15.10.12
| caro biglietto, ho una brutta notizia per te... | [itagliano] |
Ieri ero in metropolitana. Arrivato a Cairoli, ho notato il cartellone che spiegava come fosse necessario timbrare il biglietto anche in uscita. Essendo però domenica, mi sono concesso qualche secondo in più, e ho anche letto la versione inglese del testo, che trovate in questa foto.
Il testo italiano è al solito burocratico, e in esso "si invitano i passeggeri a prepararsi per questa operazione". Estote parati, lo dicono anche gli scout. In inglese il testo è molto più icastico: "Prepare your ticket for this operation" Peccato che "to prepare" ha una costruzione un po' diversa: si prepara qualcuno, non qualcosa, a una certa evenienza. Però magari ci sarà anche qualcuno che prenderà il suo biglietto, lo carezzerà dolcemente, e gli sussurrerà "Non preoccuparti!non è che non ti voglia bene, e anzi mi piange il cuore: però devo di nuovo infilarti in quella fessura. Ma stai tranquillo: ti riprendo subito dopo!" Era così difficile scrivere "Have your ticket ready"?
(ah: perché sia nella versione italiana che in quella inglese l'ultima frase non termina con un punto? Si vuole forse far intuire un indefinito futuro?)
12.10.11
| ascetagghe | [itagliano] |
In questi giorni è uscito un nuovo libro di Stefano Bartezzaghi, Come dire, che ha come sottotitolo "Galateo della comunicazione". Mi è stata graziosamente spedita una copia: ora che riprendo a respirare inizierò a leggerlo sicuramente con gusto. Ma non è di questo che volevo parlare: la recensione la pubblicherò a suo tempo.
Repubblica, il quotidiano a cui Stefano collabora, ieri sera ha pubblicato un articolo al riguardo. No, non un articolo sul libro: libro che è pubblicato da Mondadori, quindi dall'Arcinemico, e che non può certo essere citato così aggratis. L'articolo è sulla discussione avvenuta ieri su Twitter con l'hashtag #comefare (per chi non è aduso a Twitter: l'hashtag è una parola che inizia con il carattere "#", hash in inglese, e che viene messa nei messaggi twitter in modo che chi voglia leggere tutto quello che è stato scritto su un certo tema possa usare la parola stessa come chiave di ricerca. Il "#" serve naturalmente per eliminare i falsi positivi).
Bene, anzi male. L'articolo è stato pubblicato ieri sera alle 18:44. Adesso (le 10:30 del giorno dopo) continuano a campeggiare nelle prime tre righe del testo l'espressione «ash tag» (in corsivo, come per spiegarci che non è un'espressione italiana... peccato non sia neppure inglese) e soprattutto «*un opinione» senza il doveroso apostrofo prima di una parola che a meno di decreti legge promulgati nottetempo resta di genere femminile. Il tutto, lo ricordo, in un articolo che parla di come i retaioli amino parlare di grammatica... "grammar nazi" sarebbe il termine usato in genere ma non oso pensare come il signor «© Riproduzione riservata» potrebbe traslitterarlo [*]. O mi state dicendo che è tutto un modo per parlarne di più?
[*] Ecco, io spesso sono un grammar nazi e rabbrividisco nel vedere usato in un articolo la forma "E'" invece che "È".
02.08.11
| ticket | [itagliano] |
Sul dorso milanese del Corriere in prima e terza pagina, come anche nella versione web, si parla di "ticket ATM". Cosa ha fatto di male la parola "biglietto" per venire negletta e abolita in questo triste modo?
09.03.10
| Sondaggio: crepuscolo | [itagliano] |
Orsù, lettori! Fatemi vedere se sono l'unico a non sapere l'italiano oppure no. (Non vale cercare sul dizionario, quello l'ho già fatto io. È solo per avere una sensazione di come viene usata la parola da quelli tra i miei ventun lettori che hanno voglia di rispondere)
24.02.10
| eupnoico | [itagliano] |
L'altra domenica Anna ha portato Cecilia al pronto soccorso pediatrico (no, nessun problema grave, era un codice bianco; solo che prima di portarla aveva proprio un'aria abulica...). Nel referto c'era scritto che il paziente era "eupnoico". Anna mi chiede "che vuol dire?", io rispondo "boh, però se inizia con eu- vuol dire che è qualcosa che va bene"; salgo a consultare il vocabolario (cartaceo) e scopro che la parola non esiste, ma c'è "eupnea" che significa "respirazione regolare", dal che deduciamo che il respiro era regolare.
D'accordo, ci saremmo forse potuti arrivare da soli pensando all'apnea. D'accordo, a casa nostra anche quando non usiamo l'internette non ci mancano certo i tomi di riferimento. Ma cosa costava scrivere nel referto "respiro regolare", che magari qualcun altro con un referto simile si tranquillizzava, invece che chiedersi quale brutta malattia il suo pargolo avesse? Sono proprio cose che non capisco.
