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    <title>Notiziole di .mau.</title>
    <link>http://xmau.com/notiziole/</link>
    <description>Pensieri slegati che scrivo quando mi viene voglia</description>
    <language>it</language>
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    <pubDate>Wed, 28 Dec 2005 23:45:51 +0100</pubDate>

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      <title><![CDATA[&lt;em&gt;Gauguin e Van Gogh; Millet&lt;/em&gt;]]></title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/200512/001987.html</link>
      <description><![CDATA[<p>Ieri avevamo prenotato e pagato. Oggi non potevamo più tirarci indietro. Non importa che a dispetto delle previsioni solatie stamattina ci fosse una nevicata di quelle davvero toste, che faceva solo voglia di starsene tranquilli davanti al camino. Non importa che stamattina ci avessero comunicato che la nostra povera 147 fosse finalmente pronta: meglio, sarebbe importato se le condizioni climatiche fossero state decenti, ma oggi era fuori discussione prendere un mezzo di trasporto che non fosse il treno. Così ci siamo avviati per Brescia, alla mostra della stagione 2005-2006 (ingresso cumulativo 15 euro; chiude il 19 marzo). <br />
L'inizio non è stato dei migliori: a parte la neve, la prenotazione via internet non funzionava, e arrivati in carrozza il capotreno ha gentilmente comunicato che saremmo partiti con dieci minuti di ritardo... perché la motrice era stata agganciata in ritardo. Non che fosse un problema insormontabile, visto che avevamo appositamente preso un treno con congruo anticipo per potere mangiare un boccone a Brescia, cosa che in efetti abbiamo fatto: non alla caffetteria del museo, che era strapiena come spesso capita quando la gente è comunque arrivata a vedere la mostra ma non vuole uscire per il freddo, ma a un bar a un centinaio di metri. Arrivati e fatta la nostra bella coda - non per i biglietti, ma per il guardaroba - siamo finalmente entrati a vedere la mostra, anzi le mostre, visto che oltre a quella principale su Gauguin e Van Gogh erano esposti una sessantina tra quadri e disegni di Jean-Francois Millet, tutti provenienti dal Museum of Fine Arts di Boston. <br />
Innanzitutto bisognerebbe chiamare la mostra "le tre G". Oltre ai due pittori, si ergeva alta e fiera la figura di Marco Goldin, il direttore di <em>Linea d'ombra</em>, la società coneglianese organizzatrice delle mostre lì a Santa Giulia. C'erano massime e aforismi di Goldin dipinte sui muri, libri di Goldin al bookshop, l'installazione multimediale a metà della mostra - l'ultimo grido della modernità per una mostra, a quanto pare - aveva una voce che recitava poesie di Goldin, e il video proiettato, dopo un interessante gioco di tridimensionalità con alcuni dei dipinti in mostra, presentava un atto unico di... come? avete detto Goldin? ma allora ci siete già stati! Lascio ai miei lettori, pochi ma indubbiamente intelligenti, decidere se è megalomania o un utile sistema sinergico per ridurre le spese.<br />
A parte ciò, la mostra mi è sembrata molto piacevole. Rispetto a quanto vedemmo al Van Gogh Museum di Amsterdam, il periodo iniziale del pittore olandese presenta una serie molto più variegata di opere, soprattutto disegni, così come si può notare l'eclettismo giovanile di Gauguin prima che decidesse di passare al primitivismo. Anche i pannelli didascalici, e i frammenti di alcune delle numerosissime lettere scritte da Van Gogh, aiutavano a comprendere meglio lo svilupparsi delle carriere dei due grandi, e le loro relazioni e influssi reciproci. Anche la mostra su Millet aveva un senso nel contesto: Van Gogh infatti imparò a disegnare anche dalle stampe milleriane, e così è stato possibile confrontare alcuni quadri e personaggi, come il Seminatore, con gli originali che li hanno ispirati.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title><![CDATA[&lt;em&gt;A sua immagine&lt;/em&gt;]]></title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/200512/001979.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/8842913642.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4"><br />
