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RACCONTO: Il numero scomparso

Nella scuola del paesello in quel momento era l'ora di aritmetica, e i bambini stavano imparando a fare le addizioni coi numeri di due cifre. La maestra Maria aveva scritto alla lavagna a caratteri belli grandi 58+7; si era voltata e aveva chiesto alla classe chi sapeva il risultato. Come sempre, Lisa alzò la mano per prima. "Lo so io! Lo so io! Fa sessantasei!" "No, rispose la maestra, non è la risposta corretta". Lisa, che non voleva mai sentirsi dire che aveva sbagliato, strepitò: "Non è vero, maestra! Guarda qua!" Alzandosi sulla punta dei piedi, sbracciandosi il più possibile e contando con le dita, recitò "58, 59, 60, 61, 62, 64, 65, 66. Visto che ho ragione?" La maestra rimase perplessa. Il conto sembrava giusto, ma il risultato era sbagliato. Era come se mancasse qualcosa.

In quel momento la campanella suonò la fine delle lezioni, e mai il suono fu così apprezzato non solo dagli alunni. Dopo che mamme, nonni e il singolo papà avevano ripreso i loro bambini, la maestra Maria raccolse i fogli rimasti sulla scrivania e uscì per tornare anch'essa a casa; ma fu fermata appena oltrepassato il cancello della scuola da Evaristo, l'appuntato dei carabinieri. "Signora Maria! Hanno denunciato la scomparsa di un numero, e non riusciamo a capire quale sia! Ci può dare una mano?" Nessuno in tutto il paesello riusciva a ricordarsi che numero ci fosse tra 62 e 64. Di per sé nessuno si preoccupava troppo, se si eccettuavano i maniaci della palestra e i collezionisti di figurine, che si impappinavano rispettivamente in mezzo alle loro interminabili serie di flessioni e alla litania "cèlo-manca", ma nondimeno era fastidiosa. La maestra Maria spiegò che cosa era successo in classe e aggiunse che non aveva nessuna idea di cosa fosse capitato; Evaristo la ringraziò, si scusò per la fretta, e disse che doveva scappare per continuare le indagini.

Evaristo era un vero segugio quando si trattava di risolvere questo tipo di casi: ma era già quasi sera quando finalmente scoprì cosa era successo. Uno sceicco era casualmente passato dal paesello perché il suo autista aveva sbagliato a contare le uscite di una rotatoria e preso quella sbagliata. Visto che era ora di pranzo si era fermato a mangiare, e il locale gli era piaciuto così tanto che aveva dato una mancia stratosferica al ristoratore per potersi portare via il numero civico sopra la porta… almeno così aveva capito l'oste. Ma ci doveva essere stato un qualche errore di traduzione, e lo sceicco si era portato via il numero vero e proprio. Per fortuna Evaristo aveva imparato un po' di arabo durante i suoi giri di pattugliamento: dopo una lunga telefonata lo sceicco accettò di accontentarsi di una copia del numero e rimandare dunque al paesello l'originale. Tutti furono felicissimi, anche se Lisa non mancò di sottolineare che non era colpa sua se quando doveva fare l'addizione il 63 era scomparso; e la maestra Maria riuscì persino a portare una torta all'appuntato Evaristo senza arrossire troppo…

RACCONTO: Contraddizioni

«Non è possibile! È la quinta volta!»

Il giovane matematico era furioso. Il suo volto sarebbe stato paonazzo, se solo l’algoritmo di codifica video non avesse ritenuto impossibile un simile colore e avesse autonomamente deciso di ricolorare tutta l’immagine, donandogli così un ancora meno probabile tenue arancione. Dall’altra parte della connessione 6G, la faccia della Sovrintendente Zonale era impassibile, e soprattutto di una perfetta nuance ebano.

«Certo che non è possibile! – replicò gelida la Sovrintendente Zonale – È la quinta Unità Computazionale Logica che è riuscito a distruggere. Gliel’avevo ribadito: queste Unità Autoapprendenti sono sperimentali, e non conosciamo perfettamente il loro comportamento in condizioni non standard. Le avevamo vietato di continuare le sue ricerche; eppure lei ha perserverato, persino falsificando le sue credenziali per poter accedere ancora al Reticolo. Non ci resta che terminare la sua interfaccia di connessione.»

