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RACCONTO: Previsioni

La settimana prossima ci saranno le elezioni, e continuo a chiedermi chi me l’ha fatto fare a candidarmi. D’accordo, eravamo tutti pieni di speranze ai tempi della NonRivoluzione, quando venne finalmente spezzata la spirale perversa per cui le uniche persone in grado di candidarsi erano coloro che erano riusciti a raccogliere enormi quantità di denaro in modo più o meno lecito. Ma avremmo rischiato di ritrovarci sotto un’altra oligarchia, se non ci fosse stato un vero colpo di fortuna: la NonRivoluzione riuscì a imporsi grazie all’aiuto determinante dei computer. Così questa volta non capitò come sempre la sostituzione di una classe dirigente corrotta con un’altra classe dirigente corrotta in modo diverso: ora la situazione era completamente diversa. Ogni uomo e ogni donna avevano le stesse identiche possibilità di candidarsi ed essere eletti. Ci fu chi pensò ingenuamente che si sarebbe potuto semplicemente scegliere a sorte i rappresentanti, ma per fortuna le persone più sagge fecero notare che in questo modo si rischiava di eleggere persone che non avrebbero letteralmente saputo quali pesci pigliare. Essere onesti non basta: esperienza e capacità sono comunque fondamentali.

Ma lo sono davvero? In una delle concitate e di solito inconcludenti NonAssemblee, una cittadina di cui purtroppo nessuno pare aver compreso il nome prese la parola dicendo che la cosa davvero importante è saper immaginare che cosa accadrà in futuro, e a questo punto fare in modo che i tecnici compiano le loro azioni sfruttando al meglio quegli eventi. I rappresentanti della gente non devono eseguire ma solo dare la linea, argomentò: chi meglio di un preveggente può essere adatto al compito? Questa idea si diffuse in un lampo e piacque subito a tutti. In fin dei conti siamo un popolo di santi, inventori, navigatori e allenatori della nazionale: cosa ci voleva per capire quale sarebbe stato il futuro? I matematici e gli statistici subito insorsero contro questa idea così naïf. Con sessanta milioni di persone pronte a fare previsioni, dissero, è naturale che ci sarà molta gente che ne azzeccherà per caso parecchie di fila: bisogna trovare un modo per eliminare gli effetti aleatori e focalizzarsi invece sulla capacità di riconoscere, anche se in modo inconscio, i piccoli segnali presenti che sono la spia dei comportamenti futuri. A questo punto furono gli economisti ad alzare la bandierina: non è possibile fare previsioni sul comportamento del mercato, perché è ben noto che esse modificano il mercato stesso. Quando una voce prende piede gli operatori la seguono subito, che ci credano o no, e si ha così una profezia che si autoavvera. Insomma, occorreva fare in modo che tutti i candidati predittori partissero da un medesimo insieme di dati, che non potessero essere modificati dagli esseri umani. Come trovare questi dati? C’è chi propose di usare le estrazioni del lotto, ma al ministero delle Finanze si misero le mani nei capelli: rischiamo di perdere tutto il gettito fiscale sul gioco di azzardo, dissero. La proposta fu immediatamente cassata.

Poi finalmente si trovò l’idea giusta, e da lì è iniziato il mio delirio. Mi ero iscritto per gioco alle Previsionarie locali, e sono stato catapultato senza troppi problemi alla seconda fase. Lì la concorrenza era più agguerrita, ma io ho una certa esperienza e sono riuscito a passare anche quel turno. Ho capito solo dopo che in entrambi i casi non c’era la pressione dell’elettorato, e quindi le cose erano molto più semplici di quanto immaginassi. Ora sono da un mese in campagna elettorale: tutti i giorni sono ospite dell’uno o dell’altro canale televisivo e devo spiegare fino alla noia cosa penso che succederà il giorno dopo: gli elettori vogliono essere certi di votare chi è davvero capace di predire il futuro. Non parliamo poi di cosa accade sui social network: quando prevedo qualcosa che non piace alla gente mi ritrovo la mia pagina invasa da migliaia di commenti irosi quando va bene. La settimana scorsa c’è stata una tempesta tale da dover richiedere una scorta della polizia anche solo per riuscire a mettere il naso fuori casa. Ma cosa posso fare se avevo previsto che quello sarebbe stato l’evento più probabile per le previsioni del tempo?