08.02.10
| Cinquanta parole: ma quali? | [italica_stampa] |
Sabato scorso La Stampa pubblicava un articolo su un'iniziativa di Zanichelli per indicare "le 50 parole italiane da salvare". Bella cosa, ma...
Innanzitutto chi ha letto l'articolo sul cartaceo ha potuto vedere la lista delle parole in formato grafico, ma chi lo legge via web non solo non ha a disposizione l'immagine, ma non si trova nemmeno un link al sito della Zanichelli dove c'è la lista (per la cronaca, l'ho trovata qua) Questo è il solito problema dell'italica stampa, che non riesce ancora a pensare né in termini di fruizione web né in quelli di interconnessione; mi sa che non si possa fare molto.
Aggiungo però anche un commento sul merito dell'articolo. Dire che i termini desueti nelle coppie di non-esattamente-sinonimi restano «nella disponibilità di un manipolo ristretto di aristocratici del linguaggio» non è che abbia chissà quale senso. Se quei termini non sono nemmeno nella conoscenza passiva della gggente, insomma se non sanno proprio cosa vuol dire, allora è come se non esistessero già più. Altrimenti sono comunque destinati a morire, proprio perché non c'è massa critica per perpetuare la sfumatura diversa del significato. Ma credo che sia più importante confutare la logica nascosta dietro la frase «il parlare di tutti i giorni è affidato a non più di 2.500 parole che da sole esauriscono l’80% di tutti i nostri enunciati». La frase credo sia corretta; ma non mi sembra un problema. Magari qualche esperto di linguistica computazionale mi smentirà, e forse potrei verificare da solo il tutto con qualche opera classica; ma non mi sembra così strano che poche parole costituscano la gran maggioranza dei nostri discorsi. Sì, ci sarà tutto il discorso della coda lunga, ma mi preoccuperei di una lingua per cui conoscendo 2500 parole si possa comprendere solo un terzo di quelle presenti in un articolo di giornale; ci sarebbe troppa diversità per impararla seriamente.
ps: Non c'entra nulla, ma una mia foto è stata citata (con fonte) nel blog della Zanichelli sull'osservatorio della lingua italiana. Ce n'è anche una di Licia.
30.12.09
| teletrasporto di parole | [itagliano] |
La settimana scorsa Martino mi segnalò questo articolo del Corsera, che non merita di restare nell'oblio. Non mettiamo becco sull'esperimento, ma sull'italiano sì. Già l'incipit, «Nei fantascientifici esperimenti di teletrasporto che Star Trek ci ha già fatto conoscere nella dimensione fantastica ora gli scienziati tentano il colpo grosso», non è male: il senso è più o meno chiaro ma la frase zoppica vistosamente. Il meglio è però, almeno a mio giudizio, la frase «L’impresa è ardua ma già è sulla carta preparata»: una via di mezzo tra una poesia di Sandro Bondi e un bigliettino della fortuna.... o forse l'esperimento non riguardava una sferetta di silicio ma le parole di un testo!
17.09.09
| presidio | [itagliano] |
La Camera del Lavoro Metropolitana di Milano (la parte CGIL, non so bene come funzioni al suo interno) scrive:
«A seguito dell’uccisione di alcuni nostri soldati a Kabul abbiamo indetto un presidio
(stiamo lavorando perché sia unitario) oggi dalle ore 17.30 alle ore 19.00 in Piazza San Babila».
Io avevo imparato che un presidio è una guarnigione militare stanziata da qualche parte o più in genere un gruppo che sorveglia un luogo; sindacalmente si può fare ad esempio un presidio davanti a un'azienda che minaccia la chiusura. In senso figurato, "presidio" può significare "tutela, salvaguardia". Il tutto non mi pare c'entri una cippa con i nostri soldati morti a Kabul. La lingua italiana vorrebbe che si tenesse una manifestazione per chiedere il ritiro delle truppe (immagino che la CLMM non voglia fare una commemorazione dei connazionali defunti); ma l'italiano non è più molto di moda.
Qualcuno vuol fare un presidio a difesa della nostra lingua?
09.07.09
| barocchismità | [itagliano] |
C'è una caratteristica della lingua italiana che mi è sempre stata sullo stomaco. Sembra infatti che non si possa usare una parola semplice, ma la si debba complicare. Così non abbiamo un problema, ma una problematica; il tema diventa subito una tematica; la scansione di un documento è per forza una scannerizzazione, e non si usa nulla, perché lo si deve utilizzare. Infatti abbiamo l'utilizzatore finale, mica l'utente finale!
