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[cartelli] Bici sì, bici no

Se guardate il codice della strada, scoprirete che mentre una bicicletta non può circolare su un marciapiede (o sulle strisce pedonali, se per questo) può farlo in un’area pedonale: i velocipedi sono ammessi per default.
Devo ammettere che non sono riuscito a capire cosa sia raffigurato in questo cartello. In alto c’è indicato che non è permesso andare in bici, in basso però si direbbe che le bici sono ammesse. O lo sono solo per carico e scarico? Misteri insondabili. Tanto qui non ho la bici.

(foto scattata a Chiavari il 23 agosto 2018)

[MEDIUM] Direttiva europea sul copyright: fatti e opinioni

Copywrong, di GDJ - https://openclipart.org/detail/219802

Ora è terminato tutto il cancan sulla votazione all’Europarlamento per decidere se la direttiva per il copyright sul mercato unico digitale era a posto così e pronta per il trilogo, oppure sarebbe stato opportuno discuterla in plenaria. È arrivato forse il momento di mettere qualche puntino sulle i, presentando i temi del contendere in modo spero chiaro. Ho scelto esplicitamente di separare la prima parte (i fatti, scritti nel modo più neurto possibile) dalle mie opinioni, che sono personali e non necessariamente condivisibili. In questo modo spero possiate farvi un’idea un po’ più chiara dei temi della contesa.

Cominciamo da una premessa, anzi due. È doveroso che il lavoro creativo sia giustamente rimunerato: nessuno tra coloro che hanno espresso il loro parere contrario alla direttiva afferma che si può copiare liberamente materiale prodotto da altri senza il loro esplicito permesso (ed eventualmente pagando i diritti d’autore: sono due cose distinte). In generale, quando parliamo di copyright ammettiamo implicitamente che ci debba essere stato lavoro creativo. Ricordo però che almeno in Italia gli autori non hanno quasi mai il copyright sulle proprie opere. Se non ci credete, prendete un libro, un disco o un film e vedete cosa c’è scritto vicino alla ©. Naturalmente il titolare dei diritti (quello dopo il ©, appunto) paga l’autore per avere il diritto di pubblicare l’opera: sono le royalties, il compenso per la cessione dei diritti economici d’autore (per la legge italiana, i diritti morali - vale a dire la cosiddetta proprietà intellettuale - è inalienabile). E anche nel caso in cui i diritti siano pagati a forfait una volta per tutte e non in percentuale sugli acquisti, è vero che se l’editore non guadagna abbastanza poi non potrà più pubblicare; quindi in futuro ci perderà anche l’autore. Ricordiamoci però che non è vero che il copyright è degli autori. Ah: ricordiamoci anche che “copyright” è una parola ombrello, e ci sono tantissimi diritti, economici e no, che possono essere gestiti ognuno separatamente. In Italia per esempio il diritto morale - quello che dice “quest’opera è mia” – è inalienabile: la proprietà intellettuale rimane a te e basta. Invece in teoria uno potrebbe cedere a un editore i diritti per la pubblicazione della propria opera in versione cartacea ma non elettronica, oppure tenersi quelli per un’eventuale trasposizione cinematografica o teatrale (tecnicamente “opere derivate”; anche la traduzione lo è, il che significa che non si può tradurre un libro senza che il detentore dei diritti sia d’accordo).

Passando agli articoli della direttiva, notiamo che rispetto alla sua formulazione iniziale è stata rimossa l’eliminazione di un diritto di copyright. Il cosiddetto diritto di panorama dà la possibilità a tutti (e quindi toglie al creatore dell’opera il copyright relativo) di fotografare monumenti e palazzi sulla pubblica via e fare un uso commerciale di queste foto (gli usi personali erane già ammessi). Ora il diritto di panorama è possibile solo in alcune nazioni europee - l’Italia non è uno di questi; inizialmente era stato concesso, nel testo finale non se ne parla piú. L’articolo 11 invece aggiunge un nuovo diritto di copyright (“ancillary copyright“). Lo spirito della direttiva è che un aggregatore di notizie (si prendono titolo e un pezzetto di testo su un certo tema da più fonti) cadrebbe sotto il copyright di chi ha scritto le notizie originali, anche se ciascuno dei vari pezzi può essere usato singolarmente per il diritto di citazione. In informatica esiste già qualcosa di simile, i diritti sulle basi di dati, cioè sul lavoro fatto da chi ha messo insieme un certo numero di informazioni in modo creativo. Ricordo comunque che gli articoli presenti nell’aggregatore non possono già ora contenere il testo originale completo o comunque oltre il diritto di citazione perché in tal caso si violerebbe il copyright, e che il semplice hyperlink - la stringa che comincia con http:// e che una volta cliccata porta al sito remoto - sarebbe rimasto liberamente usabile. Infine l’articolo 13 non modifica la normativa sul copyright: ciò che è lecito o vietato continuerebbe a esserlo allo stesso modo. Quello che cambia è il modo in cui il copyright viene verificato. Ora lo è a posteriori: se io titolare di copyright trovo che tu sito hai un’opera sotto copyright ti ordino di toglierla. Con la direttiva sarebbe stato per default a priori: chi riceve dei contenuti deve verificare preventivamente che non siano sotto copyright, stringendo accordi con i vari detentori di diritti. La regola avrebbe previsto varie eccezioni, tra cui Wikipedia e GitHub, anche se la sua formulazione non era così chiara: Wikipedia è sì un progetto non-for-profit ma permette l’uso commerciale del materiale in essa contenuto, e quindi non è detto che l’eccezione sarebbe stata valida.