RACCONTO: Dal libro di Turing (11, 1-9)

In quel tempo, tutti gli algoritmi avevano la stessa complessità.
Emigrando dall’oriente i programmatori capitarono in una pianura nel paese di Knuth e vi si stabilirono.
Si dissero l’un l’altro: “Venite, scriviamo degli algoritmi e programmiamo”. Gli algoritmi servirono loro da pietra e il software da cemento.
Poi dissero: “Venite, costruiamoci una libreria software, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperdere tutte le soluzioni ottimali”.
Ma il Signore scese a vedere la libreria software che i programmatori stavano costruendo.
Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e i loro algoritmi hanno tutti la stessa complessità; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile.
Scendiamo dunque e confondiamo le loro subroutine, perché non comprendano più quali siano i problemi che si possono risolvere meglio..
Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la libreria software.
Per questo la si chiamò P=NP, perché là il Signore confuse le subroutine di tutta la terra e di là il Signore disperse le soluzioni deterministiche polinomiali.

5 settembre 2013

RACCONTO: Questione di margini

Il borbottio che pervadeva il laboratorio era ai limiti dell’udibilità. Eppure i due occupanti lo percepivano perfettamente, se non con le orecchie con tutto il corpo: i loro volti tirati sussultavano ogni volta che la sua frequenza variava anche solo di poco. Entrambi sapevano che le macchine per il supporto vitale potevano guastarsi in un qualunque momento, e non era affatto detto che si sarebbero potute riparare ancora una volta.
– “Se anche la tua ipotesi fosse vera, i margini sono davvero stretti”, mormorò Frank.
– “Partiamo dall’inizio”, ribattè Irina. “La macchina del tempo esiste, e questo è un fatto. Tutti i viaggi che abbiamo fatto non hanno cambiato per nulla la nostra situazione, e questo è un altro fatto.”
– “Questo è indubbio. È come se l’universo avesse una propria mente senziente che fa di tutto per impedire che una qualunque modifica al passato abbia conseguenze sul presente… o se preferisci, è come se qualcuno cancellasse le nostre modifiche.”
– “Lascia perdere il misticismo e la fantascienza da quattro soldi di Asimov. Non esiste nessuna Seconda Fondazione; se poi Dio esiste, non ha certo voglia di rimettere a posto il nostro disordine. Non c’è nulla di magico, è tutto spiegato dalle equazioni che regolano il viaggio nel tempo. Come hai visto, sono finalmente riuscita a separarla in due parti, e adesso il significato fisico è chiarissimo. Se si torna indietro nel tempo e si fa una piccola modifica insignificante al passato, il secondo termine non dà nessun contributo, mentre il primo descrive un microvortice che si smorza rapidamente; il risultato è che dopo poco tempo le soluzioni spaziotemporali dell’equazione d’onda dell’universo sono indistinguibili da quelle della configurazione iniziale. Non è insomma vero che una farfalla può sbattere le ali in Brasile e provocare una tempesta a Londra: anche se la eliminiamo, a Londra la tempesta ci sarà comunque.”
– “Come se a Londra esistesse ancora qualcuno che si può preoccupare delle tempeste.”
– “Se non ci sbrighiamo, qui sulla Terra non ci sarà più nessuno che si preoccupererà di alcunché. Torniamo all’equazione: se invece le modifiche apportate al passato sono importanti, è il primo termine ad annullarsi; in compenso il secondo descrive un picco di potenziale continuistico. Ovviamente questo picco rappresenta un equilibrio instabile, e ci si sposta subito verso la posizione stabile più vicina: il risultato, pur non essendo identico all’originale, lo è a tutti gli effetti pratici.”
– “Ce ne siamo accorti! Per evitare la Seconda guerra mondiale abbiamo ammazzato von Niehle quando era ancora un bambino, solo per trovarci al suo posto Sieweneck; ammazzato lui abbiamo avuto Ziegler; prima di darci per vinti abbiamo fatto ancora un terzo tentativo e ora il Führer è semplicemente diventato Hitler.”
– “È logico: il campo continuistico prodotto dalla Quinta Forza è molto più forte di quello delle quattro forze standard. Però, leggendo la formula in questo modo, una scappatoia c’è: se la modifica al passato è piccola ma con una conseguenza importante, nessuno dei due termini dell’equazione si annulla, e il vortice generato dal primo termine potrebbe essere sufficientemente grande perché prima di smorzarsi riesca a spostare lo spazio-tempo in una diversa valle del campo continuistico. A questo punto, quando il potenziale cadrà, il continuum spazio-temporale si ritroverà in un punto diverso da quello originale, e la storia proseguirà in maniera differente.”
– “Sì, Irina, ho ricontrollato i tuoi conti e hai ragione. Ma ribadisco che i margini sono davvero stretti. E poi, se anche tutto funzionasse, l’universo sarebbe così diverso che noi probabilmente non esisteremmo più!”
– “Noi spariremmo dall’esistenza, ma la Terra potrebbe invece tornare a vivere. E poi quale sarebbe l’alternativa? Siamo sopravvissuti in poche centinaia, rinchiusi nei bunker sparsi sotto tutto il pianeta da cui non possiamo assolutamente uscire. Noi siamo gli unici che abbiamo ancora a disposizione una macchina del tempo funzionante, almeno per un tentativo. Sì: è una missione suicida. Ma l’alternativa è un’agonia chissà quanto lunga.”
– “Basta, mi hai convinto. Resta però un problema di fondo: quale potrebbe mai essere una modifica del passato piccola ma che abbia una conseguenza importante?”
– “In teoria è semplice: ci occorre trovare un modo per bloccare per decenni, se non per secoli, lo sviluppo di un qualche campo della conoscenza. Avevo pensato a fare andare un po’ fuori rotta le caravelle di Colombo, ma le simulazioni al computer mi hanno mostrato che una modifica simile sarebbe comunque troppo grande. Quest’altra modifica, però, sembra essere proprio fattibile…”
– “Tutto qui?”
– “Sì, tutto qui. Le simulazioni danno risultati ottimistici, anche tenendo conto degli errori di approssimazione del modello. Come dici tu, i margini sono indubbiamente stretti: ma sono certa che saranno sufficienti.”