Lo so, basta aprire il dizionario e scoprirei che tematica e problematica significano "insieme di temi / problemi". Potrei fare il figo, tirare fuori le mie reminiscenze latine e parlare di verbi intensivi e frequentativi, quelli che si formano a partire dal supino di un altro verbo e quindi sono allungamenti vecchi di duemila anni. Ma la cosa non mi piace comunque, perché la mia impressione è che la gente usi ("utilizzi") le parole più lunghe perché crede così di dire qualcosa di più importante. A me una cosa del genere sembra davvero triste: coprire con paroloni l'incapacità di avere qualcosa da dire davvero. Ma non per nulla il barocco qui in Italia ha prosperato.
04.05.09
| come sbagliare l'etimologia | [itagliano] |
Ieri mattina, mentre sentivamo il giornale radio con le devastanti notizie sull'influenza suina - devastanti nel senso che cercano disperatamente di montare un caso che al momento non c'è e non sembra nemmeno essere vicino - Anna mi chiede "Ma virulento e virus hanno la stessa etimologia?" Io, con la sicumera che vi è ben nota, dico "mannò! virus è una creazione moderna, mentre virulento arriva da vis, forza".
Poi sono andato a verificare. Ho così scoperto che virus è una parola latina che significa "veleno" (come anche venenum, del resto), e che virulento deriva appunto dal tardo latino virulentum, coniato appunto a partire da virus. Insomma, ho sbagliato su tutta la linea... ben mi sta.
09.04.09
| Non gli dette più retta? | [itagliano] |
Segnalo, via Fausto Raso, che la Dante Alighieri ha preparato una nuova serie di esercizi sulla lingua italiana. Lui è molto più pignolo di me, e si lamenta perché scrivere "morí" invece che "morì" sia considerato errato; è vero che le edizioni Einaudi usano indicare che la i è una vocale acuta, ma il segnaccento generalmente utilizzato è quello grave. Inoltre la Dante Alighieri si occupa dell'italiano come lingua straniera: probabilmente è meglio fare in modo che gli ispanofoni tengano a mente che mentre nella loro lingua tutti i segnaccenti sono acuti (áéíóú) da noi non è così. (Poi possiamo chiederci che tastiera usa Fausto Raso, visto che in quella italiana la i accentata è "ì" e non "í"; sono io che ho la tastiera virtuale US-International e quindi nessuna lettera accentata)
Più grave, invece, vedere come la forma "dette" per il passato remoto del verbo dare non è considerata valida. Il De Mauro riporta "diede o dette". Il Garzanti riporta "diede o dette". Insomma, non toglieteci le poche certezze della scuola elementare!
23.02.09
| c'è ancora speranza | [itagliano] |
Ieri sera mi è capitato di sentire [*] l'inizio della trasmissione Presa Diretta su Raitre. Il servizio iniziale parlava della caccia al rumeno dopo lo stupro di san Valentino, e veniva intervistato un negoziante la cui vetrina era stata distrutta durante la successiva caccia al rumeno (i cacciati non c'entravano nulla, chiaramente). L'intervistatore, con chiaro accento romanesco, chiede al negoziante se conosceva i rumeni inseguiti dalla folla, e se lavoravano. La risposta: "Penso che lavorino". (il video sarebbe qua, ma non riesco a vederlo: è nei primi minuti, comunque)
Se si esclude Bonolis, ascoltare un congiuntivo usato correttamente è un miracolo: l'italiano resiste ancora, insomma. Ah: il negoziante era un kebabbaro pakistano.
[*] tecnicamente stavo leggendo un libro, per quello non ho scritto "vedere"
19.02.09
| l'apostrofo | [itagliano] |
Oggi Stefano Bartezzaghi scrive su Repubblica a proposito degli apostrofi. Si può leggere delle due associazioni inglesi al riguardo: l'AAAA Association for the Annihilation of the Aberrant Apostrophe - non sono riuscito a capire se Keith Waterhouse, il suo fondatore e presidente a vita, l'abbia mai effettivamente creata o ne parli solamente; e l'APS, Apostrophe Protection Society. Almeno in Gran Bretagna, l'abuso degli apostrofi ha persino un nome: l'apostrofo del fruttivendolo (greengrocer's apostrophe), visto che sembra che quella categoria ami molto usarli.
Stefano continua poi parlando della triste sorte dell'apostrofo nell'italiano; usato a sproposito (*qual'è, *c'è n'è), dimenticato ("*non centra nulla", che si può solo dire quando uno non riesce a colpire un bersaglio) o molto più spesso sostituito da un accento (*pò per po', per non parlare degli imperativi di', fa', sta'). È anche vero che soprattutto in legalese è facile vederlo perso del tutto: ormai si scrive "una istanza" e non "un'istanza". C'è però un punto sul quale non sono d'accordo con lui: secondo me, si possono tranquillamente apostrofare "ci hai sonno?" e "ci avevo fame". È infatti vero che scrivere "c'hai sonno?" e "c'avevo fame" va contro l'italiano standard che abbiamo studiato a scuola, ma è anche vero che neppure quelle forme sono italiano standard, ma modi colloquiali; e allora perché non scriverli anche, in maniera colloquiale? Voi che ne pensate?