«Ma… Come… Questo è un sopruso! Come faccio a terminare le mie ricerche? Sarei già arrivato alla dimostrazione del Teorema di Inconsistenza, se i gestori del Reticolo fossero stati in grado di far funzionare decentemente queste Unità Autoapprendenti!»

laquo;Niente ma e niente come! Se crede davvero di essere il Gödel del ventunesimo secolo, si metta a fare i suoi conti a mano. Ah: buon lavoro amanuense…»

L’ologramma della Sovrintendente Zonale sparì. Ma quel che era peggio, sparì anche quello della scrivania di collegamento con il Reticolo. L’avevano fatto davvero! Per fortuna, pensò il giovane matematico, avevo salvato il testo della parte iniziale del mio lavoro. Quella lì credeva di aver fatto una battuta ironica, invitandomi a lavorare a mano? Le farò vedere io di cosa è capace un Vero Matematico!

Il Teorema di Inconsistenza sarebbe stato il coronamento del lungo processo di distruzione delle certezze matematiche. Tutto era iniziato un secolo prima con la pubblicazione del notissimo articolo di Kurt Gödel che dimostrò come un qualunque linguaggio abbastanza potente da essere usato per eseguire le usuali operazioni aritmetiche aveva un guaio: nel linguaggio si può definire un teorema che è vero, ma non è dimostrabile se non “uscendo dal sistema”, cioè aggiungendo un nuovo postulato ad hoc. Ma questa aggiunta generava nuovi teoremi indimostrabili, e così all’infinito: un po’ come il paradosso di Achille e della tartaruga, si era costretti a compiere tutta una serie di passi obbligati senza mai vedere nemmeno avvicinarsi la fine. I matematici del ventesimo secolo furono inizialmente sconcertati, temendo che tutto il loro castello di costruzioni e dimostrazioni crollasse miseramente: ma gli esseri umani sono esperti nell’abituarsi a tutto, e in pochi anni si era passati dal chiedersi “vero o falso?” a un meno assolutista “vero, falso o indecidibile?” quando si doveva analizzare un enunciato matematico.

Il teorema di Gödel era però più sottile di quanto il grande pubblico aveva letto nelle riviste di cultura popolare. Esso affermava infatti l’esistenza di teoremi indimostrabili sotto un’ipotesi ben precisa: che la matematica fosse coerente, che cioè non fosse possibile dimostrare una cosa e allo stesso tempo il suo contrario. Nessun matematico nel pieno possesso delle sue facoltà mentali – anche se un’affermazione di questo tipo, parlando di matematici, è piuttosto pericolosa – credeva che la matematica potesse non essere coerente: in fin dei conti, due più due come potrebbe mai fare cinque? Eppure il giovane matematico aveva avuto un’intuizione. Catene molto lunghe di inferenze matematiche potevano prendere percorsi diversi nello spazio dei problemi e ritrovarsi nello stesso punto ma con valori di verità opposti, un po’ come due formiche che camminassero in direzioni opposte su un nastro di Möbius finirebbero per ritrovarsi, ma essendo l’una diventata l’immagine speculare dell’altra. Una simile scoperta rivoluzionerebbe tutta la matematica che conosciamo, e porterebbe dritti al premio Abel, il Nobel per la matematica, e poi chissà…

Senza l’uso del Reticolo l’impresa sembrava al di fuori della portata di chiunque, ma per sua fortuna il matematico aveva salvato due catene inferenziali promettenti: secondo le sue stime, bastava aggiungere una cinquantina di passaggi ai 1250 già presenti per arrivare alla contraddizione. Un lavoro che il Reticolo avrebbe computato in una giornata, ma anche fatto a mano richiedeva al più un paio di mesi. Il matematico si mise a lavorare febbrilmente, ricontrollando tre volte ogni passaggio. L’ultima notte la passò insonne: la prima catena era ormai completa, e non restava che scrivere esplicitamente l’ultimo passaggio della seconda, per ottenere la tanto agognata contraddizione. I simboli si allineavano regolari e la contraddizione era lì davanti, quasi personificata: restavano ancora da trascrivere cento simboli, cinquanta, venti, dieci, cinque, tre, due, uno. Il giovane tremava, mentre faceva l’ultimo controllo: ma i passaggi erano tutto corretti, e a prova di errore. Non c’era dubbio: la matematica è contraddit

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

«Non è possibile! È la quinta volta!»

L’entità osservò l’universo giocattolo che andava velocemente a pezzi. La trama delle sue vibrazioni non aveva più alcuna regolarità: frequenze irrazionali continuavano a emergere, senza che l’entità riuscisse a smorzarle.

