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MEDIUM: La Stampa e le licenze Creative Commons

[Post apparso originariamente su Medium, https://medium.com/@.mau./la-stampa-e-le-licenze-creative-commons-7e9fc0c4c133#.xqcdt9jzy]


Come scrive il Post e si può vedere da questo tweet di Mario Castelnuovo, trend e mobile editor de La Stampa, gli articoli del quotidiano torinese non terminano più con la famigerata nota in calce ©TUTTI I DIRITTI RISERVATI, ma con una licenza Creative Commons, la CC-BY-NC-ND (si suppone nella versione 4.0, ma non ci è dato di saperlo); traducendo dal legalese, è possibile copiare gli articoli purché non a scopo commerciale e senza alcuna modifica, indicando la fonte (giornale e autore dell’articolo). La notizia è un déjà vu, a dire il vero: come raccontai al tempo, già nel 2006 i supplementi Tuttolibri e Tuttoscienze iniziarono ad essere pubblicati con una licenza CC-BY-NC-ND 2.5, anche se poi con gli anni il tutto si perse in chissà quale ristrutturazione del sito: l’anno scorso feci molta fatica a recuperare la versione elettronica di un articolo che avevo scritto per Tuttolibri, e la licenza CC non era mica presente. Ora comunque tutto il quotidiano dovrebbe avere questa licenza: ma è tutto oro quello che luccica?

Attualmente la legge sul diritto d’autore recita (articolo 65 comma 1 della legge 633/41, come modificato dal decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 68)

Gli articoli di attualita' di carattere economico, politico o religioso, pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l'utilizzazione non e' stata espressamente riservata, purche' si indichino la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell'autore, se riportato.

Detto in altro modo, la frasettina magica in calce agli articoli serve per evitare la loro copiatura; se non ci fosse, saremmo più o meno nella situazione della licenza Creative Commons CC-BY-ND, e quindi sarebbe permesso anche l’uso commerciale del testo. La frasettina sarà forse anacronistica, ma è il semplice risultato di una legge anacronistica nonostante tutte le modifiche fatte nei decenni. Quello di cui ci si può lamentare è l’asimmetria, dove le foto “prese su internet” sono spesso la norma in barba ai diritti morali di chi le ha scattate e pubblicate, ma questo andazzo purtroppo è seguito quasi da chiunque. Usare una licenza Creative Commons insomma mostra soprattutto che ci si rende conto che il mondo non è quello del 1941 e magari insegna ai lettori che esiste anche un altro mondo oltre a quello dei paletti del copyright, e questa è sicuramente un’opera meritoria. Quindi un bravo a La Stampa.

Io non sono un talebano della libertà di copiatura, e ritengo che a seconda delle circostanze sia lecito e naturale scegliere una licenza specifica. Per esempio questo mio post, visto che Medium me lo permette e io in questo caso non vedo perché non farlo, è in CC-BY-SA; potete farne quello che volete, modificarlo e anche rivenderlo a qualcuno se ci riuscite – nel caso, vi faccio i miei complimenti – e tutto quello che vi chiedo è che segnalate che in origine l’ho scritto io e che diate anche voi questi stessi diritti sulla vostra opera. La Stampa deve pagare giornalisti, poligrafici e quant’altro: mi sembra corretto che chieda che non ci sia utilizzo commerciale dei suoi articoli da parte di altre persone. Potremmo magari chiederci dove inizia l’uso commerciale, e se avere un blog che mostra pubblicità AdWords rende impossibile riportare quegli articoli: ma spero che si usi il buon senso e si dia un’occhiata a quanto può valere quella pubblicità: tanto diciamocelo, anche se ci fosse un © grosso come una casa spesso non vale la pena di far partire un’azione legale.

Quello che però trovo un’inutile clausola, nel contesto degli articoli di un quotidiano, è la clausola ND, vale a dire l’impossibilità di creare opere derivate. Potrebbe forse avere senso per impedire la traduzione in un’altra lingua, se non fosse per il fatto che tanto ci sarebbe sempre la limitazione di uso non commerciale. Non ha senso nel caso di una citazione – una o due frasi prese da un articolo – perché la legge ha sempre permesso di farlo. In pratica l’unico vero uso della clausola ND è quello di impedire di rifare un nuovo articolo, con nuove idee e suggerimenti, partendo da un articolo già esistente e comunque espressamente citato. In assoluto, qualcosa che non capiterebbe praticamente mai e comunque darebbe pubblicità al quotidiano dove la notizia è apparsa in origine; in linea di principio, un modo per tarpare il flusso non tanto della comunicazione – basta l’articolo iniziale – quanto della creazione di nuova informazione. Sì, è vero, non capiterà quasi mai: ma proprio per questo non sarebbe bello dare un segnale davvero forte di apertura alla creazione di informazione?