03.02.09
| mormoni poligoni | [itagliano] |
Pietro mi segnala questo articolo della Stampa. Immagino che i mormoni fossero poligami, e al limite tetragoni; o magari c'è stata l'attrazione della serie Numbers (che poi sarebbe Numb3rs, ma passi) citata subito dopo. Fatto sta che è uscita fuori questa parola macedonia. (Confronta anche il termine americano "square", usato nella cultura hippie per indicare i matusa senza flessibilità alcuna). Ma il risultato è certo esilarante, e almeno a me fa venire in mente la vecchia battuta di Faletti - Testimone di Bagnacavallo: "E voi, donne che battete in mezzo agli angoli delle strade, a voi vi dico: Bisettrici!"
26.01.09
| Un caldo virus | [itagliano] |
Oggi su repubblica.it, sezione "Tecnologia" (mica susine subsahariane!) c'è un articolo tradotto dal New York Times. La traduzione è ufficiale, nel senso che credo sia uno di quegli articoli che fanno parte di un contratto e poi appaiono anche su carta: non è quello il problema.
Un po' più problematico il fatto che il "worm" che starebbe infestando i computer di tutto il mondo è diventato in due casi un "warm" con la a. Occhei, in altri quattro casi la parola è stata scritta correttamente, quindi la maggioranza vince. Ma com'è possibile che (a) qualcuno decida di cambiare una parola che è già scritta correttamente e (b) nessuno rilegga il testo, dove tra l'altro le due occorrenze di warm sono in corsivo e quindi belle visibili?
01.12.08
| la tazza del prezzo | [itagliano] |
Non è a priori "itagliano", visto che l'espressione è inglese: ma non ho voglia di creare una sezione apposita di "engrish", quindi il testo ve lo beccate qua.
Il price-cap, come spiega Wikipedia, è una normativa che mette un tetto - un cappello, letteralmente - agli aumenti di prezzo di una tariffa, che non possono essere superiori al tasso di inflazione meno una quota dovuta ai miglioramenti di efficienza richiesti all'azienda. Come potete vedere dal ritaglio della pagina del Corsera, per l'italica stampa si ha un price cup. Mi resta ancora da capire se "cup" viene preso nel senso di "coppa" (un trofeo che si vince per non avere alzato troppo i prezzi) oppure nel senso di "tazza", e qui mi viene in mente il metodo per tagliare i capelli a caschetto ai bambini: si mette(va) loro una tazza in testa, e tutti i capelli che uscivano finivano sotto la forbice. In effetti la metafora non sarebbe male: si può aumentare le tariffe solo della parte che spunta fuori dalla tazza...
19.11.08
| "basta che telefona" | [itagliano] |
Ieri su Repubblica (cartaceo, comunque potete vedere la trascrizione qua) c'era un'intervista al commissario straordinario Alitalia. Non entro nel merito dell'intervista e delle risposte date, e mi limito a riportare una frase. Alla domanda del giornalista Roberto Mania se il povero passeggero colpito dallo sciopero bianco sia costretto a bivaccare in aeroporto, la risposta è stata «No, basta che telefona prima al call center».
Ora, è vero che il commissario Alitalia fa di cognome Fantozzi, e il congiuntivo fantozziano è ben noto a tutti noi. Ma non credo che questo erroraccio sia stato effettivamente pronunciato da lui; non foss'altro che perché ci sarebbe stata vicina la magica parolina "(sic)". Quindi immagino che per il "giornalista" quell'espressione è perfettamente italiana. Inoltre è chiaro che nel secondo quotidiano italiano non esiste più un passaggio di correzione di bozze dal testo di un articolo all'impaginato. Ricordo che sto parlando della versione del quotidiano che si compra all'edicola, e di un'intervista che non è certo stata fatta all'ultimo momento: insomma, non c'è nemmeno la scusa della versione web dove qualcuno potrebbe pensare che l'immediatezza sia preferita alla grammatica italiana. Questa è l'italica stampa.
