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    <title>Notiziole di .mau.</title>
    <link>http://xmau.com/notiziole/</link>
    <description>Pensieri slegati che scrivo quando mi viene voglia</description>
    <language>it</language>
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    <pubDate>Sat, 18 May 2013 07:00:00 +0100</pubDate>

    <item>
      <title>_Linee tranviarie a Torino_ (libro)</title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/201305/008445.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/9788885068384.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4" />Ognuno di noi ha i suoi interessi, più o meno inconfessabili. Tra le molteplici cose che mi piacciono ci sono le linee tranviarie: essere nato e cresciuto a Torino ed essermi poi trasferito a Milano, due città che nonostante tutto hanno mantenuto una rete abbastanza capillare, probabilmente ha favorito questa mia mania. Se poi aggiungete la mia mania classificatoria, comprenderete senza dubbio quanto io abbia apprezzato questa opera (Antonio Accattatis, <a href="http://www.phasar.net/catalogo/libro/linee-tranviarie-a-torino"><em>Linee tranviarie a Torino</em></a> : l'evoluzione della rete tranviaria cittadina dalla Sbt al GTT, Phasar edizioni 2007, pag. 236, ISBN 9788885068384).<br />
	<br />
Accattatis ha raccolto e ordinato tutte le informazioni possibili sull'evoluzione della rete tranviaria di Torino: per dire, in un'appendice vengono persino indicate soppressioni e riparazioni dovute ai bombardamenti alleati nella seconda guerra mondiale. Il libro è diviso in tre parti: la prima tratta del periodo fino agli anni 1920 in cui c'erano ben tre concessionarie, ciascuna con i propri binari che correvano in vie assolutamente improbabili; la seconda racconta della nascita dell'Atm e dell'evoluzione (e successiva involuzione...) della rete fino alla famigerata rivoluzione del 1982, quella per cui si diceva che l'assessor Rolando avesse scoperto che la linea più breve tra due punti fosse il gomitolo; la terza parla della rete a griglia con le modifiche successive fino al 2007, data di pubblicazione del libro. Nella seconda parte si racconta anche delle tranvie intercomunali, che ebbero una vita piuttosto effimera ma lasciarono tracce durature (come mai per esempio i binari in corso Francia erano posizionati su un solo lato della carreggiata?)<br />
Una caratteristica positiva del libro è la visione di insieme, associata poi ad alcune minuzie davvero curiose: per esempio tra le due guerre c'erano vari capolinea "a cappello di prete" dove il tram faceva un piccolo tratto in retromarcia per riposizionarsi, ma con il vantaggio di occupare molta meno sede stradale. L'unico appunto che farei è la mancanza di cartine cittadine per mostrare la rete in momenti topici della storia di Torino, per esempio prima del taglio del 1966. Mi sa che non si può pretendere proprio tutto.<br />
</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title>Creperie d&apos;Auriane (ristorante)</title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/201305/008434.html</link>
      <description><![CDATA[<p>L'altra settimana, dopo avere accuratamente lasciato i gemelli dai nonni, Anna e io siamo andati a provare la <a href="http://www.creperieauriane.it/">Creperie d'Auriane</a>, visto che prima che riusciamo ad andare in Francia a mangiarle ce ne vorrà.<br />
Niente da dire sul locale, piccolo ma molto ben tenuto. Le galettes, dice mia moglie che è l'esperta di famiglia, sono troppo sottili, soprattutto se uno prende qualcosa appena oltre la base; le crepes dolci sono invece corrette. Detto questo, iniziano le note dolenti. Secondo il menu, tutti gli ingredienti sono scelti con cura: questo non era il caso della panna, che non era fresca ma industriale. In compenso la bottiglia di sidro francese costa 13 euro, e non c'è la possibilità di ordinarlo al bicchiere ("ma se vuole può portarsi a casa la bottiglia non terminata: il vuoto non è a rendere". Scusa, ma portarsi a casa il doggy bag è il minimo sindacale, e con il ricarico che fai voglio vedere se mi avessi ancora fatto pagare il vuoto). La birra è solo in bottigliette francesi da 33 centilitri per sei euro, e il titolare nel versarla - manco fosse un vino d'annata - è anche riuscito a farla uscire fuori dal bicchiere. <br />