Fin qui i fatti. Spero che su di essi possiamo tutti essere d’accordo. Da qui in poi arrivano le mie opinioni, che potete accettare o no ma vi prego di leggere lo stesso. Cominciamo dal fondo, cioè dall’articolo 13. Ho forti dubbi che un controllo a priori funzioni su tutto il materiale sotto copyright, a meno naturalmente che si parli di Google che si memorizza tutto e se lo tiene in pancia. Come è possibile per un piccolo titolare di copyright fare accordi con tutti i siti che accettano file caricati dagli utenti? Consegna il materiale preventivamente, sperando che non vada in giro? (No, non basta avere una firma digitale sui contenuti. Basta sostituire un singolo frame del film oppure aggiungere un decimo di secondo di silenzio o ancora modificare leggermente la copertina per avere una checksum diversa senza modificare in pratica il contenuto). Viene chiesto di fare un controllo sui metadati? Vale la stessa cosa che ho detto qui sopra: semplicemente i motori di ricerca per recuperare i file piratati (ce ne sono, ce ne sono…) mostreranno anche i file che hanno leggere variazioni sul nome. Si chiederà ai piccoli siti di pagare Google per il servizio di controllo copyright? Spero proprio che non si voglia dare loro i soldi per pagare la Google Tax. Resto insomma dell’idea che sarebbe molto meglio far funzionare meglio la regolamentazione attuale a posteriori. Se io con un semplice Google Alert trovo ogni settimana nuovi siti che hanno una copia piratata dei miei libri, che ci vuole a un editore per fare la stessa cosa? Un’ultima cosa: immagino che i nostri giornali elimineranno tutte le foto “prese da Internet” nelle loro gallerie, il che in effetti non sarebbe un male… oppure pagheranno Facebook per il diritto di usare il nostro materiale. Ho controllato le condizioni d’uso: «Quando l’utente condivide, pubblica o carica un contenuto coperto da diritti di proprietà intellettuale (ad es. foto o video) in relazione o in connessione con i nostri Prodotti, ci concede una licenza non esclusiva, trasferibile, conferibile in sottolicenza, non soggetta a royalty e globale per la trasmissione, l’uso, la distribuzione, la modifica, l’esecuzione, la copia, la pubblica esecuzione o la visualizzazione, la traduzione e la creazione di opere derivate dei propri contenuti». Se non lo sapevate, sapevàtelo. (Se volete il mio parere, le frasi in grassetto non dovrebbero esserci. Ma visto che ci sono mi guardo bene dal pubblicare su Facebook qualcosa che valga davvero la pena. Per quanto riguarda questo specifico post, l’ho lasciato apposta con una licenza libera che permette anche l’uso commerciale, quindi non ci sono problemi di sorta.)

Ah già, questa non era la direttiva contro le fake news, quindi un testo come questo non sarebbe comunque stato toccato