«Certo che non è possibile! – replicò gelida l’altra entità, mentre la compenetrazione andava rapidamente scemando. – È il quinto universo che sei riuscito a distruggere. Te l’avevo spiegato che con quelle leggi aritmetiche non avresti potuto ottenere nulla di stabile. E invece tu hai perseverato, e hai persino cercato di barare inserendo una routine di autoblocco non appena un computer avesse trovato una contraddizione di base, per aggirare l’impossibilità della costruzione di un universo contraddittorio… Eppure è una nozione di base: non appena appare una contraddizione in un punto qualsiasi di un universo, essa si propaga istantaneamente e non c’è tempo per bloccare il disfacimento. Mi spiace: sei bocciato anche stavolta.»

 

(il racconto fa parte dell’antologia L’ennesimo libro della fantascienza, un ebook di Barabba edizioni, scaricabile da qui. Tutto gratis.)

RACCONTO: Natale 2

Quell’anno la crisi era stata davvero dura. Le spese natalizie erano crollate, e anche i saldi, che pure erano stati anticipati al 27 dicembre, rimasero per la maggior parte invenduti. Il vecchio presidente era preoccupato: il suo ottimismo e le sue battute che avevano sempre avuto tanto successo venivano snobbate e il consenso calava inesorabilmente nonostante le domande nei sondaggi venissero calibrate sempre più accuratamente. Durante l’ennesimo colloquio con il suo fidato consigliere di tanti anni, però, a un certo punto si illuminò.

«Cribbio! Perché non ci ho pensato prima? Facciamo come quando ero giovane. Presto, promuoviamo Natale 2!»

«Natale 2?»

«Ma certo! Guarda, ho già pronto lo slogan: “Un’oasi per i vostri acquisti, a poche settimane di distanza dalla Natività”. Sarà un successone!»

«Ma la Chiesa, il Vaticano…»

«Sciocchezze. Due parole alle persone giuste che tu conosci e finirà tutto a posto. Tanto ti pago anche per questo, no? Sbrigatela tu, ma in fretta. Non posso perdere ancora consenso.»

E in effetti il consigliere fece del suo meglio. Il giorno dopo il presidente della CEI fece un lungo discorso magnificando l’antica festa della Candelora, la presentazione di Gesù al Tempio che dopo tutto era una nuova manifestazione del Natale; subito dopo un Consiglio dei ministri straordinario decretò il 2 febbraio festività civile, con il nome di Festa della Libertà. Le televisioni seguirono a ruota, chiamando informalmente la festa Natale 2 come suggerito dall’alto e raccontando con lunghi servizi filmati la gioia della gente che era pronta a condividere i regali in occasione della Nuova Natività. I primi giorni il morale degli italiani sembrò risollevarsi e la popolarità del premier tornò alle stelle; ma presto il quadro mutò completamente. Dopo che le prime catene di negozi comunicarono che avrebbero rifiutato le Libere Tredicesime, stipendi virtuali convertibili in titoli di Stato a lungo termine, la situazione precipitò. I primi a manifestare furono gli abitanti delle regioni che una volta erano definite “rosse”, e i media fecero il possibile per minimizzarle e nasconderle agli occhi dei telespettatori; ma i tumulti crebbero sempre più, giungendo alla nota Rivolta di sant’Antonio Abate che il 17 gennaio vide decine di migliaia di persone distruggere i negozi del Quadrilatero della Moda milanese.

La reazione del governo fu scomposta. Con un decreto legge vennero istituite le Milizie Pacificatrici che in realtà comprendevano picchiatori professionisti, ma anche i rivoltosi si erano armati creando i Comitati per una Nuova Italia; a fine gennaio si era ormai giunti alla guerra civile. L’anziano premier era a fatica riuscito a fuggire per i Caraibi, ormai fuori dai giochi politici; i pochi parlamentari che si trovavano a Montecitorio e Palazzo Madama prima dell’assedio popolare del 26 gennaio insediarono un governo di unità nazionale che però non aveva nessun potere pratico; l’Unione europea, che per sicurezza aveva temporaneamente sospeso gli accordi di Schengen e bloccato le frontiere con l’Italia, stava discutendo se inviare per la prima volta nella storia un contingente militare in una nazione dell’Unione.