MEDIUM: Sei su Wikipedia? Sii grassetto!

(articolo postato originariamente qui)

Un mese e mezzo fa l’ottimo Popinga mi scrisse su Facebook segnalandomi che «La voce Algebra di Boole su Wikipedia fa cagare e non ci si capisce un cazzo.» (Scusate il tecnicismo). Guardando la voce, il secondo paragrafo recitava così:

Matematicamente si dice algebra di Boole un qualunque reticolo dotato di proprietà, quali la distributività, l’esistenza di minimo e massimo e l’esistenza del complemento: l’algebra booleana risulta criptomorfa, cioè associata biunivocamente e in modo da risultare logicamente equivalente, a un insieme parzialmente ordinato reticolato. D’altra parte ogni algebra booleana risulta criptomorfa a un particolare tipo di anello, chiamato anello booleano. La struttura può essere specificata attraverso gruppi e anelli o attraverso i reticoli in modo del tutto equivalente.

Nella discussione, poi, è anche entrata la voce Parametro (matematica) che conteneva tra l’altro questo simpatico testo:

La definizione di parametro è la seguente: è una tangente razionale con valore infinito, tale che ogni volta che si definisce un parametro si possono attribuire all’incognita i valori che secondo il parametro prestabilito risultano lineari e compatibili con il resto del sistema.

Orbene, che dire di queste frasi? Se la vostra risposta è stata come quella di Popinga che ho citato all’inizio della frase siete in ottima compagnia: è quello che ho detto anch’io, che pure forse qualcosa di matematica la so (come del resto gli altri che sono intervenuti in quella discussione…) Il problema è però più generale, ed è per questo che ho pensato di scrivere questo pippone. Se avete fretta e non avete voglia di leggere, eccovi il bignami:

  1. Cose così non dovrebbero stare su Wikipedia
  2. Se le trovate, toglietele voi

Per la cronaca, ora quelle frasi non ci sono più: i collegamenti che avete visto sono alle versioni delle voci che erano in linea in quel momento. Wikipedia è peggio di un elefante, ricorda sempre tutto e lo espone se necessario. Ma veniamo finalmente al pippone.

Cominciamo con quella che potrebbe sembrare una banalità: Wikipedia in lingua italiana è solo una. (Stavo scrivendo “una sola”, ma poi mi sono visto una sfilza di “è una sòla” e ho lasciato perdere). Quello che intendo dire non è che non si possa creare un’altra enciclopedia libera, ma molto più banalmente che c’è un’unica versione di Wikipedia in lingua italiana, o se per questo in lingua francese, tedesca, cinese, swahili… In inglese non è così, esiste anche simple.wiki le cui voci sono scritte in un “inglese semplice”, qualunque cosa ciò voglia dire. Per un italiano probabilmente è anche più complicata, perché le parole inglesi difficili hanno spesso radici greche e latine e quindi assomigliano più alle nostre. Ma il punto non è questo: il punto è che noi italiani abbiamo solo it.wiki e pertanto dobbiamo far sì che una voce sia usabile (che è diverso da “comprensibile”) da tutti: nel nostro caso iniziale, da chi ha studiato le proprietà formali delle algebre di Boole e ha velocemente bisogno di verificare se se le ricorda bene, a chi si appresta a studiarle, a chi è un semplice curioso.
Come si può ottenere tutto questo? Semplice, con una struttura della voce a strati. Il primo paragrafo della voce, la “sezione zero” come si dice nel gergo di Wikipedia, quello che appare nella parte destra dei risultati di una ricerca con Google e il suo Knowledge graph… Il primo paragrafo, dicevo, deve spiegare quello di cui si parla nella maniera più semplice possibile. Hai poi tutto lo spazio che vuoi per essere più preciso, spiegare che le affermazioni iniziali sono solo un’approssimazione, entrare nel dettaglio: addirittura puoi andare a un livello ancora più dettagliato scrivendo sottovoci apposta che vengono citate all’interno della voce principale, che si limiterà così a un riassunto. Se guardate una voce molto ampia come Italia, per esempio, troverete una sfilza di sezioni che iniziano con un riquadro: “Lo stesso argomento più in dettaglio in …”