In definitiva, uno dei tanti posti per cui Milano è famosa (famigerata). Non credo ci torneremo.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title>_L&apos;anima dell&apos;uomo sotto il socialismo_ (libro)</title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/201305/008425.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/9788878191242.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4" /> Di "socialismo" in questo libro (Oscar Wilde, <em>L'anima dell'uomo sotto il socialismo</em> (The Soul of Man under the Socialism), Tea 1989, pag. 92, &euro; 5,16, ISBN 978-88-7819-124-2, trad. Luisella Artabano) se ne parla tanto quanto se ne parlava nel PSI degli anni 1980, giusto per fare un confronto storico. Sì, c'è qualche accenno all'inizio e alla fine del testo, soprattutto in salsa anarchica; ricordo che il pamphlet è del 1891, quindi ben precedente a Lenin e quando anarchici come Bakunin erano ancora ricordati. E di che parla, allora? Beh, mi pare ovvio: di Wilde stesso, o più in generale degli artisti che possono essere gli unici uomini veramente liberi. Il socialismo è solo un mezzo perché le macchine facciano il lavoro pesante e la gente possa finalmente fare quello che piace loro, insomma: più che socialismo, individualismo. Ma poi Wilde divaga, e inizia a lamentarsi di tutti gli artisti che invece che seguire la loro ispirazione scelgono di fare quello che piace al pubblico e quindi in un certo senso si prostituiscono: il pensiero della massa per lui è intrinsecamente negativo, e un vero artista ha come scopo quello di portare la massa ad acculturarsi, non certo di dare loro quello che vogliono. Come esempio di "bravo artista" fa poi il nome di George Meredith che "riesce a fondere la riflessione filosofica con l'arte del narrare" (pag. 75): confesso di non averlo mai sentito nominare, ma in fin dei conti io sono massa e conosco al più Gilbert e Sullivan...<br />
La traduzione di Luisella Artabano mi pare un po' ricercata, e mi chiedo se non fosse stato meglio usare uno stile un po' più sanguigno; è comunque scorrevole, e il libro si legge molto in fretta anche perché davvero breve; l'introduzione di Luciano Cafagna a mio avviso può essere saltata, perché non aggiunge moltissimo al testo.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title>_Lavoro, dunque scrivo!_ (libro)</title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/201304/008415.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/9788808199171.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4" /> Scrivere non è semplice. No, non è vero: scrivere è semplice, basta vedere quanto tutti noi scriviamo, dagli sms ai twit agli aggiornamenti su Facebook, per tacere di chi ha un blog o pubblica un libro. Diciamolo allora meglio: scrivere <b>bene</b> non è semplice. Per "bene" non si intende essere Nobel per la letteratura, ma molto più terra terra riuscire a far passare al lettore i concetti che si vuole comunicare in modo semplice ed efficace. Luisa Carrada lo sa bene, visto che spiegare queste cose è il suo lavoro e da molti anni ha anche un sito e un blog sul tema, Il mestiere di scrivere. Con questo suo libro (Luisa Carrada, <a href="http://www.amazon.it/o/ASIN/8808199177?tag=notizioledima-21"><em>Lavoro, dunque scrivo!</em> : creare testi che funzionano per carta e schermi</a>, Zanichelli "comunicare" 2012, pag. 468, &euro; 21, ISBN 9788808199171) la Carrada si occupa di testi di comunicazione standard: sia pubblicitari che aziendali, sia cartacei che elettronici. Il suo punto di vista è semplice: indubbiamente c'è una bella differenza, però i principi di base sono gli stessi e c'è anche una certa osmosi, perciò tanto vale studiarli assieme. La struttura del libro è molto sminuzzata; non solo i capitoli possono essere letti indipendentemente, ma anche all'interno del capitolo i concetti sono presentati in pillole, con dovizia di esempi "così non va bene / così è meglio". Ogni capitolo termina con una ricapitolazione rapida dei temi trattati e con una sezione bonus con link di approfondimento; molte nozioni sono di puro buon senso - il che non significa che non sia bene averle nero (e rosso) su bianco! - altre sono meno immediate. Una volta abituatisi alle pagine che terminano a metà - la scelta di Carrada è stata evitare per quanto possibile di spezzare le unità di base del testo - la lettura è piacevole e comoda; inoltre acquistando il libro è possibile scaricare dal sito Zanichelli l'ePub da portarsi sempre dietro. Ottima idea!</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title>_40 Paradoxes in Logic, Probability, and Game Theory_ (ebook)</title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/201304/008408.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/B00CCUMC8Y.