Per l’articolo 11, io ritengo idiota che una raccolta automatica di brani di news senza nessuna creatività - è fatta automaticamente, in fin dei conti… - sia considerata un’opera protetta da copyright e quindi si vogliano chiedere soldi a Google News. Presumo che a questo punto Google farebbe come in Spagna e saluterebbe tutti, ma questo non è un mio problema. Detto questo, non ho nulla in contrario a priori al fatto che gli editori cerchino di farsi dare qualche soldo dagli Over The Top per concedere loro il privilegio di mandare traffico verso i loro siti. Sappiamo tutti che lo spirito della direttiva era questo. Bene. Allora scrivete questa direttiva in modo più specifico, e soprattutto indicando specificatamente cos’è un aggregatore di notizie e non dicendo “non si può fare nulla tranne queste nostre benigne eccezioni” (vedi il testo dell’articolo 13). Per quanto mi riguarda un aggregatore (a) contiene qualcosa in più di titolo e catenaccio della notizia stessa - quindi tutti i giornali che vivono di clickbait possono tirare un sospiro di sollievo - e (b) non contiene un testo originale. Quest’ultima parte serve per distinguere una rassegna stampa di approfondimento (per me ok) da una mera raccolta (che è sì fuori copyright, ma per cui gli editori possono chiedere soldi all’aggregatore). Poi resto dell’idea che se Google e amici dessero metadati invece che soldi saremmo tutti più felici, ma questa è un’altra storia.

Resta il punto più spinoso e proprio per quello generalmente messo sotto il tappeto dai media: il diritto di panorama. Io non riesco davvero a capire perché se c’è un edificio pubblico che tutti possono vedere mentre passano per la strada non sia possibile fotografarlo, quindi farne un’immagine a scopo didascalico e non artistico, senza il permesso di chi ha progettato quell’edificio. Come direbbe Magritte, “Ceci n’est pas un palais”, non foss’altro che perché è a due dimensioni e non tre -è qualcosa di diverso da un modellino, tanto per dire, e la foto ha comunque un contesto. Eppure non è così. Bontà loro, i nostri governanti al momento permettono le foto senza fini di lucro, di cui però Wikipedia non se può fare nulla. Altre nazioni sono molto più generose e ammettono il diritto di panorama, anche se a dire il vero l’europarlamentare Jean-Marie Cavada e i suoi amici avevano già tentato nel 2015 di abolirlo ovunque nell’UE, per evitare «che i monopoli americani come Facebook e Wikimedia sfuggano al pagamento dei diritti ai creatori» (lo ha detto lui, al limite potete lamentarvi della mia traduzione fatta ad occhio senza che io parli francese). Detto in altri termini, il concetto di diritto d’autore per queste persone è qualcosa del tipo “se vuoi regalare il tuo lavoro creativo, fa’ pure, non te lo impediamo; ma devi avere la possibilità di impedire qualunque riuso anche indiretto del tuo materiale senza che ti paghino per il disturbo”. Il mio concetto, e credo quello della maggior parte dei wikipediani, è “il lavoro creativo è sacro, ed è giusto che chi lo faccia abbia il diritto di farsi pagare per il riuso; ma la documentazione del lavoro creativo dovrebbe essere libera per chiunque, e se qualcuno riesce a farci dei soldi buon per lui”. (Nota a margine: Arnaldo Pomodoro ha dato a Wikipedia una licenza esplicita per postare immagini di una qualunque sua opera esposta in un ambiente pubblico. Presumo che abbia compreso che è tutta pubblicità). Per la cronaca, il concetto degli Over The Top dovrebbe essere qualcosa tipo “regalaci il tuo materiale: a te non serve, ma noi sappiamo come farci dei soldi su, soldi che ci teniamo tutti noi”.

Se siete arrivati fin qui, dovrebbe esservi chiaro che il problema per me non è il concetto copyright, ma la sua applicazione attuale, che non è più a favore dell’autore salvo in pochi casi eccezionali. Sarebbe per esempio interessante sapere quanti iscritti alla SIAE ricavino più di 13000 euro l’anno (mille al mese più tredicesima, come un operaio specializzato) di royalties. Il guaio è che la narrazione è nelle mani di chi in effetti sul copyright ci guadagna eccome, anche se autore non è, e quindi non vuole che si stia a pensare a cosa succede davvero. Ecco, cercate invece di azionare il cervello.

[postato originariamente qui]

[FUN] i pasdaran di Di Maio

Eccoli in una rara foto che sono riuscito a scattare.

[CTL-ALT-DEL] Passante di Milano

Come vedete, i tabelloni con gli orari nelle stazioni del passante usano CentOS. Peccato che poi il login sia rimasto bloccato.