04.11.08
| La Stampa l'ha già fatto | [itagliano] |
Stamattina La Stampa ha pubblicato questo articolo, immagino "di costume" - sempre meglio che le donnine seminude, lo ammetto - a proposito della decisione di alcuni consigli comunali britannici di eliminare alcune espressioni latine, immagino dai loro documenti ufficiali, e indicando un loro equivalente inglese. Per la cronaca, immagino che l'articolo abbia preso spunto da questo testo del Daily Mail, sicuramente più divertente da leggere; anche USA Today ne parla, con la favolosa citazione «Many readers do not have English as their first language so using Latin can be particularly difficult.». Bisogna anche dire che ancora cinquant'anni fa nel Regno Unito era considerato assolutamente normale imparare e usare una quantità abnorme di locuzioni latine.
Ma la cosa più divertente a mio giudizio è l'occhiello dell'articolo della Stampa: per riuscire a tenerlo in due righe nonostante la foto a fianco, la frase Così «ad hoc» diventa «improvvisato», «bona fide» «genuino» è stata compattata in ’ad hoc’ diventa genuino. In effetti, questa è la prova che da noi il latino non è proprio più (grosso modo :-) ) riconoscibile, e forse fare le pulci agli albionici non è il massimo!
18.09.08
| nessuno lo crederebbe | [itagliano] |
Oggi il correttore di bozze a www.corriere.it deve essersi preso un giorno di malattia. Jash mi segnala questo articolo, dove campeggia un "Nessuno lo crede" che almeno a me fa venire in mente solo "scendi il cane che lo piscio".
Io posso credere a qualcuno o in qualcuno, ma se uso il verbo come transitivo io credo qualcosa; generalmente la frase prosegue con un'oggettiva ("Credo che al Corsera non ci sia più un controllore di bozze"), al più un cattolico può professare "Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica". Ma credere una persona, proprio no.
Santa Scolastica, aiutaci tu!
15.09.08
| Nubigrafi | [itagliano] |
Sabato scorso nel torinese è piovuto. Tanto. Tanto davvero. Me la sono anche presa tutta, come ho scritto.
La pioggia deve però essere tracimata fino a Milano in via Solferino, visto quanto c'era scritto ieri nei titoli di prima pagina - poi la notizia è stata tolta, credo senza correzione. Mi chiedo solo cosa possa esattamente essere un nubigrafo. Si uniscono i puntini da 1 a 47 per disegnare una nuvoletta?
(grazie a Lopo per la segnalazione!)
05.09.08
| daspare | [itagliano] |
Qui a fianco potete vedere il titolo della notizia appena pubblicata da Repubblica. Nel caso piuttosto probabile che non abbiate assolutamente capito di che si parli, mi affretto ad aggiungere che il Daspo è un pseudoacronimo per Divieto di Assistere a manifestazioni SPOrtive: l'acronimo DAMS era già occupato e così si sono inventati questa antipatica parola. Però c'è un limite a tutto, e questo limite è superato di botto quando non solo si crea un participio a partire dal termine, ma lo si usa in un titolo. Non è problema di lunghezza: sarebbe bastato scrivere "Daspo per quattordici tifosi".
Quei tifosi che fanno violenza alle cose sono indubbiamente peggio di quel titolista che fa violenza alla lingua: però garantisco che gradirei stare molto lontano da tutti loro.
Aggiornamento (8 settembre): una ricerca sugli archivi di Repubblica ha portato a due occorrenze del termine "daspati", entrambe tra virgolette e con spiegazione accanto: la prima di esse è del gennaio 2005. Il Corriere ne ha una sola, ma addirittura di settembre 2004. Insomma, prima di questa ricaduta si poteva sperare che gli anticorpi della lingua l'avessero protetta... e invece no.
29.07.08
| E la grammatica? | [itagliano] |
In questi giorni Radio Popolare trasmette una pubblicità della IUAV che inizia con una fanciulla che dice "Ho sempre pensato che un mondo migliore è possibile". Fortuna che è un'università.
29.05.08
| Anche i komunisti ormai asserviti all'imperialismo USA | [itagliano] |
Ho appena sentito il notiziario in breve di Radio Popolare, dove hanno annunciato che a Dublino più di cento nazioni (ma purtroppo non i paesi principali produttori) hanno annunciato di firmare un documento per mettere al bando le "cluster bomb".
Sono subito andato a controllare come i maggiori quotidiani non sportivi italiani hanno scritto la notizia (avrei anche preso il Giornale, ma in prima pagina non ne parla affatto). Corsera: Accordo tra oltre 100 Paesi per la messa al bando delle bombe a grappolo (titoletto minore in prima pagina). Rep.: Bombe a grappolo al bando - a Dublino accordo sul trattato" (titolo grande, molto in fondo alla pagina iniziale). Busiarda: C'è l'accordo sul trattato contro le bombe a grappolo (titolo grande, abbastanza in alto).
