo Luca e Paolo ha detto “per voi”. Ciò sembra stringere ancora di più il cerchio. Ma proprio a partire da qui ci si può avvicinare alla soluzione.

            I discepoli sanno che la missione di Gesù trascende loro e il loro gruppo; che egli è venuto per riunire insieme i figli di Dio di tutto il mondo che erano dispersi (Gv 11, 52). Le parole “per voi” rendono però la missione di Gesù molto concreta per i presenti. Essi non sono un qualche elemento anonimo di un insieme immenso, bensì ognuno di loro sa che il Signore è morto proprio per lui, per noi. “Per voi” si protende nel passato e nel futuro, si rivolge a me personalmente; noi, che siamo qui riuniti, siamo conosciuti e amati come tali da Gesù. Quindi questo “per voi” non è un restringimento, bensì una concretizzazione che vale per ogni comunità che celebra l’eucaristia, che la unisce in modo concreto all’amore di Gesù.

            Il Canone romano ha unito tra loro le due espressioni bibliche nelle parole di consacrazione e quindi dice: “per voi e per molti”. Questa formula, poi, con la riforma liturgica è stata adottata per tutte le preghiere eucaristiche.

            Però di nuovo: perché “per molti”? Il Signore non è forse morto per tutti? Il fatto che Gesù Cristo, come Figlio di Dio fatto uomo, sia l’uomo per tutti gli uomini, il nuovo Adamo, è una delle certezze fondamentali della nostra fede. Vorrei a questo riguardo ricordare solo tre versi delle Scritture. Dio “ha dato per tutti noi” il proprio Figlio, dice Paolo nella lettera ai Romani (8, 32). “Uno è morto per tutti”, afferma nella seconda lettera ai Corinzi a proposito della morte di Gesù (5, 14). Gesù “ha dato se stesso in riscatto per tutti”, si legge nella prima lettera a Timoteo (2, 6).

            Ma allora bisogna davvero domandare ancora una volta: se questo è tanto ovvio, perché la preghiera eucaristica dice “per molti”? Ora, la Chiesa ha tratto questa formulazione dai racconti dell’istituzione nel Nuovo Testamento. La usa per rispetto della Parola di Dio, per essergli fedele fin nella parola. È il timore reverenziale dinanzi alla stessa parola di Gesù la ragione della formulazione della preghiera eucaristica. Allora, però, domandiamo: perché Gesù ha detto così? La ragione vera consiste nel fatto che Gesù in tal modo si è fatto riconoscere come il servo di Dio di Isaia 53, che egli si è rivelato come la figura annunciata dalla profezia.

            Il timore reverenziale della Chiesa davanti alla Parola di Dio, la fedeltà di Gesù alle parole della “Scrittura”: è questa doppia fedeltà il motivo concreto della formulazione “per molti”.

            In questa catena di riverente fedeltà, noi ci inseriamo con la traduzione letterale delle parole della Scrittura.

            Come prima abbiamo visto che il “per voi” della tradizione paolino-lucana non restringe ma rende concreto, così ora possiamo riconoscere che la dialettica tra “molti” e “tanti” ha una sua importanza.

            “Tutti” si muove sul piano ontologico: l’essere e l’agire di Gesù comprende l’intera umanità, il passato, il presente e il futuro. Ma di fatto, storicamente, nella comunità concreta di coloro che celebrano l’eucaristia egli giunge solo a “molti”. Si può quindi riconoscere un triplice significato dell’attribuzione di “molti” e “tutti”.

            Anzitutto, per noi, che possiamo sedere alla sua mensa, deve significare sorpresa, gioia e gratitudine per essere stati chiamati, per poter stare con lui e per poterlo conoscere. “Siano rese grazie al Signore che, per la sua grazia, mi ha chiamato nella sua Chiesa…”.

            Poi, però, in secondo luogo ciò è anche una responsabilità. La forma in cui il Signore raggiunge gli altri – “tutti” – a modo suo, in fondo rimane un suo mistero. Tuttavia, è indubbiamente una responsabilità essere chiamati direttamente da lui alla sua mensa per poter sentire: per voi, per me egli ha sofferto. I molti hanno la responsabilità per tutti. La comunità dei molti deve essere luce sul candelabro, città sopra il monte, lievito per tutti. È questa una vocazione che riguarda ognuno in modo del tutto personale. I molti, che noi siamo, devono avere la responsabilità per l’insieme, nella consapevolezza della loro missione.

            Infine può aggiungersi un terzo aspetto. Nella società attuale abbiamo la sensazione di non essere affatto “molti”, bensì molto pochi, una piccola massa che continua a diminuire. E invece no, siamo “molti”: “Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua” (Ap 7, 9).

            Siamo molti e rappresentiamo tutti. Quindi le parole “molti” e “tutti” vanno insieme e fanno riferimento l’una all’altra nella responsabilità e nella promessa.

            [Benedetto XVI, lettera alla Conferenza Episcopale Tedesca del 14 aprile 2012]</blockquoteZ

          • io non riesco a leggere “predestinazione alla salvezza” se non in senso protestante.

  5. Ennò, perché in senso protestante la predestinazione è duplice. In senso cattolico univoca: siamo tutti predestinati alla gioia.

    Poi possiamo fregarcene e rifiutare tale predestinazione. Non è mica il fato ineluttabile dei pagani. È destino. Sul destino puoi agire (male se agisci per evitarlo).

  6. Arrivo come sempre tardi a questa chiacchiera per segnalare che dal 3 dicembre scorso in Francia è entrata in vigore una nuova traduzione:

    http://eglise.catholique.fr/approfondir-sa-foi/prier/prieres/372214-notre-pere/

    dove il versetto incriminato adesso suona più o meno come “e non lasciarci cadere in tentazione”. All’epoca avevo pensato che la riforma fosse “globale”, ma evidentemente le decisioni liturgiche sono delle conferenze episcopali nazionali? Anche su una preghiera così universale?

    • @marco: l’articolo di Magister partiva appunto dal fatto che l’anno scorso i francesi hanno cambiato la traduzione nel messale.
      Sulle decisioni liturgiche la situazione è cambiata con Francesco: ne aevo parlato a ottobre, sempre citando Magister che anche all’epoca si era lamentato. Diciamo che in generale ogni conferenza episcopale prepara una traduzione, e poi il Vaticano decide; la materia del contendere è quanta libertà viene lasciata ai vescovi locali, cioè come si fa la “recognitio” prima della “confirmatio”.

      • Ormai la CCDDS non decide più nulla. Il Papa le ha lasciato parola solo per i pezzi fondamentali come le Preghiere eucaristiche e poco altro non chiarito. Non certo per il Padre nostro: per questo sono in fibrillazione i nostri vescovi.

        Quindi dice bene Marco: di fatto ora ogni Conferenza Episcopale si regola autonomamente e la CCDDS non può porre più veri veti come in passato, ma solo ratificare.