Il primo febbraio era la vigilia di Natale 2, ma nessuno ci pensava più. Mentre gli scontri infuriavano per le strade teoricamente sgombre visto il coprifuoco e la neve che scendeva copiosa nelle regioni del nord non riusciva ad attutire i rumori delle armi, successe però l’incredibile. Una luce come una geograficamente impossibile aurora boreale illuminò le città; la neve smise di cadere e si diffuse un tepore; le armi tacquero. Il mattino dopo i capi di Milizie e Comitati si riunirono per siglare una tregua, che fortunatamente venne rispettata da tutti; dopo un paio di settimane si insediò un nuovo governo che finalmente ebbe un sostegno generale, e l’economia nazionale ripartì con tale forza che tutto il mondo rimase stupito dalla Terza Repubblica Italiana, risorta dalle sue ceneri come l’araba fenice. Molti all’estero si chiesero come era stata possibile una simile metamorfosi; ma i capi dei combattenti non osarono mai confessare che la notte di Natale 2 ciascuno di loro udì una voce che diceva «Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace in Italia agli uomini di buona volontà». Molti di loro hanno creduto a un’allucinazione; ma qualcuno è stato convinto che i miracoli possono avvenire, e Natale può anche capitare il giorno di Natale 2.

RACCONTO: Non servono a questo?

Mentre si sfilava il costume, Marco si chiese per l’ennesima volta chi glielo avesse fatto fare; e per l’ennesima volta si dette la stessa risposta. Era vero che l’amministratore delegato aveva ribadito che la partecipazione alla recita natalizia aziendale era assolutamente libera e volontaria: ma anche il rinnovo del suo contratto a tempo determinato è assolutamente libero e volontario. Senza contare che la recita veniva considerata come lavoro straordinario: due ore di paga in più non saranno molto, ma aiutano ad arrivare con maggior tranquillità alla fine del mese. Aggiungiamo ancora la gratifica per aver fatto parte del coro che cantava Happy Xmas – War is Over, e si arriva a una discreta sommetta. A proposito del coro, per fortuna che il vescovo non si è accorto che la melodia non era Tu scendi dalle stelle! Ma forse, vista la generosa offerta per il restauro del vecchio organo del duomo, sua eminenza avrà pensato che la musica avvicina in ogni caso a Dio. Ammesso poi che abbia fatto caso alla melodia, e non sia rimasto ben più scioccato da altre licenze poetiche riguardo al racconto della Natività, come ad esempio l’aggiunta di due pastorelle alla scena; era davvero difficile non accorgersene, visti gli abiti che (non le) vestivano. Il Bambinello è rimasto al freddo e al gelo, ma aveva il bue e l’asinello che lo riscaldavano; chissà invece loro!

Certo che quelle due escort sono sicuramente state pagate ben più di me, pensò ancora Marco: ma la cosa non lo faceva arrabbiare. In fin dei conti, il loro non era il tipo di lavoro che a lui piacerebbe fare; molto meglio starsene davanti a un PC a programmare, senza correre il rischio di dovere interagire con una persona che non gli andasse a genio o che lo facesse sentire a disagio. Ognuno ha il suo stile di vita, e quello di Marco non prevedeva certo incontri più ravvicinati del dovere salutare qualcuno mentre strisciava il badge. Quello che mi fa arrabbiare adesso, pensò, è piuttosto la cerniera di questo costume. Già non funzionava bene, ma adesso sembra essersi bloccata del tutto, e stanno per chiudere il teatro. Al diavolo: tanto la macchina è qui vicino e la posso comunque guidare; arrivo a casa e lì con un po’ più di calma riuscirò a togliermelo, questo stramaledetto costume da pecora.

Il rientro in effetti non fu particolarmente problematico, a parte il risolino del custode del teatro. Per strada non c’era quasi nessuno: alle dieci e mezzo di sera della vigilia di Natale non è che ci sia molta gente che abbia voglia o necessità di muoversi. Marco arrivò al suo palazzo, parcheggiò l’auto nel box, prese l’ascensore pregustandosi la liberazione dal suo costume. Piano -2, -1, 0, 1, 2… stop. L’ascensore si era bloccato, le luci si erano spente e la cabina era illuminata solo da una debole lampada di emergenza. Marco da piccolo soffriva di claustrofobia, e ancora adesso aveva qualche problema negli ambienti chiusi: ma era così stravolto che non pensò nemmeno ad aver paura e schiacciò con rabbia il pulsante per chiamare soccorso. Dopo qualche istante, una voce adrenalinica – ma dove trovano gente così pimpante il 24 dicembre notte? – senza lasciare a Marco nemmeno il tempo di spiccicare una parola proruppe: “Via John Lennon 42, scala B? Il nostro tecnico è già in zona, tra cinque minuti sarà da lei. Grazie per averci chiamato” e riattaccò. Marco rimase un attimo stranito, ma ripensandoci fu felice di non aver dovuto dire nulla, e benedisse in cuor suo l’efficienza della società manutentrice.