Il libro (James BeauSeigneur, <a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?isbn=8842913642"><em>A sua immagine</em></a> [In His Image], Editrice Nord 2005 [1988,1997,2003], pag. 389, € 18, ISBN 88-429-1364-2, trad. Vittorio Curtoni) ha come sottotitolo "un thriller teologico". Non mi sono perciò stupito più di tanto a scoprire che il traduttore è Vittorio "old Vic" Curtoni, che si è sempre divertito con questo sottogenere (ma guarda, Vic, che si dice "<b>alla</b> Porta Palatina!") L'idea di base è che la Sindone contenga delle cellule ancora vive (del Figlio di Dio? di un extraterrestre?) dalle quali si riesce a clonare un uomo che farà carriera all'interno di una ONU ormai a guida del pianeta. Il tutto condito da sindonologi, citazioni bibliche, ebrei messianici, spiriti guida new age, diplomatici più o meno intrallazzati, e missili nucleari. A parte lo scoop su chi fu a tradire davvero il Cristo - no, non è stata la Maddalena: Dan Brown qua non è di casa - ho trovato il libro piuttosto pesante, troppo infarcito di nozioncine e note a piè di pagina per far vedere quante cose l'autore conosce; e il disclaimer messo all'inizio e ricordato con una nota verso la fine del libro per evitarsi una fatwa cristiana mi pare francamente eccessivo... <br />
È strano invece che abbia <b>tre</b> date di copyright, come se lo continuasse a riscrivere. Il libro devrebbe essere il primo di una trilogia, ma non credo che proseguirò.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title><![CDATA[<em>L'oceano del tempo</em> (libro)]]></title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/200512/001974.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/uraniasp22.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4"><br />
Roger MacBride Allen è uno degli ultimi epigoni del genere "fantascienza hard", che cioè mette fortemente l'accento sulla parte "scientifica", lasciando perdere tutte le sortite psicologiche e simili. Troviamo così in questo libro (Roger MacBride Allen, <em>L'oceano del tempo</em> [The Ocean of Years], Urania supplemento 22 - giugno 2005 [2002], pag. 391, €4.10, ISSN 977-1120-528019, trad. Fabio Feminò) una serie di lunghe spiegazioni su come ci si può muovere in un ambiente con muffe altamente velenose che ti si attaccano immediatamente addosso, oppure sulla differenza tra tempo cronologico, soggettivo ed oggettivo: il tutto in giro per lo spazio galattico, alla caccia del terraformatore Oskar DeSilvo, che - se è davvero ancora vivo - forse ha delle idee su come bloccare il declino dell'espansione galattica.<br />
La trama si lascia leggere anche senza avere prima letto il primo volume della saga, <em>Le astronavi del tempo</em> (che io lessi, dimenticandomelo...) Il traduttore avrebbe però potuto leggere più attentamente il testo, e accorgersi di avere sempre scritto <b>ca<em>su</em>alità</b> invece che <b>ca<em>us</em>alità</b>...</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title><![CDATA[<em>La vedova Socrate</em>]]></title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/200512/001966.html</link>
      <description><![CDATA[<p>Abbiamo deciso all'ultimo momento di andare allo Studio a vedere questo monologo scritto, diretto e interpretato da Franca Valeri. E quando dico "ultimo momento", intendo dire che siamo arrivati al teatro a chiedere se c'erano biglietti. Risposta: "tutto esaurito, ma possiamo mettervi in lista d'attesa". Sì, proprio come in aeroporto: stesso identico assalto al bancone. Siamo alla fine riusciti ad entrare (a prezzo pieno, anche perché naturalmente mica ci eravamo portati gli abbonamenti dietro, e nel mio palmare c'erano i numeri dell'anno scorso), in mezzo a un pubblico più o meno coetaneo alla Valeri.<br />
Devo dire che l'inizio è stato per me uno choc: la Valeri, che tra l'altro non ha voluto il microfono da viso,  ha ormai ottantacinque anni, e nelle sue prime battute li si sentiva tutti, anche se paradossalmente con lo svolgersi del monologo ha ripreso forza. Certo che, con un'improbabile parrucca bionda e delle ancora più improbabili zeppe dorate, Valeri-Santippe ne aveva per tutti: non solo per il suo ormai defunto marito Socrate, del quale finalmente si poteva vendicare per tutte le battute da lui fatte, ma per Aristofane, Alcibiade, Agatone... e naturalmente per Platone, che le aveva rubato tutti i diritti d'autore per le opere del marito: e dire che Socrate l'aveva semplicemente assunto come copista!<br />
Un bello spettacolo, non c'è che dire: certo che questi grandi vecchi sono tosti...</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title><![CDATA[<em>American Gods</em> (libro)]]></title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/200512/001958.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/8804520833.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4"><br />