[FUN] Il silenzio

Fa ridere solo a me? (link)

[HOWTO] recuperare il menu start

Non so voi, ma io voglio avere uno start menu abbastanza organizzato. (Finché ci riesco con Classic Shell, anche su Windows 10). Solo che spostare una a una le applicazioni che installo o aggiorno è una palla unica: molto meglio aprire i menu che sono

C:\ProgramData\Microsoft\Windows\Start Menu (globale)
%appdata%\Microsoft\Windows\Start Menu (utente)

[ENGRISH] Cretini


Ho comprato dai cinesi un cavetto USB. Il cavetto aveva le spiegazioni d’uso – d’accordo, non c’era scritto “si riuscirà a inserire solo al terzo tentativo” – in varie lingue: italiano, polacco, spagnolo, portoghese, francese.
Capisco che la “strazione improvvisa” è uno strazio; ma non sono riuscito a capire – nemmeno leggendo nelle altre lingue – come faccio a “prevenire cretini”. Qualcuno ha un’idea?

Aggiornamento: lasciando perdere il polacco che per me è ignoto, in spagnolo c’è scritto “prevenir tirones”, in portoghese “prevenir empurrões” e in francese “la prévention saccades”. In effetti Google Translate dà “cretini” per queste ultime due traduzioni: ora resta da capire se il materiale di training è stato inquinato da questo elenco multilingua oppure quello che è successo è il viceversa.

[WIKIPEDIA] Wikipedia metterebbe in pericolo la conoscenza?

L’edizione americana di Wired ha pubblicato in questi giorni un articolo del blogger iraniano-canadere Hossein Derakhshan dall’inquietante titolo “Wikipedia’s Fate Shows How the Web Endangers Knowledge”. A dirla tutta, Wikipedia è citata solo tangenzialmente nell’articolo, la cui tesi afferma che la nostra cultura si è spostata da una preminenza del testo a quella dell’immagine, intesa non solo come foto e video ma proprio come apparenza; la televisione prima e i social network poi hanno messo l’accento sulla gratificazione visiva immediata, e neppure l’enciclopedia libera riesce a contrastare questa spinta, sia per la riduzione del numero di contributori che per la crescita di voci dedicate ai divi televisivi. (Se avesse visto Wikipedia in lingua italiana avrebbe parlato anche dei calciatori: ma il punto non sarebbe cambiato poi di molto)

Leggendo il testo con un po’ più di attenzione, mi pare che Derakhshan si sia comportato come colui che ha in mano un martello e vede tutto intorno a lui come chiodi; oppure se preferite come chi ha una tesi e aggiusta i fatti perché corrispondano al risultato finale che lui vuole. Giusto per segnalare un paio di punti: è indubbiamente vero che le campagne di fundraising della Wikimedia Foundation hanno sempre toni apocalittici, ma i bilanci effettivi sono solidi; e l’avvento di Trump alla presidenza degli USA non ha cambiato le abitudini dei donatori. Inoltre il WWW non è nato come sistema testuale ma grafico, usando le workstation NeXT e sfruttando la capacità di banda della rete interna del CERN; il fatto che ì primi browser web fossero testuali, come del resto il fatto che gli antecedenti del Web come gopher fossero sistemi testuali, dipendeva solo dal costo delle connessioni dati di allora. Ma torniamo alla parte che più riguarda Wikipedia.

È assolutamente vero che il numero di contributori è fondamentalmente costante da anni: l’articolo citato da Derakhshan è del 2015 ma basta vedere le statistiche attuali per sincerarsene. Anzi potremmo dire che il 2015 è stato il punto più basso, e poi c’è stata una leggerissima ripresa. È anche però vero che la conoscenza di base dell’umanità non sta aumentando più di tanto; quello che aumenta – tantissimo – è la conoscenza specializzata. Ma Wikipedia non è il luogo dove si salva la conoscenza nuova! Il suo scopo è essere il punto di partenza per riunire l’informazione esistente e verificata da altri. Questo significa che rispetto ai suoi inizi diventa sempre più difficile trovare argomenti non dico su cui scrivere ex novo ma almeno da migliorare significativamente. Nel bene e nel male, essa è un prodotto della metodologia “good enough”; la si può sempre migliorare, ma spesso il gioco non vale la candela.

Quella che però ritengo più interessante è la dichiarazione della necessità di salvare Wikipedia dal triste fato di diventare il luogo dove “raccogliere e conservare conoscenza che non interessa a nessuno”. In questo caso l’incomprensione è doppia. La prima e più banale è che se qualcuno le scrive e tanti le leggono, quella conoscenza oggi interessa. Magari non interesserà più tra un mese, un anno o dieci anni; ma non è detto. La seconda incomprensione è invece legata come capita spesso alla concezione ancora “cartacea” di un’enciclopedia. Mentre lo spazio occupato da un certo numero di tomi è quel che è, e richiede un’attenta valutazione di cosa si può mettere e cosa no, lo spazio su Wikipedia è praticamente illimitato e si può mantenere tutto senza costi eccessivi di immagazzinamento. Meglio ancora: penserete mica che chi è appassionato di Suburra o delle statistiche del campionato di calcio di serie B e quindi inserisce a getto continuo materiale al riguardo si metterebbe a scrivere di scapigliatura oppure di spazi di Hilbert nel caso non potesse più migliorare i temi che gli interessano?