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4" />Presh Talwalkar ci ha proprio preso gusto. Sono passati tre mesi <a href="http://xmau.com/notiziole/arch/201301/008241.html">dal suo ultimo ebook</a>, e ne ha già sfornato un altro! (Presh Talwalkar, <a href="http://www.amazon.it/dp/B00CCUMC8Y?tag=notizioledima-21"><em>40 Paradoxes in Logic, Probability, and Game Theory</em></a>, Kindle 2013, &euro; 2,68). Come è sua abitudine, una delle cose più piacevoli dei libri di Presh è che quando scrive fa sempre esempi terra-terra; in questo caso permette al lettore di vedere che i vari paradossi non hanno nulla di astratto, ma corrispondono a cose che potrebbero capitarci davvero... o quasi, visto che in effetti il Paradosso della Domanda prevede l'esistenza di un angelo :-) Soprattutto poi il lettore riesce a capire che alcuni paradossi non sono affatto tali, ma nascono semplicemente da un modo errato di vedere le cose, o dal fare delle affermazioni logicamente impossibili. Restano però parecchi casi in cui il paradosso si direbbe assolutamente inestricabile: se ci pensate, è strano che la nostra mente riesca a trovare delle affermazioni che poi non è possibile decodificare.<br />
Altri due punti a favore del libro sono la scelta dei paradossi, che comprende sia alcuni vecchi classici che alcuni classici "moderni", dal barbiere di Russell al paradosso di Simpson a quello di san Pietroburgo, ma anche esempi di nemmeno vent'anni fa: i logici si divertono ancora oggi a inventare nuovi modi per stupirci. Inoltre il materiale sui paradossi della teoria dei giochi proviene, anche se riadattato, dal blog di Presh, ma tutto il resto - i paradossi logici e quelli probabilistici, che compongono la maggior parte del testo - sono materiale mai pubblicato. <br />
In definitiva un ottimo testo per avvicinarsi in maniera scientifica ai paradossi e scoprire la loro intrinseca bellezza... anche se a volte ci fanno sbattere la testa contro un muro!</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title>_Abbasso Euclide!_ (libro)</title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/201304/008392.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/9788804623021.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4" /> Con questo suo libro (Piergiorgio Odifreddi, <a href="http://www.amazon.it/o/ASIN/8804623020?tag=notizioledima-21"><em>Abbasso Euclide!</em> : Il grande racconto della geometria contemporanea</a>, Mondadori 2013, pag. 370, &euro; 22, ISBN 9788804623021) Odifreddi termina la sua trilogia della "storia della geometria passando per l'arte", dedicandosi a quanto capitato negli ultimi 130 anni o poco più. <br />
Devo dire che ho trovato la prima parte del libro, dove si parla di politopi, superfici e teoria dei nodi, inferiore a quello a cui Odifreddi ci aveva abituato negli altri due volumi: la matematica forse è più difficile da visualizzare, e sicuramente la geometria non è il mio forte, ma mi è parso che nemmeno l'autore fosse completamente convinto di quello che stava scrivendo. (Il "completamente" serve a chi spiega per rigirare le cose in un modo totalmente diverso da quello di partenza, per la cronaca). Fortunatamente però il matematico cuneese si riscatta alla grande con la seconda parte, a partire dalle dimensioni frattali per arrivare alle geometrie finite e alla descrizione hilbertiana dei fondamenti della geometria; questi ultimi soprattutto sono presentati in una maniera assolutamente chiara e didattica, senza limitarsi a dire perché ci vogliono tutti quei postulati ma mostrando dove e come Euclide aveva fatto delle supposizioni senza accorgersene e quindi indicarle.<br />
Continuo ad avere dei dubbi sull'idea di avvicinare la geometria per mezzo dell'arte, anche se devo ammettere che i vari tipi di prospettiva "sbagliata" abbinati alle trasformazioni affini sono stati un tocco da maestro; come commento finale diciamo che secondo me non è un libro "facile", anche se è molto colorato, ma che può comunque dare delle soddisfazioni a chi è incuriosito dalla geometria e vuole mettersi un po' in gioco. Leggete però prima gli altri due volumi!</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title>_The Joy of x_ (libro)</title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/201304/008378.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/9780547517650.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4" /> Qualche anno fa Steven Strogatz ha tenuto una rubrica settimanale sul New York Times (ehm...) raccontando della matematica di base in termini non matematici ma più terra terra. A partire da quegli articoli ha poi scritto questo libro (Steven Strogatz, <a href="<a href="http://www.amazon.co.uk/dp/1848878435?tag=notizioledi0b-21"><em>The Joy of X</em> : A Guided Tour of Math, from One to Infinity</a>, Eamon Dolan 2012, pag. 336, $27, ISBN 9780547517650), che in ventinove brevi capitoli, riuniti in sei sezioni (numeri, relazioni, forme, cambiamenti, dati, frontiere) permette al lettore curioso di farsi un'idea non scolastica di cosa può essere la matematica.</p>