Il titolo di questo libro (Neil Gaiman, <a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?isbn=8804520833"><em>American Gods</em></a>, Mondadori - piccola biblioteca Oscar 2003 [2002], pag. 523, € 9, ISBN 8804520833, trad. Katia Bagnoli) può fare pensare a tante cose. E in effetti nel libro le si possono trovare probabilmente tutte. L'idea di base non è affatto nuova: gli dei esistono perché la gente crede in loro, e la loro potenza dipende direttamente da questo. Solo che un dio è anche legato a un luogo: gli emigranti negli Stati Uniti si sono così portati con sé una nuova copia del dio. Ma l'America, si sa, brucia gli dei: così troviamo questi tipi anzianotti, come il signor Wednesday (colta la citazione? non preoccupatevi, viene spiegata nel testo) che vivono di espedienti vari e cercano di riunirsi tutti insieme per sconfiggere i nuovi idoli, come la signora Media. Il tutto facendosi aiutare da Shadow, quasi un Parsifal riportato nel ventunesimo secolo. <br />
Il libro si legge che è un piacere. L'unica cosa che avrei voluto aggiungere al testo è un glossarietto con tutti i riferimenti alle varie mitologie. Alcune le ho riconosciute facilmente, altre mi hanno fatto risvegliare ricordi sopiti da decenni, ma confesso che ce ne sono alcune che mi sono totalmente oscure.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title><![CDATA[<em>Zucker!… come diventare ebreo in 7 giorni</em> (film)]]></title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/200512/001954.html</link>
      <description><![CDATA[<p>La trama di questo film è più o meno semplice: Jackie Zucker, nato come Jakob Zuckermann, non ha seguito il resto della famiglia fuggita da Berlino nel '61 ed è diventato un personaggio abbastanza famoso nella DDR, rinnegando le proprie origini ebraiche. La riunificazione però l'ha rovinato, e sta per essere imprigionato per debiti, quando viene a sapere che sua madre è morta e potrà avere la sua eredità... solo se si riconcilierà con il fratello, che invece è rimasto un ebreo ortodosso. La coabitazione forzata finirà più o meno come ci si può immaginare.<br />
La cosa strana di questo film è che è tedesco. E lo si vede: c'è un qualcosa di "Goodbye Lenin", e le situazioni, più che yiddish, sembrano essere teutoniche. Il risultato finale non è una grossa grassa risata, ma ad ogni modo è una visione piacevole.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title><![CDATA[&lt;em&gt;Longitudine&lt;/em&gt;]]></title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/200511/001951.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/8817112909.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4"><br />
Oggi abbiamo i GPS che ci dicono dove ci troviamo con un errore massimo di pochi metri, e la facciamo semplice. Ma non è sempre stato così: fino a pochi secoli fa, soprattutto in mare, ci si poteva perdere, e rischiare di morire per inedia o naufragando contro gli scogli. Il problema della latitudine si poteva risolvere abbastanza facilmente; ma la longitudine ("sinistra o destra?" su una cartina geografica, tanto per intenderci) sembrava impraticabile. Ecco così la storia (Dava Sobel, <a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?isbn=8817112909"><em>Longitudine</em></a> [Longitude], Rizzoli BUR Saggi - 1999 [1995], pag. 155, €7, ISBN 88-17-11290-9, trad. Gianna Lonza e Olivia Crosio) di una lotta titanica per trovare un sistema per calcolare la longitudine, il tutto condito da un enorme premio, l'equivalente di vari milioni di euro, offerto da un'apposita <em>Commissione per la longitudine</em> britannica. Eh sì, gli inglesi dominavano i mari e quindi ne avevano un gran bisogno. Ci furono due partiti: quello degli astronomi, che utilizzavano le stelle fisse e una serie di manuali, e quello... di John Harrison, un orologiaio autodidatta che passò la sua vita a costruire quattro diversi modelli di orologio, sempre più precisi. Infatti un orologio sincronizzato esattamente con l'ora di un certo luogo permette automaticamente di calcolare la longitudine relativa: basta misurare la posizione del sole a "mezzogiorno". Harrison fu sempre inviso all'establishment, nonostante i suoi modelli sbagliassero di qualche secondo in tre mesi di viaggio in mare, e non ottenne mai tutto il premio meritato.<br />