Bene. Riprendiamo i due estratti delle voci che ho riportato all’inizio. Per quanto riguarda l’algebra di Boole, probabilmente quello che è scritto ha un senso – almeno io sono riuscito a trovare in giro qualche uso di criptomorfismo e di reticolo – ma è indubbiamente un testo estremamente tecnico, che non trovi neppure nei testi del triennio universitario, ma al limite in quelli per la laurea specialistica. La mia soluzione – perché non mi sono limitato a discutere su Facebook ma ho agito – è stata semplice: ho spostato quella parte nella sezione “definizione formale” e ho riscritto il paragrafo introduttivo, sfruttando sia la versione di en.wiki che quelle precedenti su it.wiki. Il risultato non sarà probabilmente perfetto, ma credo che sia sicuramente migliore del testo originale. In fin dei conti il modello di Wikipedia è quello di un processo continuo, a differenza di quello che accade in una tipica enciclopedia: come si direbbe dalle mie parti ma non solo, “Pitost che nient, a l’è mej pitost”. (Da allora sono stati corretti un paio di miei refusi ed è stata meglio specificata l’ultima frase dell’introduzione, per la cronaca).
Nel caso del parametro, la soluzione è stata molto più semplice: ho deciso che quella frase era semplicemente una supercazzola prematurata e l’ho semplicemente cancellata. D’altra parte, una semplice ricerca mi ha fatto notare che l’utente anonimo che più di cinque anni fa (!) aveva aggiunto quella frase aveva anche fatto un’aggiunta parimenti incomprensibile sulla voce Variabile, modifica che però era stata poi eliminata tre giorni dopo nel quadro di una riorganizzazione della voce che evidentemente non era capitata in questo caso.

Ma torniamo a bomba al titolo di questo post. Perché ho fatto queste correzioni? Forse perché su it.wiki sono uno che conta? Macché. Qualunque utente, registrato o no che sia, avrebbe potuto fare quell’operazione esattamente nello stesso modo. Ho semplicemente seguito uno degli slogan di Wikipedia, “Be bold”, cioè “osa”, anche se scherzosamente noi diciamo “sii grassetto”. Ricordate, Wikipedia è un elefante e ricorda tutto: se facciamo qualcosa per sbaglio rimettere le cose come stavano prima è molto facile. (Ah, già che ci sono: in questi casi è sempre cosa buona indicare nell’oggetto della modifica o nella pagina di discussione associata alla voce perché avete fatto una modifica. In questo modo gli altri contributori sanno che se hai fatto qualcosa di non corretto l’hai fatto in buona fede, e garantisco che in questo caso nessuno si preoccupa più di tanto dell’errore). Cancellare qualcosa che chiaramente non va è davvero facile, perché non ci si deve preoccupare della sintassi di Wikipedia!
Certo, il caso della voce sull’algebra di Boole è un po’ più complicato, e posso immaginare che uno magari non si fidi a riscrivere del testo. Però perlomeno può aggiungere il Template C:, che è un modo per dire che la voce in questione è da controllare. I template in genere sono complicati, ma qui non ci vuole poi molto: la sintassi è

     {{C:motivo|argomento|mese anno}}

In questo modo aumentate la probabilità che qualcuno abbastanza “grassetto” si accorga che c’è qualcosa che non va e si appresti a correggerlo.

Perché ricordatevelo: non c’è nessuno che controlla le voci di Wikipedia. O meglio: sono gli utenti stessi che le controllano, ma ci sono semplicemente troppe voci. La messe è molta, ma gli operai sono pochi: ecco perché una frase incomprensibile può rimanersene bella in vista per cinque anni. Ho guardato velocemente le statistiche della voce Parametro (matematica) nell’ottobre scorso: in media ci sono stati sette-otto accessi al giorno. Magari molti di questi accessi sono stati automatici, ma è possibile che nessuno abbia mai davvero letto quello che c’era scritto (all’inizio, ricordo?) E per Algebra di Boole gli accessi superano i 150 al giorno. Tutta gente che poi ha mugugnato perché non si capiva un tubo, ma a cui non è venuto in mente che dei mugugni non se ne accorge nessuno se non sono evidenziati in modo puntuale? No, non basta dire “Wikipedia fa schifo” a meno naturalmente che tu non sia contento che Wikipedia fa schifo. Se cominci a dire “La voce X di Wikipedia fa schifo” forse qualcosa si muove: se migliori la voce di X di Wikipedia allora qualcosa si è sicuramente mosso – e hai tutti i diritti anche morali di dire che Wikipedia fa schifo.

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