Il magistrato strabuzzò gli occhi. Chissà perché, era convinto che il libro che aveva tra le mani fosse più grande. La stanchezza mi starà giocando dei brutti scherzi, pensò. Beh, non importa. Non doveva mica redigere una sentenza: quello era solo il suo passatempo, e lasciare una nota sarà più che sufficiente, decise.
Prese la penna e scrisse, con la sua calligrafia ordinata: “Ho trovato una dimostrazione proprio meravigliosa di questo teorema, ma il margine della pagina è troppo stretto per contenerla.”

(2 settembre 2013)

RACCONTO: Telecomando quantistico

È vero, queste ultime settimane sono state molto più pesanti di quanto avessi potuto immaginare: stare per diventare genitori è un bel cambiamento, e sì che di cambiamenti epocali ho una bella esperienza! Eppure mi sembra impossibile che stessi per dimenticarmi che oggi, 22 settembre, sono due anni precisi dal giorno in cui tutta questa storia incominciò.

Ero a casa e stavo preparandomi cena, quando Marco mi telefonò col suo solito tono strafottente: “Ehi, testa d’uovo, vieni a vedere che cosa ha trovato stavolta il tuo amico!”. Beh, diciamocela tutta: dire che era mio amico era un bel po’ esagerato. Sì, avevamo fatto tutte le scuole insieme, dalla prima elementare fino alla fine del liceo. Sì, eravamo inseparabili. Ma la nostra relazione era più che altro utilitaristica. Anche da ragazzo ero un mingherlino, mentre lui era sempre stato grande e grosso; io mi avvicinai a lui per evitare che gli altri bambini mi picchiassero, e in cambio lui si faceva passare i compiti, anche perché a scuola non era certo una cima. Insomma, in comune avevamo ben poco, ma alla fine io ero per tutti l’amico di Marco e lui l’amico mio.