Il libretto è molto avvincente, anche se qualche volta la traduzione mi sembra un po' tirata; una lettura piacevole.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title><![CDATA[&lt;em&gt;Mario Sironi/Constant Permeke - I luoghi e l’anima&lt;/em&gt;]]></title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/200511/001946.html</link>
      <description><![CDATA[<p>Sfruttando il fatto che <em>La Repubblica</em> era il "media partner" della <a href="http://www.exibart.com/profilo/eventiV2.asp/idelemento/24153">mostra</a>, e quindi potevamo entrare con biglietto ridotto - 6 euro e mezzo anziché 8 - e soprattutto con una visita guidata, oggi siamo andati a Palazzo Reale. <br />
Non so se per la nevicata che non faceva certo venire voglia di andare in giro o perché dall'altra parte c'è la finta mostra di Caravaggio, ma Stefano - la nostra guida - ha guidato...  quattro persone, il che ci ha dato la possibilità di avere una fruizione molto personalizzata, anche perché comunque non è che ci fossero chissà quante altre persone.<br />
Non ho capito la logica di questo accostamento. Sironi e Permeke sono praticamente coetanei, ed entrambi pittori: ma la similitudine finisce qua. Affermare che "ciascuno superò la propria corrente pittorica" è una frase fatta senza troppi significati; e nonostante i diversi stili che ciascun pittore ha seguito nella loro arte, non è mai capitato di vedere un quadro e sbagliarne l'attribuzione :-)<br />
Alle opere dei due artisti sono state associate delle installazioni (fotografie, e un video in stile fotografico) di Francesco Jovine, che ha ripercorso oggi i luoghi cari ai due pittori. Le immagini erano anche interessanti, ma anche qui non ho assolutamente capito quale fosse la <em>reale</em> relazione con i quadri. E non venitemi a dire che non capisco l'arte, vi prego.<br />
La mostra - che rimarrà fino al 29 gennaio - è comunque interessante, nonostante queste stranezze.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title><![CDATA[<em>Le parole dimenticate di Gesù</em>]]></title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/200511/001943.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/8804513470.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4"><br />
Il libro (Mauro Pesce, <a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?isbn=8804513470"><em>Le parole dimenticate di Gesù</em></a>, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori 2004, pag. 814, € 27, ISBN 88-04-51347-0) prometteva bene: una raccolta di detti attribuiti a Gesù e non presenti nei vangeli canonici. Ho così deciso di comprarmi il libro, non preoccupandomi del pacco di note al testo: un po' di filologia non fa mai male. Però le mie speranze si sono infrante man mano che leggevo. Lasciamo perdere le decisioni di quali possano essere "parole di Gesù" e quali no; questo lo posso anche far passare come scelta dell'autore. Ma innanzitutto c'è stata la scelta di usare solo testi greci e latini (messi come testo a fronte, magari per far vedere quanto si è bravi a tradurre... e nelle citazioni latine, usando la u minuscola al posto della v), saltando i brani in copto e in altre lingue che ad esempio ci avrebbero dato tutto il Vangelo di Tommaso. Poi se c'è un autore, chessò Girolamo, che cita un brano dal Vangelo degli Ebrei, il brano è citato due volte: prima come Vangelo degli Ebrei, poi come Girolamo. Non importa che siano le stesse parole. Frasi che appaiono in decine di testi, come "Siate cambiavalute accorti", sono commentate decine di volte. Insomma, una specie di centone senza un vero filo logico.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title><![CDATA[<em>Tutta un'altra cosa</em> (libro)]]></title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/200511/001937.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/urania1500.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4"><br />
Urania ha festeggiato il suo millecinquentesimo numero (John Kessel et al., <em>Tutta un'altra cosa</em></a>, Urania 1500, luglio 2005, pag. 310, €3.60, ISSN 9-771120-528361) con una copertina più colorata del solito, un racconto lungo - <em>Storie di uomini</em> di John Kessel, e una serie di storie scritte dai curatori della rivista in tutti questi anni (non che siano molti: Urania è di un conservatore che fa paura). La storia di Kessel non era affatto male, soprattutto per la sua decisione di rovesciare un assunto base della nostra civiltà: un classico tema fantascientifico. Per il resto, il giudizio è abbastanza negativo, visto che i miniracconti di Fruttero e Lucentini sono già state visti più volte, e le altre storie non è che valgano molto. Il racconto di Giuseppe Lippi  (<em>Il lago d'inferno</em>) poteva essere l'eccezione: peccato che le ottime idee siano state espresse in maniera scarsamente comprensibile.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title><![CDATA[<em>Nomade</em> (teatro)]]></title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/200511/001930.html</link>