Come potete notare, i tre grandi quotidiani usano il termine italiano, che io nella mia beata ignoranza credevo essere quello di uso più comune. Poi all'interno degli articoli viene usata l'espressione inglese, con o senza virgolette, ma non c'è nulla di male, anzi è bello acculturare le persone, oltre che spiegando loro come e perché le bombe a grappolo siano ancora peggio delle bombe normali, specificando il loro nome inglese. Ma è appunto una specificazione. L'ascoltatore medio di Radiopop non credo sappia cosa sia una "cluster bomb", né riesce a farsi un'idea che probabilmente l'espressione "bomba a grappolo" gli dà. Gli americani hanno davvero vinto e stravinto, sappiatelo anche a sinistra.
20.05.08
| individua la fermata! | [itagliano] |
Ho scoperto come sono riusciti a evitare l'imbottigliamento del bus MonzaCelere, che dovendo passare per il controviale di Zara/Fulvio Testi era praticamente un MonzaFermo: adesso fa capolinea in Bicocca, esattamente come il MonzaOrdinario che non si chiama più così perché continua dopo Monza. Ma questa, ammetto, come notizia vale pochino.
Molto più interessante scoprire come Brianza Trasporti scriva i comunicati per spiegare le novità.
Il primo comunicato [PDF} recita:
Si avvisa la Gentile Clientela che,
a partire dal 12 MAGGIO 2008 nel Comune di Milano il capolinea delle autolinee in oggetto è individuato in via dell’Innovazione angolo Padre Beccaro.
Viene soppresso il capolinea/fermata posto in via dell’innovazione ang. via Polvani.
La fermata più vicina è individuata in via Polvani ang. via Pirelli.
Io sono bastardo dentro, ed espongo al pubblico ludibrio anche la virgola dopo il "che". Ma quello che realmente mi chiedo è "chi o cosa diavolo è che individua le fermate?" C'è un novello Sherlock Holmes in mantella pipa e lente d'ingrandimento che scruta le vie e infine sentenzia "Elementare, mio caro utente"? Se apro Google Maps saltano fuori le bandierine per individuare le fermate?
Ma anche il secondo comunicato [PDF], sempre dotato di virgola dopo il "che", non è affatto male.
Si avvisa la gentile Clientela che,
- da mercoledì 23 aprile 2008 verrà posizionato un palo provvisorio Brianza Trasporti presso la fermata di CHIESE/SARCA posizionata in prossimità della fermata della linea 51
ATM.
Pertanto la fermata sarà effettuata regolarmente.
- La fermata di CHIESE/PIRELLI non verrà effettuata in quanto non autorizzata.
Anche qua potrei lamentarmi del posizionare un palo provvisorio presso una permata, pardon, fermata, posizionata in prossimità di un'altra permata, pardon fermata. Lasciamo perdere. Ma il pensiero di una fermata non autorizzata (e non soppressa) mi lascia davvero basito. Arriveranno forse i bravi a sentenziare "questa fermata non s'ha da fare"? Mancherà un modulo compilato con la firma di un aiutosottovicedirigente per autorizzare questa povera fermata? E poi, autorizzata a far che cosa? A esistere? È ammessa l'eutanasia delle fermate?
Ma tanto per andare da Milano a Monza il mezzo più veloce è il treno :-)
09.04.08
| Chi bene incomincia... | [itagliano] |
Ho già scritto sei mesi fa di In Campus, con il loro testimonial Sgarbi, e di quello che penso di un sistema del genere.
Devo però confessare che vedere uno "spam istituzionale" (sono i messaggi che spedisce Tiscali per avere il privilegio di una casella email da loro) con titolo "Uno nuovo modo di vivere l'Università" è una di quelle cose senza prezzo.
21.02.08
| ex-cervello | [itagliano] |
Credo ormai lo sappiate: sono un fan di Francesco Cossiga, o meglio lo ritengo uno dei migliori comici che abbiamo in circolazione in Italia. (Comico volontario, non involontario. Secondo me si diverte anche lui).
Oggi il Corsera lo intervista sulla possibilità che quella bella fanciulla che risponde al nome di Aida Yespica possa essere candidata nelle liste del PdL. Il testo è breve, leggetelo che merita. Ma non è di questo che volevo parlarvi. Avete notato il testo che ho riportato? Cossiga è indicato come ex senatore a vita, come se fosse morto. (Sì, lo so che aveva chiesto di dimettersi, ma ovviamente era una boutade, come gli hanno fatto notare amabilmente). Pensate che persino il sistema automatico del Corsera si è accorto dell'idiozia: l'articolo termina infatti con il messaggio di errore [an error occurred while processing this directive]: insomma si dissocia con chi è riuscito a scrivere quel testo!