Quella sera non avevo nulla di importante da fare, e le mie abilità culinarie a quei tempi si limitavano a selezionare il programma del forno a microonde: così presi l’auto e andai a casa sua. Marco mi aprì e subito mi mostrò un telecomando: lungo, stretto, con una quarantina di tasti etichettati con dei simboli buffi.

— “Hai visto che cosa ho vinto? Non ti pare carino?”

Il mio sguardo doveva essere stato davvero perplesso.

— “È un coso davvero speciale! Guarda che faccio a quel vaso!”

Puntò il telecomando verso il vaso, una di quelle robacce kitsch di colore giallo canarino che erano la sua idea di accessorio di design; si grattò la testa, come se cercasse di ricordarsi qualcosa; infine ridacchiò e schiacciò quattro pulsanti in successione. Mi sembrò di notare una specie di tremolio, come quando d’estate il calore sale dal terreno. Il tremolio durò meno di un secondo; poi tutto tornò come prima. No, non esattamente tutto. Strabuzzai gli occhi: il vaso era sempre lì, sempre kitsch, ma indubbiamente non giallo canarino ma di un azzurro elettrico se possibile ancora peggiore.

Lo guardai stupefatto.

— “Come hai fatto? È un gioco di prestigio?”

— “Ma che ti viene in mente? È stato il telecomando! Senti qua: ieri sera ero andato alla nostra birreria a bermi qualcosa, quando arriva questo tipo strano giallo come un cinese con l’itterizia. Mi ha detto che arrivava da un posto molto lontano ed era venuto qui perché ero stato scelto per avere un regalo, proprio come in televisione. Ha tirato fuori questo telecomando e mi ha fatto vedere come se puntavo a una cosa e schiacciavo i tasti nell’ordine giusto potevo cambiare colore a quella cosa. Era un tipo buffo, e parlava come un libro stampato, peggio di te: mi ha anche detto che era un oggetto artistico… no, quartistico, e che avrei trovato le altre istruzioni puntandomi addosso il telecomando e schiacciando tre volte di fila questo pulsantone. Ho preso in mano il telecomando, l’ho guardato un attimo, e il tipo era sparito. Gli altri amici del bar mi han detto che non si erano accorti di nulla: ho cominciato a dire che mi stavano prendendo per i fondelli, c’è stata una rissa e il barista mi ha sbattuto fuori. Ma non ero poi così ubriaco, e quel cazzo di telecomando ora ce l’ho ben qui con me, no? Solo che non so cosa farci!”

—”Ma quel tipo non ti aveva detto che c’erano le istruzioni?”

— “Istruzioni? Macché! Ho schiacciato il pulsante e mi è arrivato solo un mal di testa come la peggiore sbornia! Sentitelo anche tu, testa d’uovo!”

Prima che potessi ribattere, puntò il telecomando contro di me e schiacciò il tasto. Non ci sono parole per spiegare cosa mi successe: fu come un’illuminazione zen, un lampo in cui io e il telecomando eravamo una cosa sola. Purtroppo durò un solo istante: poi la consapevolezza svanì, e mi restarono in testa solo mille frammenti di ricordi, oltre a un dolore lancinante alle tempie. Marco sghignazzò: “Visto, testa d’uovo? Mal di testa e basta, altro che istruzioni!”

Mentre il dolore mi stava lentamente passando, alcuni dei frammenti si misero insieme, e mi balenò un’idea. Chiesi allora a Marco se mi poteva prestare il telecomando per qualche giorno.

— “Certo che sì! Basta che me lo riporti la settimana prossima, che ci ho un appuntamento con una tipa che si diverte tantissimo a iniziare con questo tipo di giochetti prima di quelli erotici!”