      <description><![CDATA[<p>In questi giorni allo Smeraldo c'è questo <a href="http://www.teatrosmeraldo.it/eventi/dettaglio_spettacolo.aspx?IDEvento=645">spettacolo</a> del <a href="http://www.cirque-eloize.com/">Cirque Eloize</a>. Il nome di "circo" non è messo a caso: anche se lo spettacolo prevede musiche e danze, il punto forte sono indubbiamente i numeri degli acrobati, che sono davvero eccezionali e fanno trascorrere abbastanza bene le due ore dello spettacolo, anche se non è esattamente il mio tipo preferito.<br />
A margine, un paio di note sul teatro Smeraldo, visto che è la prima volta che ci andavo. Le poltrone, almeno su in balconata, sono così ravvicinate che per me è assolutamente impossibile infilarmici senza puntare le ginocchia contro il sedile davanti. Per fortuna il posto vicino al mio era sul corridoio e libero, così mi sono potuto accomodare un po' meglio. Ma la cosa che mi ha lasciato maggiormente basito è stata lo schermo che è stato calato prima dell'inizio... per proiettare la pubblicità. È la prima volta che mi capita di vederlo in un teatro; tra l'altro lo stesso rullo è stato fatto passare durante l'intervallo... <br />
A parte la pubblicità vera e propria, mi ha fatto sorridere l'accostamento dei trailer degli spettacoli nei teatri associati: far seguire al <em>Rocky Horror Show</em> quello di <em>Forza venite gente</em> rivela un senso dell'umorismo non banale.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title><![CDATA[&lt;em&gt;Re Lear&lt;/em&gt;]]></title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/200511/001918.html</link>
      <description><![CDATA[<p>Quest'anno in cartellone al Piccolo ci sono <em>due</em> allestimenti del Re Lear. Quello della sezione Festival nel prossimo maggio sarà di una compagnia di San Pietroburgo e la rappresentazione sarà appunto in russo con sovratitoli in italiano; nulla contro di loro, ma all'idea di tre ore di spettacolo in una lingua incomprensibile abbiamo pensato bene di scegliere la versione nella nostra lingua, che resterà in scena fino al 20 novembre.<br />
Il Re Lear è secondo me una tragedia fuori da ogni contesto storico: la si potrebbe tranquillamente riproporre ambientata al giorno d'oggi senza toccare praticamente nulla. Antonio Calenda e la compagnia del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia hanno scelto una strada molto minimalista. La scenografia è praticamente nulla, con alcune basse pedane e due scranni messi e tolti più volte nel primo atto; nel secondo non ci sono nemmeno questi accessori, ma sullo sfondo rimane l'enorme tronco già visto alla fine del primo atto, che serve anche da capanna. Anche i costumi, dopo un po' di colore all'inizio, tendono sempre più a un grigio uniforme, come per dare più forza al testo, eliminando le sirene visive per fare riflettere sul gioco di specchi tra la pazzia simulata e quella reale, e tra la verità che si nasconde e la menzogna che si alimenta di sé stessa.<br />
Roberto Herlitzka ha un'interpretazione forse persino un filino sopra le righe: sarò io ad essere un po' troppo pretenzioso, ma non mi ha convinto troppo la differenza tra il lessico "alto" degli altri attori - con l'eccezione del conte di Glouchester - e il suo continuo cambiare di registro. Ultima nota di colore: ieri sera eravamo in prima fila - si vede davvero tutto! - e mi trovavo unico maschio in una compagnia di sei persone. Le altre hanno espresso un notevole apprezzamento per la bellezza degli interpreti minori, tanto da scherzare chiedendosi se non si poteva ripristinare la vecchia usanza di andare nei camerini dopo lo spettacolo...</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title><![CDATA[<em>Watching the English</em> (libro)]]></title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/200511/001917.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/0340818867.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4"><br />