Erano passati sette minuti e Marco stava chiedendosi se richiamare il soccorso, quando sentì la voce di una donna.
– “È ancora bloccato dentro l’ascensore?”
– “Sì – rispose Marco – ma dovrebbe arrivare il tecnico.”
– “Il tecnico sono io. Aspetti che salgo al locale macchine”
Marco non sapeva se rallegrarsi perché stava per essere liberato, oppure tremare al pensiero che la sua salvezza passasse per le mani di una donna. Non aveva nulla contro l’altra metà del cielo, e non faceva affatto distinzioni tra colleghi maschi e femmine: saper programmare non dipendeva certo dall’avere la coppia di cromosomi XX o XY. Ma questo era un lavoro da uomo! Come fa una donna a girare a mano gli argani di sicurezza? Eppure l’ascensore si stava muovendo lentamente ma con sicurezza verso l’alto, e tra le porte iniziò a vedersi una lama di luce. Di nuovo la sua voce: “Ho portato la cabina al piano. Dovrebbe trovare una levetta in alto a destra, la prema e le porte si dovrebbero sbloccare.” Quasi ipnotizzato, Marco eseguì, sentì un clac, allargò le porte e si trovò davanti una giovane in salopette, sorridente.
– “Ehm… grazie per il saltimbanc… no, il salvataggio, e mi scusi per il costume da piovr.. da pecora volevo dire. Sa, non è colpa mia, ma…”
– “Ma la cerniera si è inceppata. Conosco quel modello di costume, una volta mi è capitato di indossarlo. Ci vuole un’altra persona per disincastrarla. Senta, tanto ho finito il mio turno di lavoro: se vuole le do una mano io.”
Marco stava meccanicamente rispondendo “No, grazie”. Poi la guardò in viso, e si sentì tutt’a un tratto stupido. Perché non dovrei farmi aiutare? Devo dimostrare di essere un vero macho?
– “Se non le è di disturbo…”
– “Macché disturbo! È una cosa di pochi secondi!”

Entrarono in casa – Marco ebbe qualche difficoltà a inserire la chiave nella toppa, ma alla fine se la cavò egregiamente – e l’ascensorista fu di parola: un rapido tocco e la cerniera si aprì come se non fosse mai stata bloccata.
– “Come volevasi dimostrare. Mi sa che queste cerniere hanno una loro personalità. Ah, mi chiamo Angela”, fece mentre Marco si ricopriva rapidamente con un plaid che per fortuna era lì vicino.
– “Marco. Non so proprio come ringraziarla, in pochi minuti mi ha tolto per due volte dai pasticci!”
– “Era mio dovere. E poi diamoci del tu, i contatti per lavoro sono terminati! Ah, in effetti ci sarebbe un piacere che potresti farmi, ma è piuttosto personale e magari non te la senti. Facciamo così: io te lo chiedo, ma non mi offendo se mi dici di no, occhei?”
– “Va bene. Ma cosa può essere di così personale? Adesso mi hai incuriosito…”
– “Giù in macchina ho un po’ di roba per cenare, ma sono da sola in casa e mi sembra una cosa così triste. Hai voglia di dividerla con me? Ce n’è abbastanza per entrambi, davvero. Posso?”
– “No… cioè sì, volentieri. Anch’io sono solo, stanotte”. Come se non se ne fosse già accorta. Marco si sentiva strano; era come se ci fosse qualcun altro che parlasse al posto suo. La cosa più incredibile era però che quello che diceva lo faceva star bene. Al diavolo tutto! Almeno a Natale potrò ben rilassarmi e prendere le cose come vengono, no?