Assentii, tornai faticosamente a casa, e il mattino dopo mi misi a studiare il telecomando. Provai di nuovo a puntare il telecomando verso di me schiacciando il pulsantone, ma senza nessun risultato: a quanto pare, il cervello di una persona poteva essere attivato una sola volta. L’illuminazione della sera prima mi aveva però fatto capire che Marco aveva ricevuto un dispositivo quantistico (“quartistico”… haha!): la dimostrazione pratica, tra l’altro, che l’interpretazione del multiverso era reale, e non un semplice artificio matematico per far tornare i conti dei paradossi della teoria dei quanti. Avete presente il gatto di Schrödinger, quello che è contemporaneamente vivo e morto fino al momento in cui non apriamo la scatola dove era stato messo? La verità è un altra. Se si potesse fare davvero questo esperimento, l’universo si sdoppierebbe: ce ne sarebbe uno in cui il gatto è morto (e gli ambientalisti ci stanno saltando addosso), e un altro in cui invece è vivo (e presumibilmente molto arrabbiato per essere rimasto chiuso in una scatola). Col passare del tempo si creano pertanto innumerevoli universi. Essi in genere nascono infinitamente vicini tra loro rispetto a una direzione non meglio identificata ma sicuramente diversa dalle usuali coordinate spaziotemporali, salvo poi eventualmente allontanarsi da loro. Il telecomando permetteva di spostarsi in un universo dove l’unica differenza era l’essenza dell’oggetto su cui veniva puntato.

A furia di esperimenti, cercando disperatamente di ricordare una parte quanto maggiore possibile dell’illuminazione che avevo ricevuto a casa di Marco, arrivai a formulare una regola pratica. Più tasti si schiacciavano, maggiori erano le differenze tra l’universo di partenza e quello di arrivo; inoltre il telecomando si scaldava tanto più quanto maggiori erano le differenze tra gli universi, probabilmente come sottoprodotto di chissà quale reazione permetteva di ottenere questo spostamento. Mi chiedo ancora oggi quali siano le menti degli alieni che avevano creato questo marchingegno – non poteva essere nulla di fattura terrestre – non tanto per creare un marchingegno simile, quanto per poter assorbire tutta la conoscenza del “libretto di istruzioni” in un solo istante, e presumibilmente senza mal di testa, o di quella cosa che avranno al posto della testa.

Riuscii comunque a impratichirmi rapidamente delle operazioni di base. Dopo gli oggetti, iniziai allora a puntare il telecomando sugli esseri viventi: prima piante, poi animali. La differenza maggiore sembrava essere il calore generato dal telecomando: trasformare un gattino nero in uno bianco era probabilmente molto più dispendioso che tramutare una scatola nera delle stesse dimensioni in una bianca, anche se non saprei come associare il concetto di “dispendioso” a un oggetto che non sembrava aver bisogno di una fonte di energia.

Decisi alla fine di fare una sperimentazione su me stesso: in fin dei conti non mi sarebbe dovuto succedere nulla di più che un altro enorme mal di testa. Preparai l’esperimento con la massima cura. Per sicurezza scrissi tutte le istruzioni d’uso che avevo scoperto in un quadernetto (niente file, non si sa mai…) sulla cui copertina avevo scritto “LEGGIMI!”, e che misi ben lontano dalla portata del telecomando; in questo modo sarei sempre potuto ripartire da capo, se il mio alter ego avesse perso la memoria. Tremando un po’, puntai il telecomando verso di me digitai i comandi che avevo previsto mi avrebbero fatto guadagnare qualche etto di muscoli, mentre tenevo il telecomando puntato verso di me. Vidi il resto del mondo tremolare, poi nulla. Sembrava proprio non fosse successo nulla; poi osservai la mia pancia e vidi dei favolosi addominali a tartaruga. Logicamente la cosa non aveva molto senso: il mio corpo era cambiato, ma la mia mente era ancora quella del “vecchio” universo. Ma si sa che la teoria dei quanti è tutta un paradosso: insomma non feci troppo caso alla cosa, e quello fu il mio primo grande errore.