<p>A parte i titoli "musicali" dei capitoli - io ho notato immediatamente Take It to the Limit, Step Into the Light, Twist and Shout, ma il capitolo che parla di moltiplicazione per esempio si intitola Rock Groups - il libro mi è piaciuto proprio per questo suo approccio non standard, più interessato a far vedere la matematica al nostro fianco che a spiegare come funziona. Tanto che funziona lo sappiamo tutti, no? Al limite non la sappiamo far funzionare, ma in un certo senso questo è secondario. Ecco: invece che mettersi a parlare della bellezza della sua matematica o della sua utilità, cose che in effetti dopo un po' cominciano a stancare, è bello vedere parlare per una volta della <b>normalità</b> della matematica: con le sue idiosincrasie, certo, ma chi di noi non ha qualche tic? Un'altra sezione che di solito viene snobbata ma in questo caso merita davvero è la bibliografia ragionata: non una semplice serie di (bei) testi, ma anche una spiegazione di cosa ci potete trovare. Strogatz non è il primo a fare qualcosa del genere, ma è sempre bello trovare qualcuno che lo faccia.</p>

<p>Se sapete abbastanza bene l'inglese, cercatevi il libro; so che ne esiste anche una traduzione in spagnolo, mentre mi è stato detto che la traduzione italiana è in corso d'opera: insomma, al limite potete provare ad aspettare qualche mese.</p>

<p>P.S.: ho tradotto alcune frasi del libro che mi sono particolarmente piaciute: le potete vedere <a href="http://www.ilpost.it/mauriziocodogno/2013/04/06/citazioni-da-the-joy-of-x/">sul Post</a>.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title>_Kierkegaard_ (libro)</title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/201303/008366.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/9788825006230.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4" /> Io ci ho anche provato. Ricordavo perfettamente come al liceo io e la filosofia non siamo mai andati d'accordo; però mi sono detto "magari ora sono vecchio e saggio, e le cose vanno meglio". Così ho recuperato dai recessi della mia libreria questo volumetto (Giorgio Penzo, <a href="http://www.amazon.it/o/ASIN/8825006233?tag=notizioledima-21"><em>Kierkegaard</em> : La verità eterna che nasce nel tempo</a>, Edizioni Messaggero Padova 2000, pag. 144, &euro; 9,30, ISBN 9788825006230) e mi sono più o meno coscienziosamente messo a leggerlo. Risultato: zero. Ho capito che secondo l'autore Kierkegaard ha molti punti in contatto con Nietzsche, il che mi pare strano considerando che quest'ultimo è un nichilista mentre il danese vede tutto con la lente del suo cristianesimo. Ho anche capito che dovrebbe anche avere qualcosa a che fare con Meister Eckhar, che però non so assolutamente chi sia: non pretendete troppo da me!<br />
A dire il vero credo di avere capito qualcosa qua e là: il paradosso, la distinzione tra la fede "esistenziale" e quindi vera e la fede "dottrinale" / "scientifica" che è invece falsa, l'"abbassamento" di Gesù. Però rimangono punti sparsi in un grande spazio vuoto: capisco che l'impostazione della collana a cui questo libro appartiene mette maggiormente l'enfasi sul rapporto tra filosofia e teologia, ma sono convinto che aggiungere un capitolo introduttivo con un rapido ripasso di "esistenzialismo for dummies", oltre che spiegare la diatriba tra Kierkegaard e i vescovi danesi, sarebbe stato di grande aiuto. Vabbè, mi sa che prima di ritornare sulla filosofia passerà ancora un bel po' di tempo.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title>_Viva la libertà_ (film)</title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/201303/008373.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/notiziole/thumb/vivalaliberta.JPG" align="left" alt="[locandina]" hspace="4" />A Toni Servillo ormai non basta più fare il protagonista di un film: così <a href="http://filmup.leonardo.it/sc_vivalaliberta.htm">qui</a> si sdoppia, facendo da un lato il segretario del più grande partito di opposizione (di sinistra, naturalmente) che oppresso dai sondaggi in picchiata scappa in Francia, e dall'altro il fratello gemello, filosofo che soffre di bipolarismo ed è appena stato dichiarato "clinicamente non più pericoloso", che viene reclutato in tutta fretta per prenderne il posto. </p>