Occhei, gli inglesi sono indubbiamente gente strana, Lo sappiamo tutti. Però che un'antropologa albionica decida di fare ricerche sul campo per scoprire "le regole nascoste del comportamento inglese" (come da sottotitolo) sembra un po' esagerato. Eppure è quanto Kate Fox ha fatto in questo libro (Kate Fox, <a href="http://www.amazon.co.uk/exec/obidos/ASIN/0340818867/026-1991467-1267653"><em>Watching the English</em></a>, - Hoder 2004, pag. 424, Lst. 7.99, ISBN 0-340-75212-2). Probabilmente è colpa di un'infanzia passata dietro il padre, anch'egli antropologo ma più mainstream, e della scarsa voglia di andarsene chissà dove a cercare le tribù più sperdute, ammesso che ne esistano alcune. Parte così una ricerca che cerca di spiegare i comportamenti degli inglesi a partire da un piccolo numero di caratteristiche, al centro delle quali si trova la "dis-ease", un gioco di parole tra "malattia" e "incapacità di sentirsi a proprio agio". La Fox è ovviamente inglese anche lei, e quindi non può esimersi dal riempire il libro con il British humour (con la u: mica è americano!) e la necessità di giocare con le parole, oltre che fare notare in tutti i campi da lei trattati l'onnipresente presenza del concetto di classe. Forse un po' troppo lungo, ma certamente godibile, ad ogni modo. Il guaio è che a leggere il libro mi sono sentito molto, molto britannico. Non so se sia un bene o un male.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title><![CDATA[<em>Non dire il mio nome</em> (libro)]]></title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/200511/001904.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/8882370844.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4" /><br />
Il titolo del libro che la <a href="http://www.onemoreblog.org/archives/007962.html">Autorevole Giuria di OneMoreBlog</a> mi ha immeritatamente assegnato (Paola Presciuttini, <a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=4284&c=XUR3FSRPOGXCJ"><em>Non dire il mio nome</em></a>, Meridiano Zero - Gli Intemperanti 2004, pag. 285, &euro; 11, ISBN 8882370844) racchiude in un certo senso la storia: la ragazzina tosco-napoletana di basso ceto vuole fuggire non solo da Rosignano Solvay e dalla famiglia, ma anche dal proprio nome, che ci verrà detto solamente all'ultima pagina. Non appena scappata di casa ancora diciassettenne lei diventerà Pedro, e troverà nonostante tutto il suo amore.<br />
In questa terza fatica letteraria della Presciuttini, personalmente ho trovato troppo frammentata la prima parte: anche con il senno di poi, i flashback spezzettano inutilmente la storia, che invece scorre davvero velocemente nella seconda e terza parte. La caratterizzazione della protagonista è indubbiamente azzeccata, soprattutto per il punto di vista che ha su quello che capita intorno a lei. Il mondo, anzi i due mondi, che ha frequentato sono infatti descritti in maniera oserei dire asettica, senza costringere nemmeno il lettore a tranciare giudizi. Peccato che le date del suo soggiorno fiorentino non tornino; un piccolo neo di editing.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title><![CDATA[<em>Impressioni dalla Cina</em> (mostra)]]></title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/200510/001898.html</link>
      <description><![CDATA[<p>Questa <a href="http://www.triennale.it/triennale/sito_html/impero_cina/index.html"> mostra fotografica alla Triennale</a> (fino al 20 novembre; ingresso 5 euro) raccoglie un'ottantina di fotografie di James Whitlow Delano, dedicate tutte alla Cina di questi ultimi dieci anni: terra di contraddizioni oggi forse ancora maggiori di un tempo.<br />
Lo stile di Delano è molto personale: bianco e nero molto poco luminoso ("viraggio caldo", se si vuole parlare difficile), e un gusto del particolare spesso rubato. Come sempre quando si tratta di fotografie, io non è che ci abbia capito molto; devo però dire che mi hanno colpito le espressioni delle persone colte dallo scatto. È difficile che sorridano: hanno quasi un viso per così dire rassegnato, quasi non possano aspettarsi nulla di diverso. Sullo sfondo poi si possono notare le differenze tra le immagini della Cina di una volta e i grattacieli postmoderni: come raccontano le didascalie della mostra, "La Cina sarà sempre diversa dall'Occidente, ma lo sarà sempre di meno".</p>]]></description>
    </item>

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