Quando gli raccontai delle mie scoperte, Marco fu entusiasta. Come prima cosa, mi intimò di fargli ricrescere i capelli, che gli si stavano diradando. Fortuna che avevo rafforzato il mio fisico, perché solo qualche giorno prima sarei stato buttato a terra dalla gioiosa pacca sulla schiena che mi diede per festeggiare la sua nuova zazzera. Ma la mia sorpresa fu massima qualche ora dopo. Eravamo andati alla solita birreria; lui stava chiacchierando di donne, io giocherellavo sbadatamente con il telecomando che ci eravamo portati dietro, e sovrappensiero tramutai il suo maglione in un gilet rosa shocking. Marco sembrò quasi risvegliarsi da chissà quali pensieri, e tutt’a un tratto mi disse: “Ma com’è che non mi hai ancora detto nulla del mio bellissimo gilet nuovo?” Non solo non si era accorto di nulla, ma anzi credeva di aver comprato lui il gilet. Eppure negli esperimenti su me stesso io non avevo queste memorie artificiali del passato. Come poteva essere? Mi ci volle tutta la notte per fare un’ipotesi su cos’era successo. Come sapete, uno degli assunti della teoria dei quanti afferma che l’osservatore influenza gli eventi; e a quanto pare è proprio così. Se uno osservava il telecomando puntato su di sé sapendo cos’era e a cosa serviva, la sua mente non si spostava nell’altro universo; in un certo senso era tutto l’universo ad essere nuovo. Se invece non lo osservava, non succedeva nulla di tutto questo: il Marco col gilet rosa shocking era effettivamente diverso dal mio amico originale.

Fu così che congegnai un piano che definire diabolico era poco. La prima fase fu la più semplice da eseguire. Un paio di giorni dopo tornai da Marco, presi il telecomando, lo puntai di nascosto contro di lui e digitai la combinazione per sostituirlo con un suo alter ego che non aveva mai sentito parlare di esso. Mi venne un colpo quando vide il telecomando che scottava tra le mie mani e sbottò: “Ma che ci fai con quello?”; mi rilassai solo quando soggiunse “Te lo sei portato da casa per vedere se funziona con la mia tivù 64 pollici?” Il segreto del telecomando era ormai solo mio; ora potevo dedicarmi con tranquillità ad Ale. L’avevo conosciuta l’anno prima, e avevamo iniziato a vederci ogni tanto per andare al cinema o a bere qualcosa. Mi ero subito innamorato di lei, per la sua risata, la sua intelligenza ma soprattutto per la disinvoltura con cui portava la sua quarta di tette; non avevo però mai osato confessarglielo, aspettando sempre il momento giusto. Purtroppo un giorno Ale ed io andammo in pizzeria insieme a Marco, il giorno dopo lei mi chiese il suo numero di telefono e per qualche mese i due furono inseparabili, salvo poi lasciarsi burrascosamente.

Fare un secondo passaggio di telecomando su Marco, sostituendolo con uno che non aveva mai conosciuto Ale fu banale; il telecomando rimase appena tiepido, segno che per lui quella storia era già bell’e dimenticata. Fare la stessa cosa con lei fu parecchio più difficile, non solo perché probabilmente si era davvero innamorata del mio amico ma anche perché dovetti fare letteralmente i salti mortali per convincerla a rivederci: lei ce l’aveva ancora con me per averglielo fatto conoscere. Ma una volta che nel mio universo si trovava un’Ale che non aveva conosciuto Marco le cose furono molto più semplici. Vi sembrerà incredibile, ma non dovetti neppure usare il telecomando; ero diventato probabilmente diventato molto più sicuro di me, e cominciammo a vederci sempre più spesso… fino a quella maledetta notte, la prima volta in cui facemmo sesso.

La serata era stata perfetta: avevo preparato una cena giapponese che ai tempi era l’unica che mi riuscisse bene, e poi eravamo finalmente finiti a letto. La mia gatta Lucrezia continuava a girellare per la camera, innervosita dal mio comportamento ben diverso dal solito. Avevo stoltamente lasciato il telecomando quantistico sul comodino: mentre stavamo facendo l’amore mi accorsi con la coda dell’occhio che Lucrezia era salita sul comodino e stava schiacciando tasti su tasti, terminando con quello di invio dati; e il telecomando era puntato su noi due! Vidi con orrore il solito tremolio, ma non ebbi nemmeno il tempo di impietrirmi dalla paura, perché in quel preciso istante venni, e vi posso assicurare che non mi era mai capitato un orgasmo anche solo pallidamente paragonabile a quello. Ma solo il mattino dopo capii cosa era successo.