<p>Il film è carino, anche se non capisco peché Filmup lo definisca "drammatico" (per me è una commedia... ma forse ho capito: il significato di "commedia" nella lingua italiana si è spostato verso i cinepanettoni, e quindi si è costretti a cambiare le categorie). Servillo riesce molto meglio a fare il pazzo che il segretario di partito; Valerio Mastandrea è perfetto nella parte dell'assistente, e il cameo di Gianrico Tedeschi che fa il Padre Nobile della Sinistra (qualcosa tipo Vittorio Foa, se non fosse che è morto da mo': pensavo a Pietro Ingrao, ma non è mai stato così carismatico) merita. Da segnalare infine la battuta di Servillo "due": «Rasségnati: questa volta vinciamo» che la dice lunga sul tipo di pubblico che può apprezzare il film :-)</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title>_So You Think You&apos;re Smart_ (libro)</title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/201303/008360.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/9780970825315.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4" /> Ogni tanto mi capitano tra le mani libri di "indovinelli per la mente" - non saprei come tradurre correttamente "brain teasers". Io me li guardo senza perderci troppo tempo, perché non si sa mai: a volte qualche problema davvero interessante e poco noto ci scappa sempre. Beh, non è questo (Pasqual J. Battaglia, <em>So You Think You're Smart</em> : 150 Fun and Challenging Brain Teasers</a>, International Puzzle Features 1988, pag. 76, ISBN 9780970825315) il caso, purtroppo. </p>

<p>Non ho nulla contro il signor Battaglia, che fece il suo bel libretto e l'ha anche fatto bene: aiutini e risposte sono nel testo subito dopo i problemi, ma i primi sono scritti al rovescio e le seconde <b>specchiati</b>. Per di più le risposte sono stampate con un font corsivo, per di più: garantisco che le risposte si possono leggere anche senza andare davanti a uno specchio come suggerito dall'autore - che ricorda anche che nella peggiore delle ipotesi ci si può chiudere in bagno - ma è assolutamente impossibile leggerle "per sbaglio" il testo. Il guaio è che la maggior parte dei 150 problemi del libro sono linguistici, se non addirittura geografici ("quanti sono gli stati USA il cui nome termina con la lettera A?"), il che lo rende di poco interesse per chi come me l'inglese lo capisce ma non è certo un madrelingua.</p>