Angela era già tornata con una borsa, dalla quale tirò fuori degli antipasti, uno zampone con le lenticchie, una bottiglia di brut e un quaderno di fogli colorati. “Per favore, riscalda lo zampone, mentre io preparo il presepe”.
– “Il presepe?”
– “Il presepe, certo! È Natale, ci vuole un presepe, e niente di meglio che farlo con gli origami.” Piegava velocemente un foglio dopo l’altro, e in pochi minuti c’era la capanna con la stella, Giuseppe e Maria, bue e asinello, e la culla.
– “Come vedi, non sono una purista: uso le forbici, anche se così non sono veri origmami.” Marco annuì sbalordito. “Ma sono meravigliosi!”
-“Sono carini, sì. Avrei potuto anche fare qualche pecora, ma mi sa che non era il caso.”
Le figurine furono messe su un tavolino mentre Marco apparecchiava, e iniziarono a cenare. Marco temeva di non avere nulla di interessante da dire, ma le parole e il sorriso di Angela lo rincuorarono, e iniziò a parlare dei suoi sogni di quando era ragazzo. Angela lo ascoltava attenta, ma a un tratto si fermò di botto: “Aspetta! È quasi mezzanotte!” Prese un nuovo foglietto, lo manipolò rapidamente, e gli mostrò la figura di un neonato.
– “Ecco qua il Bambinello. È Natale: Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace in terra agli uomini che Egli ama. Una volta si diceva che a Natale si è tutti piu buoni: in realtà è solo uno di quei rarissimi momenti in cui riusciamo a sentire che possiamo amarci.”
– “Angela, tu riesci a far sembare facili tutte le cose. Ma guardami: sono qua, con un lavoro che non so per quanto mi durerà, solo come un cane e praticamente costretto a indossare un costume da pecora! Ti sembra che io possa avere qualcosa da amare?”
– “Il costume te lo sei tolto, e adesso non mi pare tu sia da solo, no? Non ho detto che tutto è facile: ho detto che è possibile. Se tu non vuoi bene a te stesso, non potrai mai fare il primo passo.”
– “Ma come faccio a volermi bene?”
– “Lo stai già facendo! Non te ne sei accorto? Stai dedicandoti a te. Mi stai tenendo sottobraccio” – Marco si ritrasse come tarantolato, ma Angela ridendo gli riprese la mano – “e parli di cose belle. Ci sono anche cose brutte nella vita, e non serve a nulla nasconderle: ma questo non significa che bisogna sempre macerarcisi su! Piuttosto, non scappar via, stai qua vicino e raccontami ancora di te…”

Il mattino dopo – tardo mattino, a dirla tutta – Marco iniziò a svegliarsi. Allungò la mano per toccare Angela al suo fianco, svegliandosi del tutto non appena si accorse di essere solo. Si chiese per un attimo se avesse sognato quanto successo nella notte, poi notò il biglietto sul comodino. “Ora devo andare: ma ricordati di quello che ci siamo detti. Il primo passo l’hai fatto: adesso ci sono gli altri. Angela.”
Nessun indirizzo, nessun numero di telefono. Marco chiamò subito la società degli ascensori, ma una voce piuttosto seccata gli rispose che non avevano nessuna donna tra i loro dipendenti, e che non risultava loro alcuna chiamata di soccorso per l’impianto di via John Lennon 42. Nelle settimane successive, Marco provò ad andare nei posti di cui Angela gli aveva parlato quella notte, ma senza alcun risultato. Qualcosa stava però accadendo: senza accorgersene, era più sicuro di sé, e tra una ricerca infruttuosa e l’altra la cosa fu notata eccome, tanto che in breve gli fu offerto un contratto a tempo indeterminato con un discreto aumento di stipendio. Qualche mese dopo, quando ormai si era arreso all’evidenza e aveva smesso di cercare Angela, si accorse che una sua collega non solo era carina, ma era anche interessata a lui; iniziarono a frequentarsi più spesso, fino a decidere di convivere.
Marco si sentiva finalmente amato e in pace con sé stesso; gli capitava ancora ogni tanto di pensare ad Angela, e che grazie a quell’incontro così strano la sua vita era completamente cambiata per il meglio. Ma non è proprio a quello, che servono gli angeli?

RACCONTO: Come D.i.o. comanda

Frederic Brown ci aveva praticamente azzeccato, sapete? Tra i tanti raccontini di fantascienza che scrisse, ce n’è uno, “The Angelworm”, dove a un tipo prossimo al matrimonio cominciarono a capitare – con una periodicità impressionante – delle disavventure incredibili che gli fecero perdere fidanzata, lavoro e quant’altro. Alla fine il giovane ebbe un’intuizione, e decise che nel momento in cui sarebbe dovuta capitare la successiva disavventura lui sarebbe entrato nel paesino di Haveen; invece si ritrovò… in Paradiso! In inglese Paradiso si dice Heaven, e il protagonista del racconto aveva intuito che Dio era un realtà un Grande Linotipista che preparava il copione della vita di tutti, ma la sua Divina Linotipia aveva un problema meccanico e regolarmente una E veniva posizionata con un attimo di anticipo. Storiella divertente ma assurda, ho sempre pensato… fino a quando non mi è capitato di infilarmi dentro una storia se possibile ancora più assurda. Ma andiamo per ordine.