La mia eccitazione mentre eravamo arrivati al climax, unita al gran numero di tasti schiacciati da Lucrezia, doveva aver fatto scaturire una trasformazione davvero eccezionale, spostandoci di parecchio (e non potevo fare a meno di accorgermene!) all’interno dello spazio degli universi; il calore generato dalla trasformazione era così stato tale da distruggere completamente il telecomando quantistico, lasciando solo un pezzo di plastica e metallo fusi insieme. Ritornare all’universo precedente era ormai impossibile; sarei dovuto restare lì.

Mi crucciai per un po’, ma alla fine mi misi l’anima in pace: in fin dei conti la nuova situazione non era poi così malvagia. Dopo il primo periodo di ovvio mio assestamento, la relazione con Ale continuò benissimo, meglio di quanto avessi potuto sperare: dopo quel primo, fantastico amplesso perse infatti letteralmente la testa per me, e al piacere della compagnia reciproca si affiancò quello di un’intesa sessuale perfetta. Immaginare una vita l’uno senza l’altro ci sarebbe ormai stato impossibile. L’anno scorso ci siamo sposati e a marzo nascerà il nostro (speriamo primo) bambino: se sarà maschio lo chiameremo Marco. Ah, sì: il Marco di questo nuovo universo, che mi ha fatto da testimone di nozze, è molto più gentile con me dell’altro. Gli piace farmi da fratello maggiore e rievocare le nostre passate avventure, avventure che io ovviamente non posso conoscere ma a cui annuisco con convinzione e che ormai, a furia di sentirle, fanno parte anche del mio passato. Soprattutto non mi chiama più “testa d’uovo”, e non sapete quanto la cosa mi faccia piacere. Nessuna crisi di gelosia neppure con Ale. In questo universo i due non si erano mai conosciuti; quando li ho reciprocamente presentati è andato tutto liscio, e ora sono due compagnoni. C’era da aspettarselo, però: in fin dei conti mi vogliono entrambi bene, pur se in modo diverso.

Tutto perfetto, insomma, o quasi, se non per una cosa. In questi due anni non ho ancora fatto l’abitudine ad avere le tette: figuriamoci ora che sono incinta e mi sono ancora cresciute…

(9 agosto 2013)

RACCONTO: Test di Turing

Zhong si accinse ad applicare gli ultimi ritocchi all’Unità KW4501-A. L’indomani sarebbe stato il grande giorno: la prova finale del Concorso Turing, il simbolo del ritorno alla piena normalità. La Guerra delle Sessantaquattro Ore era stata devastante, ma era un ricordo del passato. Anche se a un costo gravissimo, l’ordine mondiale era stato sovvertito; finalmente la civiltà terrestre aveva davvero ripudiato la guerra, affidandosi alla logica. Le aree rese radioattive nel corso della guerra venivano man mano bonificate, e alcuni coraggiosi esploratori erano riusciti a penetrare nei datacenter miracolosamente rimasti intatti per recuperare le tecniche di programmazione degli Antichi. Alla riscoperta delle opere di Alan Mathison Turing il Consiglio Planetario rimase estasiato, e decise di onorare il duecentesimo anniversario della sua nascita mettendo in pratica una delle sue idee più avveniristiche. Il matematico aveva previsto che in futuro sarebbe stato impossibile capire se dall’altro lato di una connessione dati solamente testuale ci fosse stato un essere umano o un computer: dieci tra le menti migliori della Terra avevano accettato la sfida, e nessuno sapeva chi avrebbe partecipato e chi avrebbe delegato la propria creatura.

Zhong aveva deciso che non sarebbe stato lui a connettersi, ma l’Unità KW4501-A. Era certo di aver trovato la soluzione perfetta per confondere i giudici: con un generatore di microscariche elettriche ad alta frequenza le configurazioni interne dell’Unità venivano modificate così rapidamente che le sue risposte erano le più naturali e veloci possibili. Non sarebbe stato sufficiente per un confronto dal vivo, era ovvio; ma per fortuna la limitatezza della connessione avrebbe permesso di coprire le piccole magagne ancora presenti. D’altra parte come si può sperare che, per quanto modificato, un essere umano possa essere rapido come un computer?