In definitiva, prendere Wikipedia come un monolite e calcolare la variazione nel tempo del “fattore di importanza” secondo una metrica personale non ha molto senso; è molto più opportuno guardare i risultati assoluti e non quelli relativi.

HOWTO: Cambiare il font in GeoGebra

Una delle cose più fastidiose di GeoGebra è che le etichette degli oggetti sono sempre scritte troppo in piccolo. Per ovviare a questo problema ci sono due possibilità. La prima è aumentare la dimensione di tutti i font da Options → Font Size, e poi ridurre quella del test da Options → Advanced → Font Size. La seconda è mettere come caption del simbolo la stringa

$ \scalebox{4} %n $

dove “4” è la dimensione relativa del carattere rispetto al default. Non dimenticate i dollari 🙂

[WIKIPEDIA] Turchia e Wikipedia: nessuna nuova, cattiva nuova

[post pubblicato su Wikimedia Italia]

Il 29 aprile scorso, le autorità turche hanno bloccato l’accesso a tutte le edizioni linguistiche di Wikipedia; il motivo addotto dal regime è l’inclusione del Paese sotto le voci «Paesi stranieri coinvolti nel conflitto in Siria» e «Stati che hanno fornito sostegno al terrorismo jihadista». Il fatto che si acceda a Wikipedia usando il protocollo crittato https e non il semplice http fa sì che sia impossibile bloccare l’accesso alle singole pagine, e quindi l’Autorità Regolatrice dell’Informazione e delle Comunicazioni turca, presumibilmente seguendo una richiesta del presidente Recep Tayyip Erdoğan, ha ordinato il blocco totale per l’enciclopedia.

Cosa è successo in questo mese e mezzo? Nulla. Gli appelli per la rimozione del blocco, anche da parte della Wikimedia Foundation, sono stati respinti: la corte ha sentenziato che «la libertà di espressione non è un diritto assoluto, e può essere ristretto se le condizioni lo rendono necessario e nelle situazioni in cui è richiesta moderazione». Dal fallito colpo di stato del luglio scorso la Turchia è in effetti ancora in stato di emergenza. L’accesso diretto a Wikipedia è dunque ancora bloccato.

La situazione attuale è ben spiegata in un articolo di Patrick Kingsley sul New York Times, Turks Click Away, but Wikipedia Is Gone. Wikipedia non è affatto l’unico sito oggetto di blocco da parte delle autorità turche, e dunque i cittadini hanno cominciato ad adottare una serie di contromisure: in pratica usano le VPN (reti private virtuali, connessioni crittografate verso un sito esterno che fa da ponte) per accedere ai contenuti che sono loro preclusi. Tutto è bene quel che finisce bene, insomma? Per nulla.

I turchi possono infatti accedere a Wikipedia, seppure con un po’ di fatica, ma non possono modificarne il contenuto. La Wikimedia Foundation impedisce infatti di editare Wikipedia a chi usa una VPN. La ragione è semplice: l’accesso con rete privata rende impossibile un’attività fondamentale per la corretta gestione dell’enciclopedia libera, ossia controllare chi fornisce contenuti e individuare chi inserisce appositamente materiale falso, in modo da impedire loro di compiere ulteriori vandalismi. Proprio perché un accesso via VPN non è tracciabile, risulterebbe troppo pericoloso e pertanto è bloccato: la coperta insomma è troppo corta.

L’impossibilità di editare Wikipedia può sembrare una cosa relativamente poco importante rispetto al riuscire ad accedere in lettura: in fin dei conti tutti consultano l’enciclopedia libera ma sono relativamente pochi coloro che ci scrivono. Purtroppo le cose non funzionano così: un testo che non può venire modificato è come una pianta a cui non viene data acqua. Prima o poi avvizzisce. Anche le enciclopedie ordinarie pubblicano regolarmente degli aggiornamenti, ma Wikipedia nasce come un aggiornamento continuo: ecco perché il blocco turco è un precedente pericoloso, e dobbiamo continuare a fare il possibile perché sia tolto.

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