Era un afoso pomeriggio di luglio; mi trovavo a casa e stavo cercando di capire come montare un portacd dell’Ikea. Le istruzioni allegate? mi sa che siano preparate per un analfabeta sì ma svedese, il cui modo di pensare è completamente diverso dal nostro: o più probabilmente la mia incapacità nel compiere qualunque operazione manuale si estende anche alla comprensione dei disegnini. Ero però in uno di quei rari momenti furiosi in cui mi convinco che l’impresa intrapresa è alla mia portata, e nulla può fermarmi… almeno finché non spacco l’oggetto che ho tra le mani. Non mi accorsi così del sudore che mi toglievo sovrappensiero con la mano, né dei tuoni sempre più rumorosi; quello che contava era solo l’assemblaggio, e l’oggetto che stava finalmente assomigliando più o meno all’ultima figura del foglio. Avvitata l’ultima vite, notai che il cielo era scurissimo; mi alzai così ad accendere la luce, commentando a voce alta “Oh, ho fatto proprio un lavoro come Dio comanda!”. Non appena toccai l’interruttore, sentii come una scarica elettrica (no, l’interruttore non l’avevo montato io, maliziosi che non siete altro) e contemporaneamente un tuono mi assordò; sentii il mio cuore battere a mille, e probabilmente svenni.

 

La cosa successiva che mi ricordo fu una voce profonda che diceva “A dire il vero non te l’avevo comandato, ma va bene lo stesso”. La voce proveniva da una macchia di luce più o meno antropomorfa, proprio come uno si aspetterebbe: non appena riuscii a spiccicare parola, balbettai “Ma tu… lei… voi… siete Dio?”
“Non esattamente. Al limite sono D.i.o.: Deputato in osservazione. In pratica, voi vivete in uno spazio quadridimensionale che è in realtà una varietà immersa nel nostro spazio pentadimensionale. Io sono incaricato di vedere cosa capita nella vostra sezione.”
“E voi… tu… lei…” Riuscivo solo a incespicarmi sui pronomi.
Intanto il mio corpo agiva per conto suo: mi accorsi di essere prostrato a terra con le mani davanti agli occhi.
Dammi pure del tu, e non preoccuparti. Non sei morto, non stai per morire e va tutto bene. Guarda, anche il tuo portacd è intatto e fondamentalmente simile alla foto nel catalogo dell’Ikea.”
“O-o-occhei. Ma com’è possibile che Ti veda e Ti senta? Se Tu sei pentadimensionale, io per Te sono più sottile di un foglio di carta!”
Le sentivo persino io, le maiuscole mentre parlavo. Dio o D.i.o., era comunque troppo per me.
“Una mia proiezione è sempre presente, solo che voi non ve ne potete accorgere. Ma con quel fulmine hai ricevuto in un tempo brevissimo una grande quantità di energia, così hai fatto una transizione verso un’altra foglia della varietà in cui vivi.”
“Sono arrivato in un universo parallelo? Incontrerò il mio alter ego? Cosa è successo al mio universo?”
“Ti ho già detto di non preoccuparti. Se vuoi, puoi pensare di essere in un universo parallelo, ma tra qualche istante ritornerai nel tuo mondo, e tutto sarà come prima. Se non che…”
“Se non che cosa? Sarò radioattivo? Tornerò come se fossi riflesso allo specchio, e morirò di fame per non riuscire ad assimilare il cibo?” Avere letto The Annotated Alice non ha sicuramente fatto bene al mio catastrofismo congenito. E fortuna che non sono un grande appassionato dei supereroi Marvel e DC, altrimenti chissà di che mi sarei preoccupato.

 

La luce tremolò un poco, come se il D.i.o. stesse ridendo; ma la voce rimase tranquilla. “Mannò, nulla di tutto questo. Solo che il linguaggio è molto potente, come anche alcuni di voi umani avete intuito. Tu hai fatto questa transizione mentre pronunciavi una metafora, e la metafora è diventata reale. Io generalmente non do nessun comando su come si assemblano i portacd, ma in effetti qualche consiglio quasi quasi te l’avrei dato: avresti dovuto lasciare più gioco in fondo, nella parte che gira. Ma non importa. Quello che è importante è che secondo la nostra esperienza di questi casi, ogni tanto ti capiterà che le tue metafore diventino reali. Cerca insomma di non pensare di trovarti nelle fauci di un drago: in fin dei conti mi sei abbastanza simpatico. Buona fortu…”

La voce si zittì di colpo. Mi guardai intorno, un po’ a fatica perché alla fine ammetto che mi ero messo a osservare D.i.o. – ah, come l’uomo perde ogni remora nei confronti della divinità se solo essa si manifesta!. La luce era svanita, e tutto il resto della stanza sembrava in ordine; solo il mio corpo continuava a tremare. Quando alla fine riuscii a rimettermi un po’ traballante in piedi, mi ero ormai convinto che tutto il discorso di D.i.o. non fosse altro che un’allucinazione mentre il fulmine mi aveva fatto svenire. Poi guardai più attentamente il mio portacd. In cima c’era una scritta minuscola ma leggibile: “Approvato: D.i.o.”. E quel che era peggio, l’insieme mi sembrava molto più robusto di come mi ricordavo di averlo montato. Ho come il sospetto che ne vedrò delle bell… ehm, scusate, mi potranno capitare cose peculiari.