Aggiornamento: (22 febbraio) Anche stavolta i solerti redattori/rilettori del Corsera hanno corretto il testo :-)
05.01.08
| Prolungamento dell'orario di arrivo | [itagliano] |
Sui tabelloni degli orari ferroviari - l'ho visto a Chiavari, ma credo sia più generale - è apparso un nuovo simbolo: un triangolino nero con sotto il numero 10 o 15. La spiegazione è nella legenda: "possibile prolungamento dell'orario di arrivo per lavori programmati".
Immagino che a Trenitalia non vogliano scrivere nero su bianco la parola "ritardo", per quanto preceduta da "possibile". Ma il creativo che è uscito con questa frase non si è reso conto che un orario d'arrivo è un punto nel tempo, e non può "prolungarsi": avete mai visto un arrivo che duri dieci minuti? È come quelle scene al rallentatore che si vedono qualche volta in tv? Lascio come sempre il mio modesto suggerimento: alla prossima edizione, scrivete che l'orario di arrivo può essere spostato in avanti. La parolina magica "ritardo" continua a non esserci.
12.11.07
| attingere | [itagliano] |
Alla conferenza stampa di ieri sulla "verità" riguardo l'uccisione di Gabriele Sandri. Il questore di Arezzo, Vincenzo Giacobbe, racconta tante cose: ad esempio che il suono della sirena "non causava effetti". Fin qua siamo al burocratese standard, ma poi Giacobbe butta un carico. «Lungo il tragitto gli occupanti si sono accorti che Gabriele Sandri era stato "attinto al collo".». (Le virgolette sono di Rep., i caporali miei)
L'unica idea che mi viene in mente quando sento la parola "attingere" è prendere dell'acqua da un pozzo, o al limite ritirare dei soldi da un fondo. Tutto questo prova che sono un ignorante. Infatti il De Mauro, oltre ai due significati di cui sopra, ne snocciola un altro: «toccare, raggiungere», che effettivamente nel contesto ha senso. Viene anche riportato un esempio: il mar si leva, e quasi il cielo attinge. Esempio non di un bloggher qualunque: è nientemento che dell'Ariosto. Vi rendete conto? noi crediamo che i poliziotti siano solo pronti a sparare, e invece il vivere nella regione che diede natali alla nostra bella lingua italiana fa sì che un questore ci possa dare una lezione di lessico e letteratura. Sono certo che se queste informazioni fossero state rese note agli ultras, si sarebbero tutti ammutoliti e bloccati da soli...
29.10.07
| campagna per il sé | [itagliano] |
Questo blog aderisce con gioia alla campagna iniziata da Luca Serianni e rilanciata oggi da Stefano Bartezzaghi per l'accentazione del pronome "sé" anche davanti a "stesso / stessa / stesse ", e non solamente davanti a "stessi".
A dire il vero, è già molto tempo che scrivo "sé stesso", dopo appunto avere letto gli argomenti portati dal Serianni ed esserne stato convinto; d'altra parte, non si capisce perché "sé" dovrebbe perdere l'accento solo perché non c'è possibilità di confonderlo con "se". Forse che uno può scrivere "vado la a vedere il film", visto che tanto non c'è possibilità di confondere "là" con "la"?
09.10.07
| gigantesco effetto di magnetoresistenza | [itagliano] |
Martino F. mi fa notare come il Corsera, nello spiegare al volgo le ricerche che hanno portato al Nobel 2007 per la fisica, affermi come Fert e Grünberg sono stati premiati per le loro «scoperte del gigantesco effetto di magnetoresistenza» (virgolettato loro).
Se uno fa una googlata sulla frase "gigantesco effetto di magnetoresistenza" (comprese le virgolette), scopre che la fonte è Adnkronos. Come esserne certi? Come ha notato Martino, gli unici risultati della ricerca sono la pagina dell'agenzia e quella del Corsera, e non occorre essere dei filologi per capire chi ha creato il neologismo, traducendo "Giant Magnetoresistance Effect" parola per parola e non facendo nemmeno la fatica di provare a cercare in rete come i fisici lo denominano (il mio primo risultato con "magnetoresistenza" è ad esempio "Magnetoresistenza Gigante" scritto dai fisici di Roma 3).
Però volete mettere la bellezza di inventare un neologismo (per Adnkronos) e copiare la frase lettera per lettera (per il Corsera)?
19.09.07
| telecamere cromatiche | [itagliano] |
Leggevo sul sito ATM del loro Piano d'Impresa 2008-2010. A parte lo scoprire che per ATM il tempo di attesa previsto alla fermata è attualmente rispettato due volte su tre (facendo un po' di conti, quando i bus arrivano a coppie avremmo già che una volta su due i tempi sono rispettati...) e che si vogliono eliminare il 70% dei tram "lunghi" dal centro città per utilizzarli sulle tratte dei pendolari e la loro sostituzione con nuovi tram da 26 metri (non che 26 metri siano pochi, ma soprattutto dove li fanno girare questi tram, visto che praticamente tutte le linee tranviarie milanesi passano per il centro tranne il 5 e il 7?) la chicca sta in questa frase:
Entreranno in funzione 2.500 nuove telecamere cromatiche nelle stazioni metropolitane M1 e M2 con una copertura del 100% dell'area.»