<p>Fortunatamente almeno il libro è breve :-)</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title>_Il contagio delle idee_ (libro)</title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/201303/008346.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/9788807102585.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4" /> Il titolo italiano di questo libro (Dan Sperber, <a href="http://www.amazon.it/o/ASIN/8807102587?tag=notizioledima-21"><em>Il contagio delle idee</em> : Teoria naturalistica della cultura </a> [Explaining Culture], Feltrinelli 1999 [1996], pag. 184, ISBN 9788807102585, trad. Gloria Origgi), oramai fuori catalogo, è indubbiamente molto più evocativo dell'originale inglese "Explaining Culture" (che a sua volta mi pare un po' esagerato); peccato che le belle promesse non vengano poi rispettate dalla pratica.<br />
Il guaio di base del libro non è tanto la sua relativa obsolescenza (mi sa che questi quindici anni abbiano portato molte nuove idee) quanto la sua disomogeneità: è infatti una collezione di brevi saggi che Sperber ha preparato per varie occasioni, quindi con ripetizioni e temi trattati solo in parte. Il concetto principe del libro è quello di rappresentazione, che è grosso modo l'idea che si fanno di un concetto le singole persone. Il concetto di meme si traduce quindi nel "contagio" delle rappresentazioni, contagio che può essere epidemico (un meme vero e proprio, qualcosa cioè che cresce di colpo per sgonfiarsi anche abbastanza in fretta) oppure endemico, e qui si va più verso i riti veri e propri. L'idea è interessante, e aiuterebbe anche a spiegare alcuni fatti come le "mutazioni" delle rappresentazioni e l'esistenza di rappresentazioni simili ma non identiche tra le varie persone: peccato che però sia rimasta appesa un po' in sospeso, probabilmente perché un mini-saggio non era sufficiente per sviscerare bene la tesi.<br />
In definitiva, qualche utile spunto (ben tradotto da Gloria Origgi) ma nulla più.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title>_The Elements of Style_ (libro)</title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/201303/008328.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/9780205313426.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4" /> Nella quarta di copertina (o era nell'introduzione) di questo libro (William Strunk Jr. e E. B. White, <a href="<a href="http://www.bookdepository.co.uk/book/9780205309023/?a_aid=puntomaupunto"><em>The Elements of Style</em></a>, Longman 1999, pag. 109, Lst 8,99, ISBN 978-0-205-31342-6) c'è scritto che è l'unico manuale di scrittura che è entrato nei bestseller in lingua inglese. Sicuramente il libro ha <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Elements_of_Style">la sua voce sulla Wikipedia in inglese</a>, dove in effetti raccontano che le varie edizioni hanno venduto complessivamente dieci milioni di copie.<br />
Vantaggi: il testo è breve, poco più di cento pagine. Svantaggi: il testo è naturalmente scritto per gli anglofoni, e alcune delle regole sono inutili per chi non deve scrivere nella lingua di Albione. Poi ci sono anche i linguisti che si lamentano perché il testo è troppo prescrittivista, ma questo non ci interessa più di tanto. La terza parte, quella sullo stile di scrittura (e che non faceva parte del testo originale...) è probabilmente la parte meno utile, nel senso che tanto vale andare a cercare qualche libro che tratti apposta il tema. Quella che a mio giudizio vale di più è soprattutto la seconda parte, sull'(ab)uso di certi stilemi che spesso si replicano pari pari in italiano; ma anche nelle regolette della prima parte ce ne sono molte che non sono tanto legate a una specifica lingua ma proprio allo stile di scrittura, come "evita le negazioni per quanto possibile" oppure "non essere generico".</p>

<p>Insomma il libro non sarà la panacea per imparare a scrivere, ma è comunque utile.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title>_I computer di Star Trek_ (libro)</title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/201303/008325.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/9788830417700.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4" /> Non sono un grandissimo esperto di Star Trek, però insomma qualchecosina la so anche, pur confessando che dopo TNG mi sono perso abbastanza. Mi sono preso così a suo tempo questo vecchio libro (Lois H. Gresh e Robert Weinberg, <a href="http://www.amazon.it/o/ASIN/883041770X?tag=notizioledima-21"><em>I computer di Star Trek</em></a>, Longanesi  2001 [1999], pag. 244, &euro; 13,43, ISBN 9788830417700, trad. Libero Sosio), e in questi giorni me lo sono letto con la malcelata speranza di vedere cosa era successo in questi dieci anni. L'idea alla base del libro è spiegare quali cose sono presumibilmente fattibili e quali no nell'universo di Star Trek, e cosa potremmo effettivamente aspettarci nel futuro prossimo.</p>

<p>Diciamo che il risultato finale è stato piuttosto deludente. Da un lato gli autori hanno continuato a rimarcare il fatto che nei telefilm sono state continuamente fatte scelte "televisive" e quindi chiaramente irreali; e fin qui lo sapevamo già tutti, grazie. Essendo gli autori due informatici, la prima parte - quella che studia il funzionamento dei computer di bordo, partendo dalle conoscenze "ufficiali" trekkiane - è abbastanza interessante, anche se spesso i due tendono al ricorrere alle argomentazioni per auctoritatem che come immaginate non sono il massimo. Andando avanti nel testo però ci si allontana sempre più da una plausibilità scientifica, e quindi gran parte del divertimento si perde. E la parte finale, con quello che "supera già Star Trek"? Beh, gli autori non potevano certo sapere della possibilità di teletrasporto di un fotone, e quello non glielo possiamo computare come errore. Però le "magliette intelligenti" che erano già in betatest nel 1999 eppure non sono mai apparse nei negozi mi fanno solo venire in mente una teoria del gomblotto, scusatemi.</p>