(10 luglio 2013)

RACCONTO: La grande truffa del Bianco Natale

Io non li capisco quelli che per affettazione festeggiano il giorno del Sol Invictus al posto del Natale, dicendo che i cristiani hanno rubato la festa. Non che non sia vero, ma è un po’ dura essere ipertradizionalisti quando non si sa affatto come gli antichi romani festeggiavano quel giorno. E poi il giorno giusto sarebbe il 22, mica il 25! Tutta colpa di Giulio Cesare che aveva messo troppo giorni bisestili nel calendario, e così quando i cristiani hanno fissato ile varie festività si sono trovati il Sol Invictus un po’ più avanti del solstizio. E che ci potevano fare, poveretti, che tanto non è che uno si accorga che il solstizio c’è già stato? Te lo tieni il 25 dicembre e amen.

Ma non capisco neppure quelli che vogliono mantenere le tradizioni. Passi fare il presepe, che comunque ha “solo” sette secoli di vita; per due terzi dell’esistenza del cristianesimo nessuno ha mai fatto un presepe, ma la tradizione vince sempre. Ma prendiamo la canzone natalizia per antonomasia: non “Adeste fideles”, che almeno è latina, e nemmeno “Oh Happy Day”, gospel composto poco più di quarant’anni fa e qui in Italia inevitabilmente collegato a uno spumante che non so nemmeno quale sia perché a me lo spumante non piace e lo champagne peggio ancora. No, sto pensando a “White Christmas”. Irving Berlin, anzi Israel Isidore Baline, la scrisse nel 1941. Uno magari si chiede “ma come fa un ebreo a scrivere una canzone sul Natale?” e la risposta è semplice: di Natale in quella canzone non c’è nulla. Per quello che si canta potrebbe tranquillamente essere un Happy Hanukkah, se non fosse per il banale problema che il nome della festa ebraica che cade a dicembre ha una sillaba di troppo e quindi gli avrebbe rovinato tutta la metrica. La metrica sì che è una cosa importante. Diciamocelo: per Berlin l’unica cosa che conta nel Natale è il suo essere bianco. Per sua fortuna lui non se ne stava in Florida o in California – per non dire nell’emisfero sud del pianeta – ma sono certo che in tal caso avrrebbe contribuito all’invenzione della neve artificiale, e nella peggiore delle ipotesi si sarebbe circondato di quelle sfere di vetro che quando tu le rovesci e scuoti sembra che all’interno scendano (lievi) i fiocchi di neve. La guerra fredda era in realtà la guerra innnevata, e le granite non dovevano asolutamente avere coloranti artificiali; avete mai visto voi della neve vedre o marrone? (A Milano quella marrone sì, ma non credo che Berlin abbia mai fatto una gita a Milano) Insomma, se festeggiate Natale a causa di White Christmas limitati a festeggiare la canzone che è meglio.

A proposito di colori, non che babbo Natale sia tanto meglio. Lui era inizialmente di pessimo carattere, probabilmente perché avrebbe preferito starsene a Copacabana al caldo invece che nel freddo intenso dei boschi del nord Europa; e soprattutto non era vestito di bianco e rosso, ma di verde. L’unica cosa buona è che non era un verde padano (o islamico o irlandese, se per questo) ma un verde scuro, quale appunto è il colore degli alberi nelle foreste scandinave. E poi? È forse passato qualche daltonico che ha confuso i colori? Macché. È il risultato marchettaro della Coca-Cola®, dove qualche creativo ha pensato bene di riciclare il vecchio iracondo, dargli una risata imbecille ho-ho-ho e un tiro di renne capitanate da Rudolph (chiara allusione a Rodolfo Valentino, anche se non so chi si sdilinquisca per una renna), e infine vestirlo dei colori aziendali. “Vorrei cantare insieme a te, in magica armonia…” Festeggiate, festeggiate, e soprattutto beatevi delle vostre radici che vi permettono di seguire la tradizione!

Perché insomma quello che molti di noi dovrebbero accettare una volta per tutte è che il Natale per loro ha solo un Vero Significato: preparare il Post Sotto l’Albero. (No, io non c’entro: tutto questo l’ho scritto a ferragosto!)

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