(21 agosto 2008)

RACCONTO: Il Cubo

La prima volta che il mondo sentì parlare del Cubo fu il 14 marzo 2009. Il Tibet era stato pacificato da pochi mesi, come confermato dalle immagini prese dai satelliti, o meglio da quello che non si poteva più vedere. Nessuno riuscì a spiegarsi come quel monaco fosse riuscito ad arrivare fino in Tagikistan, e nessuno poté chiederglielo; spirò tra le braccia dei soldati della forza multinazionale di interposizione dopo avere indicato a fatica la sacca che si trascinava appresso e sussurrato quelle che forse erano le uniche parole inglesi che conoscesse: cube… open… please.

Il Cubo era davvero strano. Una dozzina di centimetri di lato, grigio antracite, più leggero di quanto l’aspetto lasciasse pensare, con una serie di scanalature appena visibili che lo facevano quasi assomigliare a un cubo di Rubik monocromatico e ipertrofico, e le facce leggermente morbide al tocco. Scuotendo l’interno si percepiva, più che udire, una specie di melodia; ai raggi X sembrò apparire un’intricata struttura interna, ma tre apparecchiature si ruppero non appena le prime immagini apparvero sui monitor, e nessuno osò più tentare l’analisi. Non emetteva radiazioni. La sua superficie non poteva essere scalfitta in nessun modo. Il Cubo stava per essere riposto in una vetrina di un anonimo museo per essere definitivamente dimenticato, quando un ricercatore per caso lo prese tenendolo per due vertici opposti e lo vide schiarirsi per qualche secondo. Subito l’interesse per il Cubo tornò alle stelle: vennero scoperte sequenze di pressioni e rotazioni che lo facevano schiarire per un tempo più o meno lungo. Matematici di tutto il mondo si misero a studiare quelle trasformazioni per cercare una logica nei vari pattern; i supercomputer vennero programmati per testare simulazioni sempre più complesse. Parecchi scienziati, anche se nessuno osava dirlo pubblicamente, erano convinti che il Cubo fosse un manufatto di una civiltà aliena; nacquero almeno quattro sette religiose convinte che esso fosse di origine divina, e non si contarono i santoni che affermavano di avere divinato la successione di operazioni necessaria per raggiungere la purezza del bianco abbagliante. Corse voce che alcune di quelle successioni furono effettivamente tentate, senza apprezzabili risultati; ma si mormorò che qualcuna delle “sensazionali scoperte” fu in realtà il risultato di una visione dopo una robusta dose di peyote.

Alieno o divino che fosse, il Cubo portò senza dubbio un risultato inaspettato: col passare del tempo, l’attenzione di donne e uomini di tutto il mondo si focalizzò sempre più su di esso. Il mondo visse un periodo di incredula pace, mentre gli accidentati progressi nella comprensione di come operasse venivano avidamente seguiti in tutto il mondo. Non fu pertanto un caso che quando il 14 dicembre 2012 un team internazionale annunciò di avere scoperto il codice per lo sbiancamento definitivo del Cubo e che la settimana successiva avrebbero mostrato l’operazione, tutto il pianeta si trovò davanti a una tv; persino nelle lande più desolate erano stati inviati maxischermi e ricevitori parabolici. Il 21 dicembre venne accuratamente eseguita la Successione Finale; il Cubo divenne sempre più bianco, e poi iniziò a cambiare colore, sempre più velocemente.

Tutti erano così assorti a contemplarlo, che non si accorsero che il pianeta era improvvisamente diventato grigio; né notarono di non potere più muoversi. In quegli ultimi, interminabili istanti, mentre dalle bocche aperte dallo stupore non poteva uscire alcun grido né entrare una molecola di ossigeno, a ogni essere umano parve di udire una voce che diceva “Congratulazioni! Questo livello è stato davvero difficile; il tempo stava per scadere”. L’eco di un’eco sembrò ancora riverberare “Livello 42”; poi, il nulla.

(15 agosto 2008)

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