<p>(Ah, e non mi aspettavo che Libero Sosio scrivesse "millimetri di centimetro". Anche tralasciando la svista millimetri / millesimi, "thousandths of inch" sarebbero stati "centesimi di millimetro")</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title>_I ragazzi di Anansi_ (libro)</title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/201302/008312.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/9788804567967.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4" /> Gaiman ha un problema, quando scrive i suoi libri fantasy. Per le prime 150 pagine o giù di lì il protagonista è sfigato oltre che imbranato, e gliene capitano di tutti i colori. Anche in questo libro (Neil Gaiman, <a href="http://www.amazon.it/o/ASIN/8804567961?tag=notizioledima-21"><em>I ragazzi di Anansi</em></a>, Mondadori - Piccola Biblioteca Oscar 2001 [2005], pag. 360, &euro; 10, ISBN 9788804567967, trad. Katia Bagnoli) la situazione è la stessa, e la cosa inizia a scocciarmi un po'. Poi Gaiman scrive sempre bene, tradotto scorrevolmente da Katia Bagnoli (che però avrebbe potuto verificare cos'è una novelty song, e ricordarsi che un weasel è una donnola solo letteralmente, e nonostante le pagine finali del libro parlare di "faina" sarebbe stato meglio) e uno si diverte a vedere come le storie dell'inizio del mondo vengono declinate nel ventunesimo secolo, con il povero Charlie "Ciccio" Nancy che sembra tanto l'equivalente del bozzettiano Minivip: il figlio del dio Anansi che però non ha preso nulla della sua divinità, a differenza del fratello Ragno. (Ma è proprio un fratello? lo si vedrà alla fine del libro) Come sempre, i vari personaggi sono da un lato completamente improbabili, e dall'altro ci si aspetterebbe di vederli passare per strada, magari facendoci cambiare strada per evitarli.</p>]]></description>
    </item>

    <item>
      <title>_The Mathematical Mechanic_ (libro)</title>
      <link>http://xmau.com/notiziole/arch/201302/008296.html</link>
      <description><![CDATA[<p><img src="http://xmau.com/thumb/9780691154565.JPG" align="left" alt="[copertina]" hspace="4" /> Niente da fare. Riponevo molte speranze su questo libro (Mark Levi, <a href="http://www.amazon.co.uk/o/ASIN/0691154562?tag=notizioledi0b-21"><em>The Mathematical Mechanic</em></a>, Princeton University Press 2012 [2009], pag. 185, Lst 10,95, ISBN 978-0-691-15456-5), tanto che me l'ero preordinato sei mesi prima che uscisse l'edizione in brossura. Invece è stato una delusione... ma iniziamo dal principio.</p>

<p>L'idea di Mark Levi è semplice: invece che usare la matematica per dimostrare le proprietà fisiche, lui ha usato le proprietà fisiche per dimostrare le proposizioni matematici, a partire dal teorema di Pitagora in poi. Come scrivevo, l'idea non è male, ma purtroppo io devo avere un blocco mentale per quanto riguarda la fisica, e quindi leggevo quelle pagine e non capivo nulla (a parte che se devo usare tutti quei congegni senza attrito, quelle molle di lunghezza a riposo zero e via discorrendo, tanto vale che mi metta a parlare di circonferenze senza spessore, no?). A essere del tutto onesti, ci sono due capitoli che almeno per me hanno avuto un certo valore: quello sui problemi di massimo e minimo, con l'idea di costruire una serie di computer analogica per risolvere i vari problemi, e quello sull'elettricità, con la derivazione delle leggi fondamentali a partire da quelle dei fluidi incompressibili. Anche l'appendice finale mi potrebbe essere utile se solo dovessi fare un po' di fisica, ma per fortuna non è il caso... </p>

<p>Insomma, a me non è piaciuto. Magari a voi però sì.</p>]]></description>
    </item>

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