Io le telecamere le ho viste in bianco e nero (tanti anni fa...) e a colori, ma cromatiche proprio no. Al limite "cromate", anche se non ne vedrei l'utilità pratica. Ma forse ho capito. Il De Mauro, alla voce "cromatico", dà due definizioni. La prima è "relativo al colore", che converrete con me non abbia molto senso in questo contesto - una telecamera non può essere "relativa" al colore, no?. La seconda è invece in campo muicale: "che procede per intervalli di semitoni". Adesso è tutto chiaro. La telecamera è intelligente, si accorge di qualcosa che non va, ed emette una serie di suoni; ma questi suoni non sono continui come nel caso di una sirena, bensì discreti, sotto forma di una scala cromatica. L'unico dubbio è: scala cromatica ascendente o discendente?
27.08.07
| Cultura subalpina | [itagliano] |
I miei lettori piemontesi sanno che Specchio dei tempi, la rubrica delle lettere dei lettori de La Stampa, è un'istituzione: tutti i bogianen non possono fare a meno di darle almeno un'occhiata.
Sabato scorso, tra i vari interventi pubblicati, ce n'è stato uno di Fiorenzo Alfieri, che è l'assessore alla Cultura del comune di Torino. Alfieri fa i salti mortali per spiegare che il fatto che quest'anno la quasi trentennale rassegna Settembre Musica si tenga anche a Milano non sia uno scippo dei bauscia, come quasi tutti i torinesi pensano (curiosamente, i milanesi sono altrettanto arrabbiati, perché ritengono un affronto il non avere avuto la loro rassegna musicale...)
Nella foga oratoria, Alfieri scrive però «...il nostro e un solo programma congeniato in modo tale che...». Ora, la e non accentata credo sia un refuso apparso solo nella versione elettronica, ma posso garantire che nella copia stampata "congegnato" era scritto così. Niente male per un assessore alla Cultura, vero?
16.06.07
| Valigietta | [itagliano] |
Ieri sera tra le notizie del Corsera online c'era la cronaca di un'asta nella quale era stata tra l'altro battuta la valigetta che era stata consegnata a Mario Chiesa insieme alla tangente che fece partire Mani Pulite. Peccato che il titolo parlasse di valigietta (nell'articolo la parola era scritta correttamente, anche se in compenso si parlava di "souvenire"... Era tardi e non avevo voglia di scrivere una notiziola, così mi sono semplicemente salvato la schermata. Cosa doppiamente inutile, visto che in questo momento l'errore campeggia ancora in bella vista, e che Barbara mi aveva spedito una copia per sicurezza.
Barbara tra l'altro si chiedeva se «siamo l'ultima generazione di italiani per cui "valigietta" fa l'effetto di un dito nell'occhio»: spero di no, ma seguendo il suo suggerimento ho deciso di creare la categoria "itagliano" per raccogliere certe perle (solo nei titoli, un refuso in mezzo al testo può scappare a tutti)
13.06.07
| il congiuntivo e l'orecchio | [itagliano] |
Stamattina ho visto il titolo della rubrica Buongiorno che Massimo Gramellini tiene su La Stampa e sono sobbalzato. C'è scritto infatti "Basta che vi decidete". Se non siete sobbalzati anche voi, lasciate perdere e passate alla prossima notiziola, garantisco che è più divertente.
Il punto è che in italiano un'oggettiva vuole il congiuntivo, e quindi il titolo sarebbe dovuto essere "Basta che vi decidiate". D'accordo che abbiamo avuto un ministro della Pubblica Istruzione che era convinto che fossero la stessa cosa, ma è stato un accidente temporale. Il vero punto è però che Gramellini nel suo corsivo si limitava a citare lo spot che sta bombardandoci in questi giorni invitandoci a scegliere la destinazione del nostro TFR, spot the termina appunto con queste parole; e da qua parte il suo pippone sul fatto che uno può anche sbagliare un congiuntivo quando parla, ma lasciarlo così in un prodotto che si suppone essere stato verificato può avere tanti significati, ma nessuno piacevole.
Detto tutto questo, il vero vero punto, guardando il mio ombelico, è che io lo spot l'ho sentito più volte alla radio, ma non mi sono mai accorto dell'uso dell'indicativo al posto del congiuntivo. Solo il vederlo scritto, come ho raccontato sopra, mi ha fatto scattare la molla della maestrina dalla penna rossa. Sono certo che tutto questo abbia un senso, ma non ho idea di quale sia.